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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Lo Yoga e la sottile seduzione del benessere e del corpo

È quasi mezzanotte, ho appena finito di leggere Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov, un libro terribile e meraviglioso, e riflettevo su quali siano le grandi tentazioni di oggi. L'opera è una straordinaria metafora che racconta come sia semplice per il demonio comprare l’anima dell’uomo, come abbia gioco facile nel promettere e fare ottenere l’amore, il successo, il piacere, la ricchezza; è un atto di accusa della visione materialista e nello stesso tempo della feroce e censoria dittatura staliniana.

Bulgakov sapeva che c’è qualcosa cui l’uomo tiene più della propria stessa anima: il proprio corpo. Iniziamo da piccoli a cercare il piacere nei giochi e nei chupachups e finiamo da adulti sedotti dalle possibilità che chirurgia plastica, body building e affini offrono. Se vi dicessi che anche lo yoga fa parte di questi “affini” non vi dico niente di nuovo, lo so, almeno tra i lettori di Rispirazioni questo è chiaro. Ma non starò qui a stigmatizzare chi entra in questa sorta di confusione perché ognuno ha il suo percorso da fare. E poi vi confesso che qualche mese fa ho avuto un’esperienza che mi ha fatto comprendere il meccanismo.


Come allievo di Antonio Nuzzo e Willy Van Lysebeth per me lo yoga è da sempre un terreno di incontro con il subconscio e l’inconscio e una via spirituale che mi collega al divino.

Nonostante le mie disabilità superino le mie abilità, talvolta sono stato comunque tentato di mettere alla prova il mio fisico. La prima volta – l’ho già raccontato – sono rimasto fermo per un anno e mezzo per una infiammazione allo psoas; la seconda (grazie al fatto che avevo già fatto esperienza), è andata meglio, ma ho imparato qualcosa di più importante. Alcuni mesi fa, infatti, ho frequentato una lezione di “yoga moderno”, estremamente fisico e aerobico, impegnativo per me e non solo per me; ho portato a termine l’ora e mezza stabilita e alla fine, sudato e soddisfatto per aver tenuto testa a giovanissimi affannati, ho ripreso il treno per tornare a casa. Stavo benissimo. Sentivo il respiro libero, un rilassamento pieno. Avevo sudato, sgambettato, mosso tutti i muscoli. Sì alla fine ci hanno fatto recitare tre «Om», ovvio, eravamo a yoga del resto…

Ci vuole poco per confondere le idee anche al più preparato degli aspiranti yogin: basta sentirsi bene, dimenticare per qualche ora i pensieri (e l’esercizio fisico lo fa, ma è un'illusione momentanea) ed eccoci proiettati nel cuore dello yoga moderno. Eccoci nella confusione di chi pensa che «yoga» sia una pratica per stare bene.

Insisto con questo concetto perché è una questione sempre più urgente e ho capito che è facilissimo caderci e confondersi. È proprio questo il tema del metodo di Patanjali, è l’inganno che ci porta a prendere lucciole per lanterne, è la famosa avidya, la nescenza, la confusione che è generata dalla percezione erronea e dall’illusione. Quindi quando ci cadiamo non siamo stupidi, siamo semplicemente esseri umani.


Ispirati da un diabolico simil-Woland (cioè il diavolo di Bulgakov) siamo propensi a separare invece che a unire («diavolo» ha proprio la radice del verbo greco «dividere») e quindi ci identifichiamo con ciò che sta al di fuori di noi perché è più semplice, è più ovvio, è più immediato. Altro è lavorare per unire la visione interiore e comprendere che il corpo è un mezzo, non un fine, che sentire i frutti dell’aerobica al termine di una lezione non significa che stiamo andando nella direzione di interrompere i pensieri ossessivi della mente (nirodha).


«Yoga» è un metodo e perciò di per sé non dà il benessere, ma nel seguire questo metodo saremo sollevati dalle sofferenze future, secondo la promessa di Patanjali in Yoga Sutra. Tuttavia quando parla di «sofferenze» non sta parlando di tensioni cervicali: sta parlando della paura della morte, la più atroce tra le cause della sofferenza umana, figlia di quella nescenza, di quel non sapere chi siamo davvero. E perché siamo al mondo.


Ma il corpo è più forte. Tutti i grandi santi mettono l’accento sulla forza di volontà perché hanno sperimentato che il gradino è lì. Lo stesso gradino che ci impedisce di alzarci un quarto d’ora prima la mattina per fare un minimo di pratica. Posso assicurare però che quando si fa il primo gradino, poi è una passeggiata. E in questo sta la risposta alla grande tentazione del corpo: non è importante che ne restiamo sedotti, questo capita a tutti, ma quello che non capita a tutti è accorgersi dell’inganno. Quando accade non è mai troppo tardi, anzi, dopo che si è fatta l’esperienza avremo qualche grammo di saggezza in più. Almeno fino alla prossima tentazione.


Foto di Merlin Lightpainting da Pixabay.



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