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  • Immagine del redattoreElia Perboni

Ravi Shankar, l'amico di Harrison che suonava per Dio

Aggiornamento: 22 ago 2023

Woodstock lo rese famoso, ma lui la odiava. Perché per lui suonare era meditare


Ci sono uomini destinati a unire mondi, a far da ponte tra Oriente e Occidente, a innestare come una talea una cultura diversa in un luogo distante e a generare un cambiamento, un pensiero nuovo.

Il primo nome, per me, ma anche per la storia, rappresenta un ponte spirituale: Paramhansa Yogananda. È l’ispiratore del libro, scritto assieme a Mario Raffaele Conti, Yogananda mi ha cambiato la vita/Yogananda Revolution nelle cui pagine, per l’appunto, testimoni dei “due mondi” raccontano il ruolo e l’influenza dello swami nell’ambito dell’arte e della società civile. Il grande maestro indiano, autore di Autobiografia di uno yogi, è stato tra i primi negli anni Venti a trasferirsi in Occidente, negli Stati Uniti d’America. La missione di Yogananda era far conoscere e accettare lo yoga e la meditazione, innestare l’aspetto più interiore e spirituale dell’uomo orientale nella cultura materialista americana.


Ma c’è un altro viaggiatore indiano che in anni successivi, attraverso l’arte della danza, la sua prima esperienza, ma soprattutto della musica ha portato la cultura indiana in Occidente: Ravi Shankar. Al suo nome si abbina quello di uno strumento che farà apprezzare nel mondo grazie alla sua incredibile abilità, il sitar. Ma soprattutto, Shankar, scomparso dieci anni fa, mostrerà all’Occidente come l’arte non sia mai sconnessa dall’aspetto spirituale dell’uomo, da un’ispirazione “alta”.


Come per Yogananda, la caratteristica di Shankar è stata la capacità di comunicare a tutti un linguaggio, in questo caso artistico, difficile, e complesso. Oltre al successo come concertista si rivelò infatti un grande divulgatore capace di abbattere barriere culturali. Avvicinò a sé musicisti come John Coltrane, Terry Riley e Zubin Metha, a sua volta attratto dalle loro forme di ricerca e sperimentazione. Sul sentiero di Shankar c’è l’incontrocon il  musicista che diventerà il suo più grande amico: George Harrison. Nelle pagine del libro Ravi Shankar- Raga Mala (Arcana) George descrive l’impatto emotivo con Ravi: «Era molto gentile e comunicativo, per la prima volta incontrai una persona che non mi colpì per la celebrità. Ravi era il mio ponte con il mondo vedico, il mio legame profondo con la realtà percepita come unione. E sin dal primo momento mi accorsi quanto fosse paziente, comprensivo e umile».


George Harrison visto da Dad Grass (da Pixabay).

Shankar aveva incontrato Harrison nel 1966 a Londra, sapeva poco dei Beatles, solo che era un gruppo famoso. Ma George, che in quel periodo guardava con grande interesse all’Oriente, lo colpì per la sua curiosità e l’interesse sincero verso la musica e la religione dell’India. E quando Harrison espresse il desiderio di imparare a suonare il sitar Shankar gli spiegò che era una cosa seria, come suonare la musica classica sul violino o sul violoncello. «Non basta realizzare  i sensi degli spettatori con il virtuosismo o gli effetti speciali. Mi sono sempre prefisso di portare il pubblico nelle profondità interiori, insieme a me, come durante la meditazione, sentire il dolce spasmo che si prova nel tentativo di sfiorare il supremo, con gli occhi bagnati di lacrime, e raggiungere infine una sensazione di pace e purezza», raccontava Ravi.


Sitar e tampura e le foto di Shankar in vetrina nel suo negozio preferito, il Rikhi Ram di Delhi.

Harrison e McCartney in una foto del Rikhi Ram con Bishan Dass, primo maestro di sitar di George.

Ajai Sharma, proprietario del Rikhi Ram di Delhi con un tampura.

Quella di Shankar è una vita fatta di conoscenze, un ambasciatore della cultura indiana nel mondo. E il destino volle che sul suo cammino ci fosse anche Paramhansa Yogananda.

Dopo essersi esibito a New York, Boston e Philadelphia, nel gennaio del 1957 Ravi arriva in California. Il primo concerto a Los Angeles, è presso il centro della Self-Realisation Fellowship, in Sunset Boulevard, fondato da Yogananda. «Suonai per duecento persone, una serata deliziosa. Ricordo che in seguito regalai Autobiografia di uno yogi a George che mi ricordava sempre quanto quella lettura gli avesse cambiato la vita. Yogananda fondò diversi centri Srf tra i quali uno nella mia città in California, Encinitas. Ho avuto la fortuna di incontrarlo un paio di volte in America negli anni Trenta, ero molto giovane, ma fui colpito dal suo aspetto, il suo modo di fare era talmente semplice e ordinario che non lo considerai diverso da qualsiasi vicino di casa. Col passare del tempo imparai a conoscerlo meglio anche attraverso la sua famiglia a Calcutta e sviluppai per lui una grande ammirazione. Per me visitare il centro di Encinitas è stata sempre una grande gioia e dopo la morte di Yogananda ho incontrato tante volte la sua discepola Daya Mata così piena di grazia e capace di trasmettere amore».



Negli anni Sessanta l’attrazione per l’India apparteneva soprattutto al mondo hippie americano, una visione spesso superficiale e distorta legata all’idea dell’espansione delle coscienze attraverso le droghe, al “viaggio”. In tutto questo ci finirono anche il sitar e la musica indiana. E Ravi Shankar diventa un idolo per i giovani. Tanto da essere chiamato al Monterey Pop Festival nel 1967. È la prima esperienza del genere per Ravi e l’atmfosfera è rilassata. Ma quando arriva Jimi Hendrix e a fine performance incendia la chitarra, Shankar trova il gesto sacrilego, in India c’è un profondo rispetto per gli strumenti che vengono considerati sacri. Peggio ancora quando arrivano gli Who che, come noto, a fine concerto distruggono tutto.


Lo stesso turbamento a Woodstock. «Fu un’esperienza terrificante», aveva raccontato Shankar, «erano tutti sballati, si rotolavano nel fango, mi ricordavano i bufali indiani ricoperti di fango. Vorrei non averci mai suonato, Woodstock fu più che altro un enorme picnic, la musica era secondaria».


Difficilmente etichettabile, la musica di Shankar apre il filone new age e in questo senso l’incontro musicale tra Oriente e Occidente trova particolarmente forma in un disco del 1987, Tana Mana, dove c’è un intreccio tra strumenti tradizionali e musica elettronica. Il ricercatore Shankar è sempre curioso di scoprire nuovi orizzonti, nuovi percorsi.

Fino alla fine dei suoi giorni, nella sofferenza di non poter abbracciare il sitar, progetta, inventa viaggi sonori che, chissà, realizzerà nell’altra vita.


Tra gli eredi della sua arte ci sono anche i figli. Il sitar è passato nelle mani di Anoushka Shankar e fino al 1992, anno in cui è morto, al figlio Shubhendra Shankar. La musica è entrata anche nella vene dell’altra figlia, Norah Jones che ha tenuto il nome della madre, cantautriceispirata e attrice molto apprezzata.

L’eredità di Ravi Shankar si può condensare in un  pensiero: «La bellezza si esprime in molti modi e a diversi livelli, e io ho la fortuna di sentirne sui polpastrelli la forma più elevata e spirituale, quella che affonda nella tradizione e che il mio maestro Sathya Sai Baba mi ha trasmesso. La musica è simile alla preghiera, attraverso essa noi veneriamo Dio».



Uno dei suoi dischi più belli.

Per i 100 anni dalla nascita, i suoi allievi, la figlia Anoushka in testa, hanno registrato una sua opera, «Sandhya Raga» (Più sotto, il link per ascoltarla).










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