Cosa significa accettare un maestro spirituale? Significa rinunciare a una vita in cui tutto ruota intorno a te. In una semplice frase, significa rinunciare al proprio interesse personale. Siamo abituati a pensare che la pubblicazione di libri, l’essere conosciuti e avere diversi allievi, l’aver fondato scuole o essere stati per un periodo al seguito di maestri conosciuti, tutto questo sia il segno che definisce l’autorevolezza di un maestro. Tuttavia il contenuto culturale, filosofico, l’approfondimento intellettuale e storico, la definizione di metodi e approcci tecnici e pratici allo studio dello Yoga, assieme alla conoscenza delle basi della cultura vedica dovrebbero determinare la qualità del lavoro di un insegnante e divulgatore.
Quando lo Yoga ha iniziato ad affermarsi, per lo meno diffondeva i concetti di base su cui si fondava, quei concetti che ne riassumono la visione, l’intento, la traiettoria e che ne costituiscono il senso profondo, personificati e resi vivi dalla figura del maestro che ne incarna l’essenza. Il mio maestro spirituale non era né rassicurante né accomodante: era semplicemente sconvolgente. Fin dal primo momento aveva stabilito inequivocabilmente che da me voleva tutto, senza nessuna garanzia in cambio. Eppure la mia mente e il mio cuore non erano in grado di razionalizzare questa semplice constatazione e quindi stabilire dei confini. Sì, perché avvicinarsi a figure così carismatiche significa anche perdere i confini, i punti di riferimento considerati “normali”.
Al primo posto non c’era il conseguimento di un diploma valido ai miei fini lavorativi o l’acquisizione di meriti di reputazione e influenza per una “carriera” spirituale; non era contemplata l’idea di guadagnarmi il pane e mettere su famiglia, aumentare il mio benessere economico e avere una carriera di successo non erano il modo di poterlo avvicinare, di ottenerne le attenzioni, di riceverne gli insegnamenti. Non era garantita nemmeno la sicurezza di ricevere un ricco patrimonio di informazioni e insegnamenti filosofici o una formazione di livello nelle tecniche dello Yoga. Anzi, in realtà non era possibile avere nessuna sicurezza su ciò che avrebbe deciso di donarti.
A distanza di anni, ciò che mi è chiaro era che voleva scardinare fino nel più profondo di me ogni idea di identificazione, di appartenenza, di attaccamento. E questo porta inevitabilmente verso due risultati: o la perdita della salute mentale, o l’acquisizione di una nuova e diversa coscienza di sé. Tutti i più intimi e dedicati discepoli del mio maestro che ho potuto incontrare e a cui mi sono legato, hanno mostrato e vissuto incredibili conflitti interiori, crisi e crolli, rinascite e incredibili scoperte di nuovi aspetti di sé che mi hanno sbalordito, confuso, allontanato e avvicinato simultaneamente.
Ognuno possiede limiti caratteriali, psicologici, comportamentali che per lo più ignora. Talvolta li subisce, talvolta li asseconda, e il lavoro costante di Srila Gurudeva (il maestro spirituale divino, ndr) era metterci di fronte a quei limiti, di fronte alla realtà. Tutto questo era immerso in un tempio, in un luogo sacro, in una comunità, accompagnato da una serie di pratiche e routine devozionali e mistiche, connesse con lo studio o la lettura, la recitazione individuale o collettiva, con lo svolgimento di servizi o lavori, con la condivisione degli spazi e delle attività. Rigidamente stabilite da regole e procedure, assieme al clima e alla essenzialità materiale, erano sufficienti a chiedersi:«Cosa ci faccio qui?». Eppure, come detto, queste attività andavano inesorabilmente avanti, mentre nel privato ciò che rimaneva di se stessi, del proprio mondo interiore, elaborava in continuazione infinite emozioni e pensieri per cercare di stabilire un punto fermo, un luogo sicuro in cui potersi domandare: «Sto seguendo il mio vero desiderio interiore?»
Che cosa spinga le persone a praticare Yoga, questa è una cosa che mi ha sempre incuriosito. Certo, conseguire l’abilità tecnica, la bravura nella complessità delle pratiche, è una motivazione che spinge i praticanti di tutte le discipline orientali. Ma lo Yoga non è mai stato solo questo. La ricerca filosofica o l’interesse culturale e intellettuale per le conoscenze che lo Yoga contiene sono senz’altro una motivazione altrettanto condivisibile eppure, nonostante l’enorme quantità di pubblicazioni, non mi pare che ci sia un incremento delle conoscenze. ? Un insegnate di Yoga quindi cosa deve insegnare? Un istruttore di fitness o un personal trainer fanno lavorare i clienti sull’aumento della forza, della massa, della definizione, sul dimagrimento, eccetera; un insegnante di arti marziali sull’apprendimento delle tecniche di attacco e difesa, dello stile e delle forme.
Come insegnante di Yoga chiedo spesso a chi viene a provare, cosa si aspetta dalla lezione e – se si instaura una comunicazione più profonda – cosa desidera. Una delle risposte che sovente ricevo è: «Trovare un po di serenità, di calma». E poi vogliamo tutti sicurezza, sentirci protetti, dalla vita, dai pensieri, dai problemi. E infine si cerca il modo di rallentare, di trovare spazio, quiete. Un insegnante di Yoga in grado di fornire gli strumenti per realizzare questi passaggi attraverso il suo insegnamento? Nel suo approccio metodologico, tra filosofia di base e procedure tecniche, riesce ad andare alla sostanza? Siamo preparati a questo? Come?
Da sempre immagino un insegnante di Yoga come un tramite rispettoso e adeguato tra il praticante, le sue necessità e le sue problematiche, e lo Yoga come strumento di conoscenza di sé. Questo apre il discorso sulla considerazione più importante: la sicurezza, la calma, la centratura e tutti gli altri aspetti non dipendono dal concetto filosofico, dalla perfetta realizzazione di una postura o di una tecnica, ma da come ognuno riesce ad avvicinarsi ai propri aspetti interiori e ad armonizzarli, orientarli nel lasciarsi guidare da essi, per stabilire nuovi stati di coscienza che rimangano nel proprio esistere.
Una volta, in un pellegrinaggio in India partito da Radhakundha verso Gangotri, Srila Gurudeva ci ha portati a visitare il tempio di Manasi Maya, la manifestazione di Maya, l’energia illusoria che governa la mente, Manas; lì ci ha invitato a esprimere il desiderio più profondo della nostra mente di fronte alla divinità. In quel momento mi sono accorto di non essere in grado di farlo, di non saperlo. Ora, al netto del fatto che fosse una situazione assurda e surreale (il fatto che un leader “spirituale” conduca un gruppo di adepti in un luogo sacro per formulare un intenzione astratta non è proprio un elemento di razionalità e concretezza milanesi), il senso di quanto ricordo, a distanza di anni, è la realizzazione che la maggior parte delle volte siamo insoddisfatti o arrabbiati, tristi o delusi e non sappiamo perché.
Ecco perché un insegnante deve saper valutare, comprendere e orientare il lavoro dell’allievo verso quelle procedure che possono permettergli di instaurare un corretto approccio alla pratica per far fronte alle necessità individuali e soggettive. Conoscendo i temi di fondo legati al significato e al funzionamento della mente, del corpo e degli stati d’animo, attraverso i concetti filosofici e la pratica adeguata delle tecniche, il praticante crea il suo bagaglio esperienziale e lo Yoga può aiutarlo a crescere. Diversamente nell’insegnare ad allungare e a rimanere in equilibrio, a respirare in un modo o nell’altro, e che “il Karma è questo e l’illuminazione è quello”, si rischia di non raggiungere la profondità di una vera esperienza nello Yoga.
In conclusione un insegnante di Yoga non è un maestro, come non è un esperto di filosofia. La conoscenza e le competenze sviluppate in ambito accademico, così come le competenze e le abilità fisiche e tecniche di un praticante avanzato, non sono sufficienti a determinare la qualifica di maestro. Almeno finché il concetto di maestro resterà quello condiviso dalla maggior parte degli esperti e appassionati, come qualcuno che non trae nessun vantaggio personale dalla sua posizione e dal suo ruolo, che non ambisce alla fama e al successo e che continuerà a incarnare l’essenza profonda dello Yoga.

È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



