I primi giorni del nuovo anno ci portano sempre a fare un bilancio di quello appena trascorso. Per prime ci vengono in mente tutte le cose che sono andate storte e allora cerchiamo di riorganizzare le idee per capire come evitare di fare di nuovo gli stessi sbagli. Subito dopo, non appena riusciamo a far prevalere la gratitudine e l’abbandono dello stupido controllo, ci è possibile visualizzare anche tutto ciò che si è consolidato fuori e dentro di noi, che ci ha dato gioia e che ha convalidato in noi la consapevolezza di essere pura Coscienza.
L’inizio dell’anno è pure il momento per programmare tutto ciò che riteniamo possa migliorare la nostra qualità di vita e renderci più felici. Questo può coincidere con il lasciar andare alcune cose e con l’intraprendere nuovi sentieri, nelle relazioni, nelle attività, nel lavoro e in tutti gli ambiti della vita. Fra le cose che ci fanno sicuramente stare meglio c’è la pratica dello yoga, insostituibile compagna di vita per molti membri della community di Rispirazioni. Come tutti gli aspetti importanti della vita anche questo finisce sotto i riflettori della riflessione di fine anno. Guardando indietro nel tempo possiamo accorgerci di come sia cambiato il nostro modo di praticare (e, in certi casi, di insegnare). Di come ci siamo trasformati insieme agli insegnamenti e alle tradizioni che abbiamo seguito.
Sicuramente sono cambiate le cose che chiediamo allo yoga. Prima, magari, eravamo più attratti dagli aspetti con maggiore impatto sul corpo, dal desiderio di trasformarlo attraverso la pratica, mentre ora ci ritroviamo più a nostro agio con le pratiche meditative e introspettive, senza che questo dipenda da ridotte capacità ginniche. Cambia la prospettiva. Si impara a non chiedere più niente in cambio e ad accogliere la trasformazione, a lasciare che le cose accadano.
Questa parabola è molto comune, e corrisponde alla naturale e inarrestabile riprogrammazione del sistema energetico dei cakra, che ci fa tendere a diventare più saggi. A spostare il nostro maggior interesse dal regno della forma e della materia verso quello della visione pura e della consapevolezza globale. Questa tendenza naturale viene accelerata dalla pratica continuativa dei vari yoga, anche di quello più fisico, purché ci sia una chiarezza di fondo sulla direzione e lo scopo della pratica. Purché appaiano, in qualsiasi pratica, i principi etici e fondamentali (yama e niyama) dello Yoga.
Oltre alle riflessioni sullo yoga personale e sulla didattica, specialmente al passaggio di quei varchi temporali significativi come il capodanno, mi ritrovo spesso a pensare al futuro dello hatha-yoga (che è quello che pratico e insegno) in generale. In un brevissimo recap si può sintetizzare che lo hatha-yoga, cioè lo yoga più diffuso in Occidente, quello che usa il corpo come strumento di indagine, è quello che ha subito maggiormente i contraccolpi della società dei consumi e del capitalismo.
Ha ragione il maestro Antonio Nuzzo quando dice che lo hatha è «lo yoga più pericoloso». Il corpo fisico è così impregnato di sensi, emozioni, desideri, proiezioni e condizionamenti da rendere eroico ogni nostro tentativo di trascenderlo. Attraverso il corpo aumentare le vritti anziché spegnerle è un attimo. E tutto questo, nell’epoca che viviamo, è reso ancora più complicato dalla necessità di “esistere” sui social media.
Per molte persone non c’è attività che non sia mediata dallo smartphone. Sono dei giganteschi meta condizionamenti. Figli dei canoni estetici e del culto del corpo che, va detto, non abbiamo inventato noi (inteso come boomer e generazione X, spesso nel mirino delle nuove generazioni, come genesi di tutti i mali). Queste subdole dipendenze sono nate con le pubblicazioni e la fotografia, e c’erano già a fine Ottocento, anche in India, e sono state la miccia che ha acceso lo yoga «dinamico posturale», come lo chiama lo storico dello yoga Mark Singleton. A metà del 1900 l’hatha-yoga occidentale porta avanti gli insegnamenti degli ultimi grandi guru, fra pratiche più tradizionali, sequenze dinamiche (nate come dimostrazione della superiorità indiana sulla ginnica europea dei colonizzatori britannici) e ricerche di perfezione formale. Dopodiché? Le déluge, come direbbe re Luigi XV. C’è ben poco, per non dire nulla.
Cosa succede allo hatha-yoga successivo? Alla fine del 1900 è “commodificato”, inglesismo finanziario (commodification) che indica che stiamo parlando di un bene di consumo, e quello del 2025 è quasi completamente “commoditizzato” (da commoditization), situazione che contraddistingue un bene (in vendita) quando non ha in sé più nulla di originale da offrire, ma è diventato qualcosa di indifferenziato. In sostanza le direzioni impresse dai principali grandi maestri del ’900 si sono ramificate in tante direzioni che però non hanno generato nuovi guru, né nuovi e autorevoli riferimenti didattici.
Oggi si fa tanto hatha-yoga, si stimano 350 milioni di praticanti entro il 2030, ma sono pochissime le persone che praticano seguendo una tradizione, un riferimento che abbia un lignaggio chiaro. Il che vuol dire che il pericolo di praticare alla cieca è altissimo.
Oggi ci sono più di 2.000 stili di yoga brandizzati, cioè metodi che si sono dotati di un copyright, ma dove sono i relativi guru? Certo, 2.000 guru sarebbero decisamente troppi, ma il problema è che non ce ne sono (quasi) più. Tutto è nelle mani di singole monadi, spesso egoriferite. Dove sono i confronti? I dibattiti? Le scuole? Le pubblicazioni dei congressi? Esistono solo quelle degli accademici. E questo per lo hatha-yoga è un male. Ma attenzione, la pratica dello hatha-yoga si è sempre modificata nel corso dei secoli. Dai primi manuali (intorno al 1050) a oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. Si va da pochissimi āsana a centinaia di āsana, dalle sequenze dinamiche del primo ventennio del ’900 ai vinyasa del 2000.
Anche la teoria ha pagato caro il suo prezzo. All’inizio del ’900 i riformatori indiani vollero rendere lo yoga “scientifico” e lo “medicalizzarono”, per farlo accettare all’Europa e all’America. Tutto ciò che era disdicevole, o considerato osceno (alcune mudrā in particolare) per l’Occidente, fu tagliato via. La società dei consumi ha fatto il resto. Fino a condurci all’attuale yoga on demand, la metodologia più usata oggi, che contiene in nuce il messaggio che si possa fare a meno del maestro in carne e ossa. Passa l’idea che basta un’app, un link, un abbonamento a un sito per «fare yoga», e tra poco arriverà lo yoga proposto dalle Intelligenze Artificiali.
Fino a qualche anno fa si puntava il dito, nel nostro ambiente, sull’eccesso di āsana nella pratica hatha, come il maggiore dei mali. Sì, era una riflessione legittima, che evidenziava la deriva ginnica dello hatha: troppo lavoro sul corpo, niente prānāyāma, niente pratyāhāra, niente meditazione. Oggi, a mio avviso, lo hatha deve affrontare, oltre a questa deriva e alla mancanza di maestri autorevoli, anche altre insidie.
In primis l’effetto frullatone, cioè l’essere troppo facilmente mischiato al pilates, al metodo Feldenkrais e alla mindfulness fino a perdere i propri orizzonti e a diventare qualcosa di insapore, incolore e inodore. Qualcosa di indistinguibile.
Un altro pericolo è lo spostamento dell’interesse macro-economico del mercato dello yoga (che vale svariati miliardi) nei confronti dei corsi di formazione, da cui siamo letteralmente assediati. Oggi, con poco più di cento euro, si può ottenere un «certificato» per insegnare «yoga», ottenuto online, seguendo poche ore di «lezione», che può anche essere recuperata attraverso una comoda registrazione. Elementi che diventano cause ed effetti concatenati che si auto riproducono all’infinito. Sotto questi colpi, se lo hatha-yoga fosse una fragile specie animale, si sarebbe già estinto. Eppure resiste, e io mi prefiggo l’obiettivo di farlo sopravvivere più a lungo possibile.
Lo confesso, io sono una di quelle che si arrabbia vedendo certe aberrazioni ginniche o certi eventi mondani che si appiccicano addosso l’etichetta «yoga» per imbellettarsi, senza nemmeno capire di cosa stanno parlando. Fortunatamente sono in buona compagnia, molti colleghi la pensano come me. Certe volte mi piacerebbe che lo yoga tornasse a essere tangibile ed esperibile senza dispositivi mobili e mediazioni tech. Senza essere un’attività o un’app. Senza essere mistificato, esibito, emulato o instagrammato.
Ma alla fine penso che sto sbagliando io a volere questo. Perché non si può fermare il tempo e ogni epoca esprime lo yoga che le si confà. Basta guardarsi intorno per capire in che ambiente siamo immersi: individualismo, arroganza, materialismo, legge del più forte, rabbia, frustrazione… alla fine queste sono le cose che portiamo sul tappetino, e senza i giusti riferimenti, convalidiamo.
Cosa vogliamo pretendere dallo yoga? Che ci venga a salvare dalle nostre ferite narcisistiche come se fosse una specie di bacchetta magica psico-fisica? Salvandoci dall’assunzione delle nostre responsabilità, dal prendersi in carico, dall’osservazione delle proprie ombre prima che diventino dipendenze? Troppo comodo. Lo yoga non è una pillola da assumere passivamente aspettando che faccia effetto. Esige la nostra assoluta presenza e partecipazione. Per questo non bisogna preoccuparsi del futuro dello yoga (anche dello hatha-yoga). Lo yoga non ha bisogno di noi, siamo noi che abbiamo bisogno di lui, ma alle sue condizioni, non alle nostre. Questo ci appare chiaro solo quando riusciamo a superare la barriera dell’ego, anche solo per un istante. Lo yoga è eterno e ci supererà, qualsiasi sia la sintesi che ne abbiamo fatto nella vita, e ci sarà sempre chi se ne prenderà cura, con rispetto e dedizione amorevole.

Ti sei mai sentito o sentita a pezzi? Se non ti è mai accaduto, è come per chi non ha mai la febbre, non è detto che faccia bene. Sai quando affiora quella sensazione di sgretolamento, di terremoto dentro e fuori di te? A me è successo e vi racconto le difficoltà e i doni di questa esperienza
Quante parole sprechiamo. Quanti giudizi gratuiti diamo. Un tempo erano solo chiacchiere da bar, ora con i social stiamo inquinando il mondo. Eppure se prima di parlare, provassimo a fermarci e a immedesimarci almeno un po’ in ciò di cui stiamo per dire qualcosa cambierebbe. E sono certa che nella maggior parte dei casi capiremmo che la scelta migliore è tacere
Swami Anandananda e Swami Shaktidhara terranno un workshop a fine marzo nel capoluogo lombardo. Un'occasione per tutti per capire che yoga stiamo praticando e che yoga è necessario per l'uomo del nuovo Millennio. Perché se lo yoga fisico sta facendo il suo tempo, è più che mai necessario recuperare il valore autentico di questa disciplina spirituale che è “integrale” e riguarda tutti gli aspetti della vita dell'uomo
È la più poetica marcia per la pace di questo secolo. Ha preso il via il 26 ottobre 2025, da Fort Worth, in Texas, e la meta è Washington D.C., lontana più di cento giorni di cammino e dieci Stati. I protagonisti sono 19 monaci di tradizione buddhista vietnamita, tutti legati al Tempio Huong Dao di Fort Worth. «Questo è il nostro contributo, non imporre la pace al mondo, ma aiutarla a germogliare, un cuore risvegliato alla volta», dicono
Certo, 2.000 guru sarebbero decisamente troppi, ma il problema è che non ce ne sono (quasi) più. Tutto è nelle mani di singole monadi, spesso egoriferite. Dove sono i confronti? I dibattiti? Le scuole? Le pubblicazioni dei congressi? Esistono solo quelle degli accademici. E questo per lo hatha-yoga è un male. Mi ritrovo spesso a pensare al futuro dello hatha-yoga (che è quello che pratico e insegno), quello che usa il corpo come strumento di indagine, è quello che ha subito maggiormente i contraccolpi della società dei consumi e del capitalismo...



