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  • Immagine del redattoreElia Perboni

Il rito di Carlos Santana, il chitarrista che suona con gli angeli

La musica come rito, incontro con la gioia, ispirazione, trasmissione di onde libere, vibrazioni, ritmi, energie, scorribande felici in mondi diversi ma anche unione: Carlos Santana, icona planetaria di un suono universale da oltre cinquant’anni fonde jazz, blues, musica mariachi e rock. Il leggendario chitarrista, che nel suo suono meticcio ha trovato in realtà un profilo sonoro subito riconoscibile e originale, cerca da sempre il senso di connessione e il legame primordiale tra la musica e le nostre emozioni più intense.


«Circa quindici minuti prima dell’inizio di un concerto andiamo dietro le quinte: qui meditiamo, visualizziamo e facciamo la nostra richiesta agli angeli. Per includere il pubblico, entriamo in scena annunciando che è una grande gioia essere assieme a loro, un atto di condivisione del grande dono della musica».

È la conferma che Carlos Santana ha sempre al centro l’aspetto spirituale nel suo vivere, uno sguardo interiore che ha attraversato la sua arte, un mondo profondo, magico e affascinante ben raccontato nel recente docu-film a lui dedicato e presentato in anteprima al Tribeca Festival di New York e ora anche in Italia: Carlos: il viaggio di Santana. È una narrazione fatta di testimonianze, quelle della sua famiglia, il ricordo del padre musicista, dell’industria dello spettacolo, scorci inediti di questa leggenda musicale nata in Messico, vincitore di 10 Grammy e protagonista con il suono della sua chitarra di straordinari album suite ma anche interprete di successi che lo hanno fatto conoscere a una platea immensa e trasversale: da Samba pa ti a Oye como va sino a Black magic woman, Europa e Corazon espinado.


Il film mette in luce le tante sfaccettature sonore di Santana legate dal filo di una ricerca, non solo artistica, che lo ha portato a riflettere soprattutto sull’incontro tra la filosofia orientale e la cultura occidentale.

«Mi ricordo che da bambino mia mamma mi parlava di spirito e anima e quelli non invecchiano, sono immutabili, non puoi romperli, piegarli o infettarli. E se passi gran parte della giornata con loro, quando arrivi a 70 anni senti di averne ancora 7. Percepisci la sete di avventura, hai gli occhi ancora puri e innocenti», ha raccontato Santana.



I primi frame significativi della sua vita musicale ci mostrano un palco, quello di Woodstock, nel 1969, sul quale i Santana offrono una performance esplosiva. Dovevano esibirsi la sera ed erano tutti in pieno trip di mescalina per sopportare la tensione della lunga attesa quando, per un cambio di programma improvviso, alle due del pomeriggio, vengono chiamati sul palco. Carlos è sotto il pieno effetto dell’allucinogeno, ha paura di non farcela, sente la chitarra come un serpente che si divincola. Riesce a domarla e il risultato sono i 10 minuti di estasi mistica di Soul Sacrifice.



Ma non solo, quel palco diventa lo snodo tra il mondo hippie con le droghe consumate “per aprire le porte della mente”, e lo sguardo a Oriente, all’induismo per un diverso percorso atto a espandere la coscienza. Lo sottolineano proprio a Woodstock le parole di Swami Satchidananda che apre il festival.




Comincia per Santana un viaggio sempre più spirituale. Nel 1972 Carlos resta affascinato dalla musica fusion della Mahavishnu Orchestra creata dal chitarrista John McLaughlin e nasce un legame che lo porterà a incontrare il primo maestro, lo stesso di Mc Laughlin: Sri Chinmoy.

Nel 1973 come discepolo Carlos prende il nome di Devadip, ovvero «lanterna e occhio di Dio». Il risultato di questo incontro musicale e spirituale è Love, Devotion, Surrender che è soprattutto un tributo all’arte del jazzista John Coltrane che, ricorda Santana, «è tuttora uno dei più grandi musicisti di questo secolo. Il suo stile sembra davvero mettere il guinzaglio al diavolo. Il suo dono viene direttamente dalla mente di Dio, ed è molto potente».



L’incontro di Santana con nuovi maestri spirituali, la sua continua ricerca, portano quale risultato capolavori come Caravanserai, un disco pregno di filosofia, una sintesi mistica tra Oriente e Occidente dove il maestro ispiratore stavolta si chiama Paramahansa Yogananda. Già il titolo dell’album, che tradotto significa «caravanserraglio», è nato dalla lettura di Autobiografia di uno yogi. E all’interno dell’album c’è proprio una frase di Yogananda: «Il tuo corpo si fonde nell’universo. L’universo si fonde nella voce senza suono. Il suono si fonde nella luce che risplende ovunque. E la luce penetra nel cuore della gioia infinita».

Ed eccolo, sul tema, il Santana-pensiero: «Tonalità spirituali esistono a tutti i livelli di ogni arrangiamento musicale, se quest’ultimo nasce da un processo di pensiero che le attira. Il punto è cosa stai pensando mentre suoni la canzone; così arriva il divino».


Carlos Santana, 76 anni, come Bob Dylan, è perennemente in tour e sul palco continua a portare la forza visionaria dietro un’arte che trascende i generi ma anche i confini generazionali.

In lui presente sempre anche l’idea della condivisione e il pensiero per gli altri: assieme all’ex moglie, Deborah King, Santana ha fondato anni fa l'organizzazione non profit «The Milagro Foundation», che fornisce aiuti finanziari in tutto il mondo per l'istruzione e la salute dei bambini.

In lui, sempre, l’attenzione agli altri, con una ricerca interiore che è andata in varie direzioni come la sua musica, tanti incontri ma nessun steccato e un pensiero che li condensa tutti: «La mia spiritualità oggi è tutte le religioni assieme e nessuna di loro allo stesso tempo».






















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