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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Qualunque cosa NON fai, sbagli

Aggiornamento: 4 apr 2023

Siamo pellegrini di un percorso a ostacoli in cui non possiamo non errare


Conoscete tutti quel modo dire «Comunque fai, sbagli». Fa parte dell’azzardo della vita. Lo sai sempre, certo, ma te ne accorgi solo quando la scelta fatta non va a buon fine. E allora partono le recriminazioni, i «se avessi fatto», i «non avrei dovuto fare questo o quello», e i «senno di poi» di cui – come si sa - son piene le fosse.


Ora, questo ragionamento potrebbe apparire la fiera della banalità, se non fosse che superata un’età critica (per chi 40, per chi 50, per chi 60), il senno di poi diventa un pensiero ricorrente.

Quando scatta l’età critica i conti non tornano mai, oppure la matassa perde il suo bandolo o la vita presenta i suoi conti. E ti accorgi che qualsiasi “preventivo” era sbagliato o relativo o non teneva conto di una variabile, proprio quella che non si era considerata.


Il concetto di «variabile» mi ha sempre affascinato. Ricordo una volta in cui dovevo fare un servizio di cronaca molto leggero: un’anziana torinese si era buttata nel Po per tentare di salvare il suo barboncino, ma non ce l’aveva fatta e aveva anche rischiato di annegare. La Stampa aveva dato molta enfasi alla storia e il mio direttore, Paolo Occhipinti, mi mandò a Torino con l’ordine: «Comprale un barboncino». Ora, non è come dirlo. Il negozio di cani era stato perentorio: «Se lo compra, non me lo riprendo». Come avrebbe reagito la signora? Io un cane non lo volevo proprio. Così optai per un bellissimo mazzo di fiori e mi appostai di fronte alla casa della signora. Quando la vidi arrivare, mi presentai, lei mi sorrise e mi invitò a entrare in casa dicendomi: «Ma cosa me ne faccio dei fiori? Se m’avesse portato un cane sarei stata proprio contenta». Non ci volevo credere. Il fotografo e io girammo i tacchi, tornammo al negozio e regalammo un cane e il sorriso a quella signora così dolce e coraggiosa. Vi risparmio la fotografia che aveva una buona dose di comicità e per la quale i miei vecchi colleghi ridono ancora oggi.


La variabile mi aveva portato davanti a una scelta che era assolutamente imponderabile. Ho fatto la scelta giusta che poi si è rivelata in parte errata, ma che teneva presente alcuni fattori, tra i quali il rispetto per un animale che in caso di rifiuto avrebbe avuto un futuro incerto, ma anche il rispetto per una signora sconosciuta che non volevo si sentisse invasa nella sua privacy.

Ecco, le variabili in una scelta sono molte. Le domande che stanno dietro la scelta possono tenere conto dell’hic et nunc, ma anche di un futuro che è sempre possibile, talvolta probabile, ma mai certo.


Poi c’è l’altra faccia della medaglia e quel detto si potrebbe cambiare così (con una leggera sgrammaticatura): «Qualunque cosa NON fai, sbagli». E qui crollano tutti i teoremi e si svuotano le “fosse del senno di poi”.

Prendiamo il caso in cui s’inizia un impiego o una relazione. Chi ci dice che sia quello o quella giusta? Come possiamo chiedere alla scelta di oggi, una certezza sulle variabili del domani?

Certo, in età matura, con l’esperienza, si imparano a riconoscere i segnali e allora, talvolta, è più semplice orientarsi (anche se non sempre si ha il coraggio di seguire l’intuito). Ma quando ti trovi alla famosa «età critica» e ti guardi indietro, che senso ha recriminare sulle scelte fatte? Avremmo potuto non farle? Con il nostro background culturale, con la nostra educazione o formazione, con il nostro carattere di allora, con i genitori che abbiamo avuto?

E se non le avessimo fatte, se non avessimo sposato questo o quel partner che poi ci ha lasciati o che abbiamo lasciato, chi ci assicurerebbe che avremmo trovato la persona “giusta” per noi? E che la nostra vita sarebbe cambiata in meglio? Per anni ho recriminato su scelte fatte da giovane e poi la vita mi ha mostrato degli epiloghi drammatici che la vita mi ha risparmiato.


Insomma, per chi ha raggiunto questa famosa età critica, questi ragionamenti non sono affatto banali, soprattutto quando hai visto crollare i tuoi sogni di ragazzo che sognava una vita di armonia, di gentilezza, di collaborazione, una famiglia unita e gioiosa, e poi le cose non sono sempre andate nel verso giusto e non avresti mai voluto fare del male a nessuno e non lo vorresti neppure oggi e invece... Un conto sono i sogni e un conto è la realtà. Non si può vestire la realtà di sogni.


Temo che alla base delle recriminazioni sul passato si nasconda un delirio di onnipotenza basato sull’irrealtà di sé e della vita stessa. Siamo pellegrini di un percorso a ostacoli in cui non possiamo chiederci di non sbagliare, perché sono gli errori a costituirci per quello che siamo oggi. Perché ci si può dispiacere per le scelte sbagliate e per il male fatto, ma qualsiasi altra scelta avrebbe portato sofferenza a sé e agli altri in altro modo; qualsiasi scelta porta sempre un discrimine: noi, le nostre caratteristiche, le esperienze e le scottature pregresse, la casualità, più le caratteristiche e le esperienze e le scottature altrui...


È impossibile non fare mai del male a nessuno, non deludere mai nessuno, accontentare tutti. Viviamo sulla nostra pelle e sulla pelle del nostro vicino il concetto di relativismo che infastidisce le religioni perché sfugge alle presunte certezze dogmatiche. Nulla è certo, men che meno il passato di un mondo parallelo e irreale. Del doman non c’è certezza, e neppure del «passato che non c’è stato».


Che fare, allora, se non provare a dare il meglio oggi con l’umiltà di chi sorride alla vita e a ciò che può donarci in questo giorno? Che soluzione abbiamo se non offrire all’universo tutti i nostri errori e il male commesso? Non sconterà la sofferenza che abbiamo procurato ad altri, certo, ma l’alternativa a questo sarebbe stato non vivere e non fare. E il cielo sa quanto male avremmo fatto in questo modo.


Errori, illusioni e cruda realtà. (Installazione in un parcheggio di Lione).






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