Parlare di anatomia, oggi, può sembrare un vezzo da nostalgici, da “parrucconi” amanti del sapere antico. Eppure, in questo presente affollato di schermi, simulazioni, avatar e identità digitali, l’anatomia ci riporta a una concretezza: il nostro essere un… corpo. E quando un argomento ti scorre letteralmente nelle vene, finisci per scriverci un libro! Nel mio caso – assieme a Gian Battista Ricci, eccelso disegnatore anatomico – La mirabolante avventura dell’anatomia umana (Edizioni Dedalo).
Non un trattato, né un esercizio accademico di memoria storica. Ma un tributo. Sì: al nostro corpo, che reclama la sua presenza, il suo spazio. Il sacrosanto diritto a non essere dimenticato. Viviamo infatti un’epoca in cui la fisicità sembra essersi ritratta nell’ombra. Passiamo ore a guardare forme di noi stessi che non siamo noi: immagini photoshoppate, filtri, icone che ci rappresentano senza riuscire davvero a contenerci.

Costruiamo relazioni tramite voce compressa in pochi secondi di audio, sguardi mediati dalle telecamere, sorrisi decisi da un algoritmo che ottimizza la luce. Entriamo in riunioni in cui l’unica parte davvero viva e vibrante sembra essere la connessione digitale. Spendiamo soldi senza sfiorare una moneta né palpare una banconota: il denaro si è dissolto in codici che scorrono sul display. Anch’esso ha perso il suo “corpo”, il peso sensoriale. È diventato astrazione che non avvertiamo più tra le dita. Nei canali social costruiamo legami che non hanno mai incontrato la fisicità dell’altro. Oggi possiamo collezionare “amici” di cui non conosciamo la voce naturale, il modo di camminare, la postura quando ridono, la luce negli occhi quando ascoltano. Abitiamo relazioni che vivono interamente dentro un flusso di messaggi, immagini selezionate e storie che durano ventiquattro ore e poi svaniscono. Questi vincoli rimangono reali (e anche sinceri), certo, ma perdono peso specifico: non hanno gravità, temperatura, volume…
Ed ecco il primo clamoroso paradosso: abbiamo un corpo che freme e pulsa, che chiede attenzione e vorrebbe essere toccato, guardato, ascoltato e riconosciuto nella sue presenza piena. E invece se ne resta lì, in stand-by, freezato quasi, come se avesse perso cittadinanza nella nostra esistenza quotidiana. Allora, viva l’anatomia! Perché è proprio lei a ricordarci un dato tanto semplice quanto rivoluzionario: la conoscenza dell’altro si compie attraverso i sensi. La vicinanza non è un fatto “informatico”, non è la somma di messaggi scambiati o di notifiche luminose: è fatta di fiati condivisi, di gesti che si sfiorano, di movimenti che si accordano, di sguardi che si incrociano per davvero. È lì, in quella presenza concreta, che l’umanità riprende corpo.
Attenzione: qui non si sta celebrando la condanna della modernità. Lungi da noi. Semplicemente vogliamo rivendicare la consapevolezza di essere fatti di pelle, ossa, sangue, limiti, peso, fragilità, forza, resistenza, desiderio. Consapevolezza che non può essere delegata a una applicazione, perché non è un bit: è un’esperienza. E allora l’anatomia vince. Non come manuale polveroso, elenco di nomi in latinorum o disciplina tecnica riservata agli specialisti: vince perché torna come un monito su ciò che siamo davvero, un richiamo quasi sentimentale al fatto che la nostra esistenza si regge su una complessità infinitamente più fervida e profonda di un profilo social. L’anatomia diventa il modo per ristabilire il contatto con la nostra realtà più elementare: la carne, il respiro, la postura, il battito. Con tutto ciò che nessuna realtà aumentata, per quanto sofisticata, potrà mai simulare davvero.
Ed eccoci al secondo paradosso: più cerchiamo di allontanarci dal corpo, più esso riaffiora ovunque. Lo ritroviamo nel linguaggio: un fiume sotterraneo che parla di organi, ossa e giunture senza che ce ne accorgiamo. Già, sono le popolari locuzioni a ricordarci che siamo “corpi”: quando abbiamo “fegato”, o nel “mettere il piede in due scarpe”, se ci ritroviamo “con le spalle al muro”, nell’“avere un occhio di riguardo” o “il sangue freddo”, e se non teniamo “il polso della situazione”. Siamo così inconsapevolmente permeati dalla nostra anatomia da averla trasformata nel vocabolario attraverso cui descriviamo la sfera emozionale. L’anatomia batte forte anche nelle parole insospettate. Prendiamo “ricordare”. Un verbo che custodisce un gesto meravigliosamente corporeo: dal latino cordis, ovvero richiamare non alla mente ma al cuore. Come dire: ciò che si rammenta davvero non è mai solo un’informazione, ma qualcosa che ha trovato posto nella nostra fibra emotiva.
E mica è finita. Che cosa utilizziamo centinaia di volte al giorno nelle nostre interazioni virtuali? Mani che salutano, occhi strabuzzanti, braccia che ostentano forza, silhouette cardiache di ogni fisionomia e colore, dita immortalate in mille atteggiamenti, facce che sorridono, piangono, ammiccano, esplodono di stupore… Insomma, un piccolo-grande teatro anatomico che sfoggiamo a ogni piè sospinto (ecco, ci risiamo: anche io ho appena infilato nella frase un pezzo di anatomia, è più forte di noi!). È il nostro stesso organismo che ci sta sussurando: «Sono ancora io il tuo modo per parlare al mondo».
E voglio rincarare la dose. Nella nostra vita cittadina sopravvivono antichi simboli anatomici mascherati da decorazioni. Un esempio sorprendente? Il famoso cilindro rotante dei barbieri, con le sue spirali blu, rosse e bianche. È l’eredità intrigante di un’epoca in cui i barbieri non si limitavano a tagliare barbe e chiome, ma praticavano anche piccole procedure chirurgiche, come i salassi: il rosso richiamava il sangue, il bianco le bende, il blu le vene. Un’insegna anatomica in piena regola, sopravvissuta fino a noi sotto forma di oggetto ornamentale.
Mentre la società si disincarna, la riscoperta dell’anatomia diventa allora una sorta di discreta resistenza culturale. Significa difendere l’idea che conoscere il corpo è un atto etico, quasi politico. Perché in un tempo in cui tutto può essere duplicato, copiato, filtrato, archiviato, allegato, il corpo resta l’unica realtà che non possiamo sostituire. Non chiede aggiornamenti, ricariche e salvataggi su un cloud: ha soltanto bisogno di cura, attenzione, presenza. Ci chiede semplicemente di… esserci.
Per questo motivo parlare di anatomia oggi non è uno sterile omaggio al passato, ma una dichiarazione di amore verso il presente. Per dire che non vogliamo dissolverci nei nostri avatar, che non accettiamo di vivere solo come proiezioni, che non rinunciamo alla complessità biologica che ci anima. Sotto i filtri di Instagram e i nickname delle piattaforme, c’è un cuore che… fa rumore, un fegato che lavora in silenzio, una colonna vertebrale che ci tiene in piedi e un respiro che continua a pompare instancabile anche quando ce lo dimentichiamo bellamente. Ogni corpo umano è un libro. Che chiede di essere letto con passione. E forse, per l’anno che verrà, il proposito migliore è proprio questo: tornare a sfogliare con cura le pagine di noi stessi. Con un po’ più di ascolto, attenzione e gentilezza.

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