Giulia Borioli è l’anima e il presidente di YogaFestival ed è un’amica di Rispirazioni (il loro sito ospita il direttore Mario Raffaele Conti come loro blogger). Da poco ha annunciato che il prossimo anno la kermesse non ci sarà. Qui lo racconta con qualche riflessione in più solo per noi.
di GIULIA BORIOLI
Sono passati 20 anni da quando due amiche appassionate di yoga – io, Giulia Borioli, e la mia mai dimenticata maestra Sabrina Grifeo – cominciarono a immaginare una via per portare lo yoga tra le persone che ancora non lo conoscevano o non sapevano cosa fosse. Pensarono a un evento che fosse interessante da seguire per neofiti e principianti ma al tempo stesso autorevole e profondo per chi era già in cammino sulla strada della conoscenza. La storia molti di voi già la conoscono: dopo un inizio difficile, quasi scoraggiante, e dopo aver superato alcuni ostacoli non indifferenti, YogaFestival ha cominciato ad assomigliare a ciò che volevamo. Così, sono nate altre edizioni in altre città, e poi altri eventi – come OlisFestival e YogaFestival Bimbi, e poi la Community e poi le giornate del 21 giugno e…tanto altro. Abbiamo perfino attraversato 3 anni di Covid e limitazioni varie senza mai far mancare la nostra presenza, sia in presenza che online, pur di restare in contatto con voi.
E siamo arrivati a quello che siamo oggi: una grande realtà che parla di yoga a 360°, con tantissime persone che ci seguono, scrivono, telefonano, commentano, e a cui siamo vicini. Ma (c’è sempre un MA quando intorno si aggira un cambiamento), tutto questo non ci basta più: o meglio, è troppo. Il nostro festival è diventato un appuntamento irrinunciabile per gli appassionati e i neofiti, perchè è grande – sono circa 50/60 gli insegnanti coinvolti in ogni edizione – generoso e aperto – ogni edizione almeno 35/40 lezioni e incontri sono gratuiti aperti a tutti – ben organizzato e accogliente per tutte le migliaia di partecipanti che seguono i nostri eventi. Però, ci sembra che in questi 20 anni lo yoga si sia svuotato del suo senso originario. Se guardiamo ai testi fondamentali come gli Yoga Sūtra di Patañjali o l’Haṭha Yoga Pradīpikā, le Upaniṣad e altri, essi non davano importanza alle forme esteriori del corpo.
Āsana era una condizione stabile della mente, non una postura fisica da imitare. Il corpo, se citato, era solo un appoggio temporaneo per sostenere l’attenzione, non il fine della disciplina. Nel tempo, però, questi concetti si sono svuotati: yoga è diventato ripetizione automatica, āsana si è trasformata in ginnastica posturale. Oggi, lo yoga viene insegnato più come rituale estetico, performativo o come terapia esistenziale, trascurando del tutto la sua natura di scienza della coscienza.
Una domanda irriverente: come mai è successo tutto questo?
- Perché c’era un vuoto da riempire?
(Forse le religioni tradizionali hanno lasciato spazio e il mercato ha odorato la fragranza – d’incenso – del potenziale business). - Perché il maldestro tentativo di trovare “il vero yoga” ha reso più insicuri?
(Meglio allora comprare la versione “deluxe”, garantita da testimonial con follower a sei cifre). - Perché, sotto sotto, è più facile fare yoga “on demand”?
(Certo più comodo che passare anni a meditare sul nulla, anche se spesso è proprio dal nulla che ti arriva la la direzione da prendere).
O forse perché, scoprendo il largo seguito che lo yoga ha avuto negli ultimi 15 anni, il mondo del business semplicemente si è chiesto: «Qual è il metodo migliore per guadagnarci sopra?». E così, col tempo la pratica si è ridotta fino a perdere la sua essenza. Tornare alle origini significa riscoprire che la vera pratica è lavoro mentale: stabilizzare la coscienza, sciogliere le dispersioni, coltivare la calma. Solo una postura che favorisce il raccoglimento, può chiamarsi āsana; solo una pratica che orienta la mente è davvero abhyāsa. Serve tornare alle origini dello yoga per capirlo.
Per YogaFestival, è urgente riconoscere questa deriva e restituire allo yoga la sua autenticità; non è questione di purismo, ma di onestà verso una tradizione che invita alla profondità e non all’apparenza. Tutto il resto è imitazione. Restituire al termine yoga il suo valore originario non è questione di purismo, ma di onestà verso una tradizione che invita alla profondità e non all’apparenza. Non si tratta di escludere il movimento, ma di ricordare che il movimento da solo non basta. Yoga è ciò che resta quando il corpo e la mente si raccolgono in una sola direzione.
Per questo motivo, YogaFestival 2025 non ci sarà: tornerà nel 2026.
Ci prendiamo un anno di riflessione per studiare, per confrontarci, per immaginare un ritorno alle origini, senza dimenticare che viviamo ormai nel 3° millennio e passato e futuro devono trovare il modo di andare d’accordo. Ma non dimentichiamo che, se vogliamo continuare a chiamare “yoga” la nostra pratica, dobbiamo essere disposti a sostenerne il significato autentico: yoga non è ciò che facciamo, ma ciò che resta quando smettiamo di identificarci nell’azione. Solo così lo yoga potrà essere ancora ciò che era: una via di liberazione, una strada per la chiarezza mentale e non semplicemente qualcosa da chiamare… “yog-nastica”.
Giulia Borioli

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