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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Milano è diventata una città usa e getta

Aggiornamento: 30 mar

Ieri pomeriggio il Naviglio Pavese di Milano era quasi vuoto, non c’era acqua, e sul fondo si poteva vedere di tutto: bottiglie di birra, bottigliette di plastica, oggetti non meglio identificati. Tutto gettato dentro con l’indifferenza che sta condannando il mondo. Se vi capitasse di passeggiare sull’alzaia (si chiama così la strada che lo costeggia), non sarà strano vedere gente che fuma e butta il mozzicone della sigaretta nel canale. Come se non fosse cosa loro. Non provate a dir loro che quel mozzicone se lo mangerà a cena in un succulento pesciolino cucinato in uno dei centinaia di locali che sono sorti in questa specie di “bevificio” e “mangificio” in cui è stata trasformata questa città. Chiude un negozio di elettrodomestici? Ecco sorgere una piadineria. Chiude un orefice? Ecco spuntare una pizzeria da asporto.

 

Ormai le vie sono piene di questi improbabili locali con cibo a buon mercato in un quartiere che un tempo era popolare e non sempre ben frequentato, e adesso è diventato il dormitorio a caro prezzo e la mensa per studenti della Bocconi e dello Iulm provenienti da tutta Italia. Cosa sarà di questi ragazzi? Alla città – nelle sue sfere politiche – poco importa, l’importante è che mangino e bevano. Il resto si vedrà, un contratto a 900 euro al mese senza orari, una stanza in appartamento in coabitazione fino a 30 anni e più, l’aiuto di mamma e papà senza il quale non c’è presente, per non parlare del futuro...

 

Sul resto, buio più completo, nessuna prospettiva, nessun progetto. Poi si lamentano che i bei cervelli se ne vanno all’estero. E, sia chiaro, non è che qui restino gli stupidi, tutt’altro, ma chi può, e chi accetta il peso di essere lontano, fa bene ad andarsene, perché a Milano puoi al massimo mangiare e bere fino a tardi la sera. E difatti, non solo ogni giorno arrivano in città un milione di auto, ma nel weekend non sono da meno. Ah sì, il metrò che deve arrivare fino a Monza, già... Il sindaco nel 2019 lo annunciava, siamo nel 2024 e non c’è un cantiere. Si dice che arriverà tra 10 anni, ma nel frattempo? Ci sono i treni, vero, li uso spessissimo, il sistema degli «S», i treni regionali che transitano attorno alla città e portano in Brianza o verso Ovest, sono una manna dal cielo, ma chi convince i brianzoli a lasciare la macchina a casa per prendere il treno? Loro che prendono l’auto anche per andare a prendere il pane come i milanesi degli Anni 60? E poi dove sono i parcheggi che offrono un posto a queste auto negli interscambi?

Non parliamo della viabilità perché la proposta dei 30 all’ora ha fatto insorgere chi ancora si ostina a usare la macchina in città: i milanesi veri (per appartenenza, non per nascita) non usano la macchina perché all’interno del centro la città è ben servita e poi non è così grande e, se vuoi, puoi fare dei tratti a piedi. I trentenni vanno in bici e che ci sia un dio che li aiuti perché spesso le strade sono autodromi. Per ovviare, molti ciclisti vanno sui marciapiedi dimenticandosi di rallentare davanti ai negozi e mettendo a rischio i pedoni. E così i pedoni sono minacciati dalle auto che vanno troppo veloci (e non ci sono vigili che controllano, no, mai) e dai ciclisti che devono difendersi dalle auto. Chi mangia chi?

 

Questa è una città ferita, usata, mal governata, senza redini, gettata come quei mozziconi nel Naviglio. Ci sono senzatetto che dormono sui materassi sotto i portici delle banche e che vengono aiutati da decine di volontari ogni notte che fanno la ronda per la città. Ci sono belle anime in questo luogo che sta diventando sempre più invivibile per l’aria inquinata e il senso di insicurezza che si fa sempre più alto. Circolate pure, parcheggiate in tripla fila, vedrete raramente un vigile che lo impedirà. C’è un famoso meccanico che ripara le macchine sulla strada con sversamenti di olio, occupa gli spazi per i residenti, e nessuno gli dice niente. E poi il problema sono gli immigrati.

 

Ma che problemi hanno gli immigrati lasciati a se stessi, abbandonati nelle periferie dove non c’è verso che possano integrarsi perché dove sono i luoghi di aggregazione? Oggi molti dei razzisti che parlano di “noi e loro” erano “loro” negli Anni 60 e 70, appena arrivati dal Sud e come i “loro” di adesso emarginati nelle periferie. Dopo 50 anni i “loro” sono diventati “noi” anche perché, oggi, trovalo un milanese che sia uno: io stesso sono figlio di tre storie diverse, in me vivono Milano, la Provenza, Napoli e un bagaglio di tradizioni andaluse.


Tradizioni che emergono nei miei colori del cuore, il rosso, il blu, l’arancio, il giallo ocra, il violetto della lavanda. E nel mio sentirmi “loro”, nel vivere l’empatia per quelli che sono lontani da casa perché ci si sente persi lontano da casa e l’unico modo per superare la nostalgia di casa è stringersi alle proprie tradizioni: quando per un periodo anche io sono emigrato, avevo una cartolina del Naviglio sulle pareti, una foto che conservo ancora e che vedete qui.

 

Dire che la Milano di quando era bambino, quella della cartolina, non c’è più è lapalissiano. Neppure io sono quello di allora. Il momento di svolta però è stato l’Expo, quando la città è diventata accogliente, bella per i turisti, e i Navigli sono diventati affollati a tutte le ore e all’improvviso sono sorti B&B ovunque. Parlavo l’altro giorno con un’amica di Madrid e mi ha detto che lì è la stessa cosa. Vero, dopo Natale nella Calle Gran Via madrilena ho provato un attacco di panico dal numero di turisti che affollavano la via delle griffe. Assurdo.


City Life “si fa strada” tra le guglie del Duomo.

Ma è anche difficile lasciare questo mostro che nutre e fagocita. Per andare dove? La “provincia” (generalizzo, perdonatemi) ha spesso gli stessi difetti senza averne i pregi. Vivere nei piccoli paesi non è semplice se lavori in città perché ti trasformerebbero in uno del milione che usa l’auto. E questo è il segno più grande di una città che ha pensato di abbellire il centro («Milano è diventata proprio bella», dice chi non l’amava 30 anni fa) senza progettare il futuro e neanche il presente. Si pensa a costruire case per ricchi, grattacieli per uffici, peraltro in un mondo che spesso adotta lo smart working per alcuni lavoratori. Una città che ha cercato di mettersi al pari delle capitali europee ed è rimasta indietro dal punto di vista progettuale.

 

Chi vive a Milano, chi ci è nato e chi ci è arrivato, non solo non ha il diritto di usarla e gettarla, ma non merita neppure di essere usato e gettato per il profitto di pochi. Chi viene qui e vive col mito dell’apericena e dei luccichii di Corso Como, si scuota da questa allucinazione: non sarà questo il suo futuro e quello dei suoi figli, ma il creare luoghi di aggregazione popolari, laboratori di pensiero e di azione, circoli culturali che portino fuori da Netflix, piccoli eventi che sottraggano da quelli più costosi e che portino una ricchezza che gli stadi e i grandi teatri spesso non danno. Una città pensata per la gente e sottratta a coloro che non pensano al bene comune. E che questi si mettano il cuore in pace: la scomodità di pochi vale il bene di molti. Una città che va nelle periferie non solo con le volanti della polizia, ma anche con luoghi di partecipazione apolitici e aconfessionali. È necessario costruire il milanese di domani. È necessario piantare alberi cresciuti e non i fuscelli che – se sopravvivono – daranno l’ossigeno tra 30 anni, pensare a spazi verdi e non solo alle case per ricchi (repetita iuvant). Ed è necessario che il milanese di oggi si apra all’oggi e qui entra in gioco la consapevolezza: chi sei tu, chi sono io, oggi, come mi posso inserire in un progetto simile, come posso aprirmi a progetti che non contemplino il profitto, ma un profitto umano e di scambio di energie… C’è un lavoro da fare su di sé, innanzi tutto, perché solo dei cittadini consapevoli potranno cambiare il volto di questa città tanto amata, ma che a molti non piace com’è diventata.


Milano, uno sguardo sul futuro.



 

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