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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Ti senti in gabbia? La tua gabbia è aperta

Aggiornamento: 27 giu 2023

In questi giorni torna spesso nella mia giornata il tema della gabbia. Quando ero piccolo a Milano c’era uno zoo in cui animali feroci erano costretti in spazi così piccoli, che il pensiero mi angoscia ancora. Da ragazzino ho anche avuto un piccolo acquario e godevo dell'acqua illuminata e di quei pesci che nuotavano davanti a me. Oggi non potrei più, quando ne vedo uno provo la stessa angoscia del vedere un leone dietro le sbarre.

In mezzo, tra lo zoo, l’acquario e la mia angoscia c’è stato il Covid e il momento di straniamento, di angoscia, di chiusura delle emozioni e dell’intuizione che ho provato dopo il primo mese di reclusione. Ero chiuso in una gabbia accanto ad altri umani chiusi in gabbie. In uno zoo di homines sapientes.


Poi il confinamento è terminato, ma guardando la mia mente e le reazioni dei miei vicini è come se avessi continuato a vedere quelle gabbie. Vedo le sbarre, alcune dorate, alcune d’acciaio, la maggior parte di cartone. E, dentro, homines sapientes angosciati a loro insaputa. Talvolta, dentro la gabbia, vedi un homo sapiens che strilla contro un altro perché non si libera della sua gabbia. Altre volte sono io che predico di liberarsi della gabbia altrui e me ne vergogno appena me ne accorgo. Vedo homines illuminati con un volto beato che appena vengono contraddetti sfoderano un ghigno - se va bene - o lanciano un urlo rabbioso.

Siamo donne e uomini in gabbia che spiegano agli altri che dovrebbero liberarsi della loro gabbia. E, appena se ne liberano, diciamo loro che però, no, così non va bene, dovrebbero fare in quest’altro modo, e cerchiamo di rimetterli in una gabbia diversa.


Non siamo meravigliosamente ridicoli? Se qualcuno si fosse imbronciato o offeso, non me ne voglia. Il primo a ridere di me sono io. Ma non è una risata sarcastica. Al contrario, è un sorriso di tenerezza. Siamo così imperfetti, così limitati.


Le sbarre delle nostre gabbie si chiamano «idiosincrasie», la «ripugnanza esasperata» nei confronti di un atteggiamento, di un’abitudine, di un modo di affrontare la vita e le cose. L’idiosincrasia porta rigidità nella mente, nei muscoli, nelle viscere, nei rapporti, nelle relazioni accidentali e di lungo termine. Come possiamo accogliere, se non accogliamo con un sorriso la consapevolezza del nostro limite? Come possiamo pretendere di non essere giudicati se giudichiamo le azioni degli altri con un «bene» o un «non bene»? «Bene» se rispondono alle nostre paure, alle nostre abitudini, al nostro modo di pensare, alla nostra “gabbia”; «non bene» tutti gli altri e che si adeguino sennò sbagliano. Non è così?


Ieri qualcuno diceva che la sua insegnante di yoga, quando insegna, urla. Non mi meraviglia. Ho conosciuto monaci zen isterici, cristiani razzisti, buddhisti tibetani violenti. Quando si perde il senso del limite, si dà il peggio di noi stessi.

Quando ci concentriamo sul particolare perdiamo il senso del Tutto.

Quest’ultimo insegnamento mi è stato dato dal mio maestro di Yoga, Antonio Nuzzo: nelle settimane di studio a Caprese Michelangelo, ogni mattina ci porta in un boschetto dove tiene la sua lezione di teoria. Lì mi ha mostrato per la prima volta questo concetto che qui riassumo a grandi linee: «Guardate questo bosco alle mie spalle: è un miracolo della natura. Ma, se vi inoltrate, troverete rami spezzati, fiori appassiti, insetti poco piacevoli, fogliame ovunque. E la magia del Tutto, scompare».


Il meraviglioso «boschetto degli insegnamenti» di Caprese Michelangelo (Arezzo).

È per questo che sono stati creati i giardini all’italiana e quelli all’inglese? Belli, bellissimi, che però hanno un prezzo: il salario del giardiniere che deve avere un’ossessione maniacale per il particolare. Ma può un bambino giocare a palla in un giardino all’inglese? Il padrone di casa urlerebbe come un ossesso! Ecco, non è la stessa cosa che avviene quando qualcuno entra nel nostro giardino e scompiglia le foglie? Non perdiamo il senso del Tutto perché si spezza un’idea, una consuetudine, un modo di vivere? Come facciamo ad accogliere qualcuno se siamo chiusi nella nostra gabbia di perfezione?


Questa riflessione è stata la più importante nel mio ultimo anno di vita ed è la mia “meditazione” quotidiana, continua, che accompagna ogni gesto e ogni post-reazione. Ma non come giudizio, perché in questo caso la condanna sarebbe scontata. Come osservatore. Questo atteggiamento, dell’osservazione, ha cambiato il mio stato d’essere. C’è stato un lungo periodo in cui, quando ero sul palco a suonare, anche quando il risultato finale entusiasmava qualcuno, il mio pensiero severo andava solo alla mia nota sbagliata, al mio errore con la chitarra. Uno o due errori inficiavano, a mio parere, tutta la performance. E questo, nonostante i miei sforzi, non mi esimevano a futuri errori che, implacabili, si ripresentavano al concerto successivo.

Quanta energia sprecata.


A un certo punto ho compreso che il mio allenamento non era più sul manico della chitarra, ma nella mia testa in relazione con il prossimo. Che lì potevo misurarmi col mio giudizio che… giudicava il mio atteggiamento di prigioniero di me stesso.

Ho capito che il terreno è la relazione, anche la più difficile, con le persone che amo. Perché se esco dall’attesa che l’altro risponda alle mie aspettative, tutto cambia. In me. L’altro allora diventa un incontro col Tutto e questo incontro può insegnarmi molto su me stesso: sono così importanti le mie idiosincrasie, le mie convinzioni, le mie abitudini? O è più importante il Tutto che emerge dalla persona che ho davanti e che forse può insegnarmi qualcosa che non vedo? Sono così importanti i miei errori o dare loro così tanta importanza non è altro che il trionfo ipocrita dell'ego? Nessuno di noi è assoluto e perfetto, lo ripetiamo mille volte, ma quando impareremo a viverlo? Non è forse vero che se smettessimo di pretendere la perfezione in noi, smetteremmo di giudicare e ci affideremmo sereni al Tutto? Non è questa la sfida più grande della vita? Per me, per la mia vita, sì.

Paramahansa Yogananda chioserebbe così: «Impara a vedere Dio in tutte le persone, a qualunque razza o religione appartengano. Quando comincerai a sentire che ogni essere umano è parte di te, saprai cos’è l’amore divino, non prima» (da La legge del successo, Self Realization Fellowship Pub.). What else?



P.S. Ah, volevo darvi una notizia certa: la gabbia in cui siamo tutti rinchiusi è aperta. Lo è sempre stata, ma ora lo sapete tutti.


La gabbia è aperta. Foto di Joe da Pixabay.


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