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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Non giudichiamo le scelte fatte da giovani, eravamo così… giovani!

Aggiornamento: 2 giorni fa

Ci avete mai pensato a quanto siamo supponenti? A quale presunzione riusciamo ad arrivare? Io sì, se mi guardo indietro e indirizzo un faro sul giudizio che tradizionalmente do alle mie azioni passate e presenti, noto che la loro interpretazione è il frutto illusorio di una visione soggettiva lontana dal reale. Si avvicina al «possibile», certo, ma nel momento in cui qualcosa è possibile non è certo che sia reale. È un’eventualità, quindi potrebbe essere vero il suo contrario.


È molto meno complicato di come appare questa spiegazione che spiega poco. Mettiamo di giudicare una certa scelta fatta da giovani, una scelta che, per tutta la vita, abbiamo visto come determinante del destino di sé e dell’altro: «Se non avessi fatto così, sarebbe stato peggio (o meglio) per me e per l'altra persona», è la frase che si ripete più spesso nel tentativo di dare una logica al destino. Questa narrazione ci porta a salire di gradino, ad assurgere a una sorta di deus ex machina, di signori del destino nostro e altrui, per cui noi diventiamo salvatori della vita di qualcun altro, al quale, senza di noi, sarebbe andata “sicuramente” peggio (o meglio).


Ora è vero che se non avessimo tenuto per mano il proprio fratellino quella volta che abbiamo attraversato un viale trafficato, sarebbe sicuramente finito sotto una macchina, ma è vero anche che le nostre scelte relazionali, l’essere amico o meno di una persona, avere lasciato o meno quel partner, avere fatto o meno quel gesto che sembrava “salvifico”, hanno un effetto imponderabile sul destino altrui.

La letteratura filmica, La vita è meravigliosa di Frank Capra, ci ha insegnato che senza George Bailey la vita di tante persone sarebbe stata un disastro, ma la differenza tra noi e quel George, magistralmente impersonato da James Stewart, è che noi non abbiamo un angelo Clarence che ci mostra l’altra realtà, l’effetto di quella sliding door che non abbiamo o abbiamo aperto. Un argomento molto attuale visto che la serie spagnola di Netflix Una vita da riavvolgere parla proprio di questo, declinato in modo più leggero (molto più easy...) e più moderno.



La verità è che non sappiamo davvero cosa sarebbe stata la vita di un’altra persona se l’avessimo amata o se l’avessimo lasciata. Possiamo immaginarlo, ma l’immaginazione è confutabile e lascia il tempo che trova. E qui sta la supponenza occidentale che è figlia di un certo indottrinamento salvifico che – lo dimentichiamo – riguarda colui che è chiamato «Figlio di Dio» e non noi.

Ma l’incarnazione - in questo caso quasi blasfema - è frutto di quell’assunto per cui dovremmo aspirare all’imitazione di Cristo. Un delirio, sì, ma anche se non si è mai frequentata la parrocchia, il risultato è questo, l’immaginario collettivo gli somiglia. E uno dei frutti è quell’Egocene di cui ha magistralmente parlato Amalia Cornale.



Potrei fare diversi esempi della mia vita in cui “mollare” ha determinato una salvezza e non una condanna. Perché - ho imparato - se siamo consapevoli di non essere eroi dalle forze disumane, sappiamo anche che non possiamo portare i pesi e i destini di tutti. E che spesso se ne prendiamo il peso, siamo costretti a lasciarlo perché non possiamo arrivare fino in fondo. Non è che non vogliamo, vorremmo, ma non possiamo.


Siamo stati allevati con l'idea che se una relazione non funziona, bisogna farla funzionare e che se lui o lei è un quadrato e noi siamo un cerchio, be', basta smussare gli angoli e le due figure si incastrano. E così si buttano energie e anni a cercare di fare andar bene le cose e se proprio vanno male, allora si fanno figli perché i figli “aggiustano” le relazioni. Quando poi nascono si capisce che un figlio allarga il fossato, anche se - per me, lo sottolineo, sì - un figlio è la benedizione più grande che si possa avere (ma questo è il mio sentimento che non vale per tutti), e allora l'imponderabile diventa ancora più incomprensibile, è vero.

Ma resta il fatto che quando le cose non funzionano (al lavoro - per il lavoro, il mio consiglio è di cercare e di mollare solo quando si è trovata l'alternativa...- in una relazione, in un'amicizia), spesso è meglio mollare il colpo. Perché solo se siamo liberi dai pesi possiamo dare al destino la possibilità di venirci incontro. Nella mia vita recente è stato solo perché in quel momento ero libero da relazioni e perché non avevo voluto continuare relazioni con persone meravigliose che però non funzionavano, che ho potuto incontrare quella che sarebbe diventata mia moglie.


Non esiste una sola regola, ma sicuramente quando qualcosa non funziona, no, incaponirsi non serve. Anche se le generazioni precedenti hanno fatto diversamente e ci sono in giro tante, troppe, coppie anziane scoppiate che dimostrano quanto dico. Festeggiare le nozze d'oro non è di per sé un esempio positivo; lo è stato nel caso dei miei zii Elda e Umberto che sono stati felici l'uno accanto all'altro fino all'ultimo respiro di lui. Ma ogni storia è a parte. io vi ho raccontato quello in cui credo. E forse a qualcuno servirà. Quello che hanno in comune le mie due professioni, giornalista e insegnante di yoga, è che entrambi chiedono e insegnano l'osservazione. Per la “verità” (e che dio ve ne scampi) rivolgetevi altrove.


E a proposito del fallimento di cui facevo cenno all'inizio, c'è sempre un «ma». Come sostiene Fabia Schoss, una delle mie prime Maestre, psicologa, psicoterapeuta e ricercatrice del profondo, quello che conta è fare le cose con una buona intenzione: non è detto che si ottenga quello che ci si prefigge, ma se l'intenzione è buona, ne è valsa la pena.

Insomma, il fallimento non si misura nella riuscita, come se fosse un'impresa o un business. Nella vita il marketing è un'illusione. Ma se avremo posto tante pietre di «buone intenzioni» sul lastricato del nostro percorso, non avremo vissuto questa vita per niente. Peccato che nessuna serie tv ci dirà mai se per noi è stato così o no.











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