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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Lasciarsi andare per non perdersi mai

Ma, esattamente, che cosa abbiamo bisogno di sentirci dire per stare meglio? Quali spazi non sono stati ancora presi dall'ego che continua a illuderci di essere al centro di ogni cerchia che frequentiamo? Quanto abbiamo bisogno di ripetere «Lei non sa chi sono io!» e di difendere questa presunzione fino alla violenza verbale e fisica? Non sembra esiste un limite a tutto questo. Ma non andiamo a prendere Putin, guardiamo al nostro quotidiano. Guardiamoci allo specchio.


Ignorare le strattonate dell'ego è quasi impossibile. La paura è che se si molla, se si lascia perdere, assieme all'ego si perda anche la dignità, il diritto, le conquiste sociali e personali. Quando mi accade, è questo schema di difesa che prevale, anche se il risultato è un malessere profondo, una sensazione di essere usurpato, “malmenato”, trafitto, ignorato. E, poi, di rischiare di usurpare, “malmenare”, trafiggere, ignorare.


Stavo rileggendo alcuni appunti della mia formazione yoga e alcune riflessioni illuminanti del mio maestro, Antonio Nuzzo, che mettevano in evidenza proprio questi meccanismi; la mente che ci proietta l'idea che noi siamo l'ego, io sono in quanto «cogito». Non so se esista una terapia comportamentale o psicanalitica che possa farci uscire da questa illusione, che nello yoga si chiama «avidya», nescenza. È il non sapere, l'ignorare, che l'ego non è il vero io, non è il «sé» ci cui parlavamo la scorsa settimana.


Quello che nella mia formazione ho imparato è che bisogna ingannare l'ego per superarlo e questo avviene sul tappetino. Quando la mente è forte (la tua non è più forte della mia, e viceversa: abbiamo tutti delle menti potentissime) l'unico modo per far volgere lo sguardo è agire con un triplice attacco che fa parte della stessa strategia: il respiro, l'asana, la consapevolezza in asana.


Muoversi fa bene, ma camminare e stare in asana non producono gli stessi effetti; né stare davanti a una finestra a osservare la natura; né meditare per ore dimenticando il corpo. Abbiamo un corpo, una mente, due polmoni e questi tre elementi dei diversi corpi concorrono insieme a mutare questa prospettiva (corpo, mente e polmoni corrispondono ad annamayakosha, manomayakosha e pranamayakosha che sono tre dei cinque kosha, i corpi dello yoga: gli altri due sono vijnanamayakosha, l'intuito, e anandamayakosha, la beatitudine).


C'è di buono che si può anche non credere a questa teoria perché lo Yoga non è una fede. Lo Yoga è esperienza, si prova all'infinito finché qualcosa appare. Ma non appare come un disegno o una foto, non ci sono “visioni fisiche”. Appare come un'intuizione, si intuisce un «quid» ed è un “pensiero” così sottile che se si prova a fermarlo, a impadronircene, fugge via, come avviene quando appare quel puntino luminoso al centro della palla bluastra circondata da un'aura dorata che qualcuno può vedere durante la meditazione. Me lo diceva Paul Whitehead, l'artista delle copertine dei Genesis, davanti alla tomba di Paramahansa Yogananda qualche anno fa: «Qualche volta mi appare l'occhio spirituale, ma appena cerco di fissarlo, sparisce».


Questa esperienza è quella di molti, anche la mia, e ci fa capire molte cose. La prima è che il frutto dell'intuizione non è materia, non è un pensiero, e quindi non si può afferrare e tenere e fare crescere come avviene con i pensieri. L'intuizione è un'emanazione del sé, dell'atman, e come tale è un dono. Un dono di cui possiamo fruire quando lo mettiamo nelle condizioni di emergere. E cioè con il silenzio, l'immobilità in una posizione (seduta o altra), l'osservazione del respiro, l'esercizio di consapevolezza che porta all'espansione della coscienza. Senza l'immobilità in asana avremo bellissimi pensieri, ma la buddhi, l'intuizione, difficilmente sarà illuminata dal Purusha, dall'Atman, dall'Energia dell'Universo, da Dio, chiamatelo come volete.


Ho sperimentato questa cosa tantissime volte su di me e anche su allievi che dichiaravano un'incessante attività mentale. Funziona. Ed è il motivo per il quale ogni mattina mi metto seduto immobile nel silenzio a respirare e a fissare il mio sguardo su brumadhya al centro tra le sopracciglia. Non per migliorare il mio pessimo carattere. Né per sviluppare pazienza, sopportazione, amorevolezza che la sola volontà non potrebbe mai farmi ottenere. Solo per attendere che qualcosa trasformi in modo silenzioso il mio sguardo interiore. E che poi questo faccia emergere questo «quid». Forse dovrei usare la maiuscola, «Quid», perché più ci penso e più questo dono somiglia tanto all'amore universale, profondo, infinito, caldo, accogliente, che nulla chiede e tutto offre.

Come statue che respirano. Alcune opere nella vetrina di un negozio d'arte di Venezia.








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