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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Nell'accogliere la debolezza dell'altro, l'altro ritrova la sua forza

Sappiamo che non possiamo vivere la vita al posto degli altri. Eppure ci sono state (e ci sono) volte in cui mi ritrovo molto preoccupato per l'esistenza di una persona a me cara. Capita anche a voi, ne sono certo, perché quello che ho scoperto studiando tutta l'estate Yogasutra di Patanjali è che l'essere umano ha una mente specifica che ripete modelli e meccanismi, anche se con diversi intensità e colori. Siamo tutti pressoché fatti alla stessa maniera.


Allora vi dico cosa accade talvolta a me quando mi preoccupo per qualcuno. Mi spendo in mille parole, in discorsi, in ragionamenti, perché credo di vedere molto chiaramente che quella persona può farsi molto male, ma spesso accade che qualsiasi “prova” possa portargli/le non produce alcun effetto: allora mi nasce un senso di frustrazione che mi illude che se vivo la tensione per lui/lei qualcosa cambierà davvero». È un'alluvione di pensieri ossessivi: immagino le azioni che questa persona DEVE fare, perché “io so, io vedo, io conosco, io ho vissuto”. È come se tentassi una traslazione dell'anima (o di quel che volete voi) nell'anima (idem) di un altro, per impedire che faccia i tuoi stessi errori e che si faccia male. Un «io ti salverò» che piace all'ego.


Credo che di questa malattia soffrano e abbiano sofferto tutti. Se leggo alcuni dei cosiddetti “libri illuminanti” di tutte le fedi e religioni trovo lo stesso meccanismo, cioè - con le miglior intenzioni - un tentativo di forzare il prossimo a seguire il percorso che l'illuminato ha trovato ottimo per sé e tende ad assolutizzare (sì, è il famoso proselitismo): «Se non fai così, non ti salvi».

Il «Devi fare questo», il «Si fa così», producono - nel peggiore dei casi - qualche senso di colpa o di inadeguatezza e - nel migliore - un'alzata di spalle o un gesto di stizza. Conosco bene questi meccanismi.

Certo, chi ha visto la luce sviluppa anche un sentimento di amore nei confronti dell'umanità che lo spinge a consigliare comportamenti e tecniche, ma spesso gli manca la pazienza di aspettare che l'altro sia pronto. Spesso, cioè, nasce una frenesia spirituale che può spingere al giudizio. E col giudizio si esce dalla spiritualità e dalla luce.


La domanda è: può una persona uscire dai propri meccanismi mentali senza dover sentire per forza il dolore sulla propria pelle? Possiamo evitare la sofferenza altrui? Dipende. Ma abbiamo il dovere morale di fare sempre del nostro meglio perché è proprio quando ci impegniamo al meglio che accade l'inaspettato, l'insperato, che cambiano la vita, la prospettiva e il destino.


Penso ai ragazzi, soprattutto, spesso inconsapevoli e presuntuosi fino all'autolesionismo (perché nell'adolescenza l'irrealtà è più irreale). Ma penso anche a tante persone che vedo e ho visto rovinarsi la vita in rapporti malati o sterili, impantanati con mille motivazioni o scuse in paludi di zanzare e sanguisughe...

Ci sono stato anche io in quella condizione e c'era chi mi accusava di non avere abbastanza coraggio per uscirne. Era un po' così, ci vuole coraggio per vivere appieno una vita, ma occorre anche aspettare che il coraggio cresca nell'animo di chi lo cerca. E il coraggio - per quello che ho capito io - non è compiere atti esterni ed estremi, ma buttarsi nel proprio cuore e nel proprio inconscio, capire quello che ci stanno dicendo e seguirli.


Quindi no, non credo sia giusto arrendersi quando vedi qualcuno che si sta facendo del male con le proprie mani. Forse è un giusto sacrificio provare ad aiutarlo con tutte le forze, ma con modalità che debbano rispettare lui/lei e noi, che tengano presente dei tempi e della comprensione altrui. Che non sono i nostri. Posso assicurarvi che quando riesco ad agire così (e non come descrivevo all'inizio), non solo vivo meglio, ma qualcosa di diverso accade, le fratture si ricompongono, il messaggio arriva con più efficacia.

Nell'accogliere la debolezza dell'altro, l'altro ritrova la sua forza.


Non è un meraviglioso mistero? Quando usciamo dalle soluzioni preconfezionate della nostra mente, la meraviglia si fa strada nelle nostre vite. Forse è questa la vera fede? Di certo questo cambio di prospettiva porta a una tenerezza nuova nei confronti dell'altro e di se stessi, toglie dal giudizio e tramuta la speranza in certezza. Bisogna crederci? No, è esperienza e la formula è collaudata, quella che si allena sul tappetino yoga o nelle pratiche meditative: agire con impegno e dedizione. E lasciare che tutto accada.


Foto di Sabrina Rossi

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