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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Gli altri ci aiutano a capire chi siamo

Aggiornamento: 12 set 2023

«Questo da dove nasce?». Questa domanda usata in tono dispregiativo circola negli ambienti dell’alta società, viene talvolta pronunciata quando un nobile incontra uno di noi, comuni plebei. È una domanda atroce che esterna un disprezzo per l’altro e una profonda ignoranza di sé.


Siamo nati tutti nello stesso modo, solo che sul “perché siamo nati proprio qui, in questa famiglia, in questo continente” si potrebbero aprire ampi dibattiti. Ognuno ha la propria credenza, ne ho sentite diverse, devo dire che sono piuttosto scettico al riguardo. Non ho alcuna risposta, ma so - sappiamo - che per un motivo misterioso moltissimi di noi sono molto fortunati a essere nati in Europa e a vivere in un modo più o meno agiato, mentre per lo stesso mistero ci sono bambini, donne e uomini che vivono in condizioni terribili.


Mia figlia appena tornata dalla Colombia mi ha raccontato dei bambini di Cali che all’imbrunire seguono i camion della spazzatura, ci si tuffano dentro e riemergono con qualche oggetto che sanno di potere vendere alle riciclerie. Esempi di questo genere ce ne sono tantissimi. Su Netflix c’è un film meraviglioso, Lion, che racconta di un bambino di 4-5 anni rimasto solo nella notte in una stazione ferroviaria della profonda India che solo per fortuna o casualità ha potuto essere adottato e non è finito in un inferno ancora peggiore.

Ma quelle realtà esistono e non ne vogliamo sapere e c’è perfino chi pensa a blocchi fantasiosi perché nemmeno la guerra ha mai impedito i flussi dei popoli. Se io oggi fossi in Africa, senza cibo e senz’acqua, farei carte false per venire in Europa, e voi?


Ma noi siamo qui. E non abbiamo neppure capito chi siamo davvero.


Pratichiamo lo yoga, alcuni sono capaci di posizioni mirabolanti, altri di meditazioni di 6 ore, altri di capacità di insegnare o di creare realtà spiritual-imprenditoriali di grande valore. Ma nessuno di queste persone, nessuno di noi, è davvero ciò che crede di essere.


Spesso ci illudiamo di essere quello che possediamo. Il senso dell’io (ahamkara in sanscrito) nello yoga non è esattamente il sé, cioè quel nucleo unico e straordinario che probabilmente ci portiamo in giro per l’universo da millenni, e che in ogni incarnazione (per chi ci crede) prende forma e sostanza differenti nel tentativo durissimo di liberarci e di librarci in uno dei paradisi inventati dagli uomini.


Ma “il senso dell’io” è spesso ciò che possediamo: una laurea, una casa, uno status sociale, un titolo nobiliare, un riconoscimento social. In una parola (sanscrita) asmita, l’illusione dell’ego, la seconda causa di sofferenza secondo Yogasutra.


Allora chi siamo noi? È una bella domanda da porre all’inizio di questo anno lavorativo. Forse potrebbe essere la spinta per iniziare un percorso nuovo, un sentiero che consenta di poggiare per terra i nostri pesi e di cambiare la prospettiva con cui guardiamo a noi stessi e al mondo.


E se comprendiamo che non siamo quello che possediamo o quello che rappresentiamo nella società, potremmo anche permetterci di sviluppare l’empatia, potremmo accorgersi del bisogno dell’altro. E accorgersi che abbiamo bisogno dell'altro per capire chi siamo davvero.


Vedete quante connessioni con le fasi e le situazioni della vita reale? In famiglia, tra partner, con i propri figli: «di cosa hai bisogno tu, nel profondo?», «come posso aiutarti in questo momento». Quando si esce dall’«io-io-io», dal «mio», dal bisogno di possesso, si scopre una parte mai incontrata di noi.


Non sto facendo un discorso “pauperistico” o di mortificazione di sé. Quello è un atteggiamento che non porta felicità né a sé né agli altri. Sto parlando di altro. Per esempio, di cambiare il punto di vista sull’altro, di uscire dal «si fa così» per esplorare nuovi modi di fare. Di abbandonare modalità acquisite, abitudini di pensiero e di vita, per provare a sperimentare punti di vista altrui, a indossarli come un abito che all’inizio sembra stretto o largo e poi si scopre che calza benissimo e che risolve un mare di problemi.

Scoprire nuove modalità di pensiero è possibile anche - e forse soprattutto – quando ci si mette nei panni dell’altro, nella pelle dell’altro. Allora si comprende che tra te e me il confine è labile, che siamo neuroni di un grandissimo cervello, atomi di un’anima che si chiama «Universo» (Brahman, il Dio silente del Vedanta) e che ci contiene tutti.


Allora la domanda «Da dove nasce?» diventa più offensiva per chi la pronuncia che per chi la subisce. Siamo nati ai confini di Andromeda, alle porte di Orione, oltre le porte della Via Lattea. E tutto questo è racchiuso in ogni singola cellula di noi.



Abbé Pierre contro Jean Paul Sartre: «L’inferno è sé stesso escluso dagli altri» (sullo sfondo, l'autore).

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