Sappiamo che la meditazione ha effetti molto positivi sulla mente e sul corpo e sui social è spesso venduta come la panacea di tutti i mali. Ma è davvero così? È davvero per tutti? O è comunque una pratica da “usare” con attenzione, ed è destinata a persone che hanno già comunque un buon equilibrio psico-emotivo? Le ultime ricerche sembrerebbero suggerire questa ultima conclusione. Un’analisi recente condotta da Nicholas Van Dam, psicologo dell’Università di Melbourne, ha portato alla luce effetti collaterali che molti meditatori non avevano mai immaginato.
L’indagine, pubblicata sulla rivista Clinical Psychological Science, ha coinvolto quasi 900 adulti negli Stati Uniti, con un campione che spaziava da principianti a praticanti avanzati. L’obiettivo era esplorare non solo i benefici, ma – eventualmente – evidenziare se esistano anche effetti negativi della meditazione, un aspetto spesso trascurato dalla ricerche. I dati raccolti sono sorprendenti: quasi il 60% dei partecipanti ha riportato almeno un effetto collaterale della meditazione, come ansia, dissociazione o, nei casi più gravi, compromissioni funzionali nella vita quotidiana. Circa un terzo degli intervistati ha descritto questi effetti come angoscianti, e il 9% ha dichiarato che tali esperienze avevano interferito con le loro attività quotidiane.
«Non si può ignorare che, per alcune persone, la meditazione può scatenare reazioni emotive intense e inaspettate», ha dichiarato Van Dam in un’intervista. «Ciò che vogliamo fare con questa ricerca è semplicemente mettere in evidenza che la meditazione non è priva di rischi, e che la consapevolezza su questi possibili effetti collaterali è fondamentale».
Quello che emerge, ci preme evidenziare, è che la meditazione non è una via per il raggiungimento di una calma interiore e di un equilibrio psicologico. Non solo, almeno. Calma ed equilibrio sono effetti collaterali di una pratica di ricerca spirituale. Ma la pratica di concentrarsi profondamente su sé stessi può anche portare a un’esplorazione delle emozioni e dei pensieri più profondi, talvolta scomodi o dolorosi. Per coloro che hanno vissuto traumi passati o soffrono di disturbi psichici, la meditazione può evocare ricordi traumatici o sensazioni di estraneità, fenomeno noto come depersonalizzazione. In alcuni casi, le esperienze meditative possono addirittura sfociare in attacchi di panico.
Lo studio ha inoltre rilevato che i meditatori che avevano già manifestato segni di disagio psicologico o problemi di salute mentale nei giorni precedenti la meditazione erano più suscettibili a questi effetti indesiderati. Anche i ritiri intensivi, che richiedono lunghi periodi di meditazione in silenzio, si sono rivelati un fattore di rischio, con una maggiore incidenza di effetti collaterali negativi, in particolare tra i partecipanti meno esperti. Questo è un fattore che va considerato perché troppo spesso leggiamo di programmi “intensivi” e generalizzati che possono comportare piccoli o grandi rischi emotivi. Effetti che vengono ben descritti nel libro di Stephen Cope, «La saggezza dello yoga. Una guida alla ricerca di una vita straordinaria» (Feltrinelli), di cui consigliamo la lettura, dove si parla – tra l’altro – dei vari disturbi del respiro, per la maggior parte inconsci, per affrontare i quali è necessario avere di fronte un insegnante esperto (come Cope che è anche psicoterapeuta). La respirazione completa, spiega l’autore, attiva il sistema nervoso parasimpatico e non è facile da attuare specialmente nelle persone che hanno «l’energia bloccata in cima al corpo, incapace di superare il blocco alla gola», dice; «Quando (la persona) comincia a scoprire, esplorare e identificarci con il corpo che respira, si verifica un cambiamento. Disponiamo di una consapevolezza diretta, momento per momento, di noi stessi come esseri che respirano… Allora, come dice Patanjali, “ciò che copre la luce viene rimosso”». Insomma, come afferma Van Dam, «la meditazione può essere un potente strumento terapeutico, ma non è adatta a tutti. Inoltre, è fondamentale che le persone siano consapevoli di ciò che potrebbero sperimentare prima di intraprendere questa pratica».
Ma allora, è giusto considerare la meditazione pericolosa? La risposta, secondo molti ricercatori, è «no». Piuttosto, si tratta di una questione di preparazione. Come per qualsiasi trattamento terapeutico o intervento psicologico, è fondamentale un “consenso informato”. Gli stessi professionisti medici e terapeuti che prescrivono la meditazione dovrebbero discutere apertamente con i pazienti dei potenziali rischi e dei possibili effetti collaterali, affinché queste persone possano prendere decisioni consapevoli. La stessa cosa dovrebbero farla gli insegnanti. «Vogliamo che le persone capiscano che provare disagio durante la meditazione non significa necessariamente che stiano facendo qualcosa di sbagliato o che la meditazione sia dannosa», aggiunge Van Dam, «anzi, in alcuni casi, è un’indicazione di un profondo processo psicologico che si sta svolgendo. Tuttavia, se il disagio interferisce significativamente con la vita quotidiana, allora è importante fermarsi e chiedere aiuto».
Le scoperte di Van Dam e del suo team ci dicono qualcosa di essenziale per noi che siamo sul sentiero della ricerca interiore: qualsiasi esercizio o pratica va affrontato con grande rispetto e senza l’ansia da prestazione. Essere “avanzati” significa fare pratiche che siamo in grado di sostenere e esperire ogni giorno il confine dei nostri limiti senza oltrepassarlo mai. Anche nelle pratiche meditative.

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