Nella nostra quotidianità spesso non ci preoccupiamo di prestare attenzione alle parole. Credo che sia esperienza di tutti aver provato quanti equivoci, quanti malintesi per le parole dette, ma anche per le parole non dette. Quanti rimpianti per non aver saputo dire “ti voglio bene” a una persona cara che ci ha lasciato, oppure pentimenti per non aver saputo osservare il silenzio. Lo yoga, ma anche vie spirituali a noi più vicine, ci insegnano la potenza della parola e la sacralità del silenzio. Il buon uso della parola ha come risultato quello di migliorare le relazioni, a tutti i livelli.
Nella mia esperienza come docente nelle scuole di formazione per insegnanti yoga e nei percorsi di post-formazione ho potuto constatare come spesso venga dato molto spazio alla pratica yoga e alla teoria (filosofia, anatomia, testi, sanscrito…) mentre si trascura la “didattica yoga”. Per didattica yoga non intendo norme di comportamento codificate né giudizi su modalità di insegnamento giuste o sbagliate. Didattica è molto semplicemente lo spunto per offrire suggerimenti pratici, momenti di riflessione e di confronto che rendano sempre più viva e consapevole la trasmissione dello yoga. Anche se a volte mi esprimo con veemenza su alcuni dettagli che per me sono tanto importanti (uno fra tutti quello di non insegnare sempre con gli occhi chiusi) ho molto rispetto per chi fa scelte diverse. Allo stesso modo le mie considerazioni sull’uso delle parole sono un semplice invito a essere più consapevoli, non a modificare il proprio linguaggio: ogni insegnante deve mantenere il suo linguaggio spontaneo; le parole non possono essere frutto di una ricerca intellettuale ma devono sgorgare dal cuore. Come recita il bel titolo di un libro di Marshall Rosenberg Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta (Edizioni Esserci 1998) le parole possono essere dei muri o delle finestre: importantissime se dette da chi insegna, ancor di più durante i momenti di rilassamento o di concentrazione. Parole che hanno risuoni diversi per chi è in particolari momenti, per chi ad esempio ha avuto un lutto, ha una malattia, o altre criticità.
Parto dalla constatazione che dobbiamo sempre avere grande rispetto e attenzione per gli altri. Mi ha molto colpito sentire un insegnante che ha detto durante il rilassamento «rilassate i capelli» avendo davanti a sé, coricato in savasana, anche un allievo calvo. E anche quell’insegnante che usava sempre il termine «esalazione», addirittura «fate un’ultima esalazione» al posto di «espirazione», termini che indicano la stessa cosa, ma con un impatto emotivo profondamente diverso. Ovviamente è una carrellata molto sintetica perché su questo tema non bastano interi seminari.
Un esempio calzante dell’importanza delle parole è la loro ripetizione. Il mantra recitato a lungo ha effetti molto profondi; in tutti i riti le invocazioni hanno una valenza sacra. Molto diverso dal rito è “l’abitudine”, quando l’insegnante usa sempre le stesse parole per condurre la lezione. In questo caso l’abitudine rassicura chi guida e chi è guidato, ma può portare a una sorta di condizionamento, spegne l’attenzione e la curiosità. C’è una relazione stretta fra la parola e la possibilità o meno di tenere viva l’attenzione. Io sono convinta che per essere consapevoli occorre essere molto attenti; che lo yoga dovrebbe favorire il risveglio, non il sonno. Al riguardo secondo me è molto equivoco alimentare l’idea che lo yoga serve per rilassarsi. Durante il rilassamento gli insegnanti spesso usano una voce suadente e bassa, mettono una musica dolce di sottofondo, conducono dolcemente al sopore. Un momento molto gradito dagli allievi. Tutto giusto, forse. Ma forse qualche volta si possono introdurre cambiamenti, per esempio fare il rilassamento all’inizio della lezione con lo scopo di preparare il corpo agli asana, lasciare andare le tensioni e percepire le sensazioni del momento. È abitudine comune a tanti insegnanti (io stessa l’ho avuta a lungo) quella di leggere dei brani o all’inizio della lezione per sottolineare il tema della pratica o durante il rilassamento. Si tratta di bellissime parole che piacciono tantissimo agli allievi. A volte le letture sono molto utili e servono per dare una direzione alla pratica, secondo me perdono significato se lette a ogni lezione.
Negli ultimi anni di insegnamento durante il rilassamento ho tolto la musica, ho usato poche parole spesso diverse, ho destato attenzione anche alzando il tono di voce. E soprattutto ho invitato gli allievi a tenere (a casa) il loro “quaderno di yoga” dove potessero annotare osservazioni sulle lezioni (le loro difficoltà e le loro gioie), dove potessero scrivere gli obiettivi del momento e anche eventuali belle frasi tratte dalle loro abituali letture. Piccoli cambiamenti che facilitano l’indipendenza, la libertà e la ricerca personale.
Lo yoga non è una disciplina “rassicurante”. A me piace pensare allo yoga come alla disciplina dei paradossi, dei ribaltamenti, della possibilità di cambiamenti di orizzonte, anche radicali e difficili. E questo si può esprimere con le parole. Ho apprezzato tantissimo al riguardo il libro Lo yoga al cuore dell’essere di Willy Van Lysebeth e i suoi seminari di Padova. Proprio attraverso parole inconsuete e l’uso dei paradossi possiamo svegliare le menti e suscitare riflessioni importanti: «Ascolta i suoni del silenzio; senti la vibrazione del suono con il tatto; abitare il corpo; il tumulto nella immobilità; guardare con i sensi; sentire con la pelle; tacere il pensiero; respira senza respirare; essere addormentato e sveglio; i movimenti nella immobilità; il rumore del silenzio, assaporare la gioia, la leggerezza della spogliazione, la disponibilità a perdersi, addestrarsi ad essere nulla».
Un altro esempio può essere quello riferito all’uso o meno di termini tecnici. Se usiamo termini molto tecnici per le singole parti del corpo innanzitutto dobbiamo essere sicuri che tutti i nostri allievi sappiano di che parte del corpo stiamo parlando (e non è così scontato). E dobbiamo essere consapevoli che sottolineiamo l’importanza tecnica della pratica. Mi è capitato anche di sentire insegnanti usare frasi poetiche per attenuare il termine tecnico e per indicare la collocazione delle parti indicate, come per esempio «la glottide nella profondità della gola, come una porta dorata fra la bocca e lo sterno», oppure affiancare al termine tecnico la descrizione della sua collocazione: «Gli ischi che come due pilastri sostengono il coccige nel suo appoggio a terra»; «Il diaframma questo grande e largo muscolo fatto a cupola che separa il torace dall’addome».
Chiediamoci quali sono le parole che allontanano, quelle che avvicinano, quelle che accolgono e rassicurano. Per esempio se usiamo la terza persona, o la seconda o la prima. Cambia moltissimo se dico «fate», «fai», «facciamo»: indichiamo una diversa relazione fra noi e gli allievi. Anche qui non ci sono giudizi di valore. In quanti usiamo durante le lezioni parole come bellezza, gioia, incanto, grazia, danza, stupore, libertà, armonia, splendore, dono, magia? Parole che ben descrivono lo yoga.
Un’ultima annotazione, per me la più importante di tutte. Le parole sono essenziali per raccontare la profondità di una disciplina che non si occupa solo del benessere fisico. Allora sono tante le possibilità: ci sono insegnanti che dedicano una parte della lezione alla teoria, altri che organizzano momenti distinti di approfondimento. Ma è anche possibile con le parole evocare le attitudini di Yama e Niyama mentre si guidano gli allievi. Questo per me è stato un valore aggiunto degli insegnamenti di Gabriella Cella, la possibilità di suggerire la generosità con l’apertura delle braccia, il raccoglimento e il guardarsi dentro con le posizioni di chiusura, l’abbandono al divino o alla vita in savasana, la gioia nel respiro. Senza questo la pratica dello yoga sarebbe una semplice attività sportiva. Con le parole possiamo trasmettere il fascino di una disciplina che dà luce alla nostra vita.

Ti sei mai sentito o sentita a pezzi? Se non ti è mai accaduto, è come per chi non ha mai la febbre, non è detto che faccia bene. Sai quando affiora quella sensazione di sgretolamento, di terremoto dentro e fuori di te? A me è successo e vi racconto le difficoltà e i doni di questa esperienza
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È la più poetica marcia per la pace di questo secolo. Ha preso il via il 26 ottobre 2025, da Fort Worth, in Texas, e la meta è Washington D.C., lontana più di cento giorni di cammino e dieci Stati. I protagonisti sono 19 monaci di tradizione buddhista vietnamita, tutti legati al Tempio Huong Dao di Fort Worth. «Questo è il nostro contributo, non imporre la pace al mondo, ma aiutarla a germogliare, un cuore risvegliato alla volta», dicono
Certo, 2.000 guru sarebbero decisamente troppi, ma il problema è che non ce ne sono (quasi) più. Tutto è nelle mani di singole monadi, spesso egoriferite. Dove sono i confronti? I dibattiti? Le scuole? Le pubblicazioni dei congressi? Esistono solo quelle degli accademici. E questo per lo hatha-yoga è un male. Mi ritrovo spesso a pensare al futuro dello hatha-yoga (che è quello che pratico e insegno), quello che usa il corpo come strumento di indagine, è quello che ha subito maggiormente i contraccolpi della società dei consumi e del capitalismo...



