«Rispirazioni» è uno spazio dove ogni tanto provo a dire cose semplici. Scrivo dentro questo spazio anche se quello che sto cercando di dire non è una presentazione confezionata né un’idea editoriale da servire. È solo un punto di vista personale su come vedo il mondo quando lo osservo da dentro la vita quotidiana, dentro il lavoro, dentro la musica, dentro le relazioni.
La sensazione è questa: tutto sembra organizzato in modo sempre più chiaro, ordinato, “spiegato”. E dentro questa organizzazione, sembra che una cosa venga lentamente spinta ai margini: la vulnerabilità. La vulnerabilità, in parole quotidiane, è quando ti senti “scoperto”. È quel momento in cui non hai armature: non stai recitando un ruolo forte, non stai controllando tutto, e si vede un po’ di più quello che provi davvero. L’attimo in cui come un vetro o una porcellana che cade vai in pezzi. Come se per essere dentro il mondo e il suo ragionamento si dovesse aderire a una logica implicita che premia la tenuta, la forza, la capacità di non cedere. E se non sei dentro quella forma, rischi di essere percepito come fuori dal discorso. Come se la fragilità togliesse autorevolezza (esagero? può darsi, è nel mio carattere).
Io non so se questa sia una verità del mondo o una costruzione del modo in cui lo stiamo raccontando. So però che la vivo così: come una pressione costante verso una forma di invulnerabilità che non sempre coincide con quello che siamo davvero. Perché, se mi guardo con onestà, non vedo esseri umani costruiti per essere invulnerabili. Vedo persone che imparano sbagliando, che capiscono passando attraverso cose che non controllano, che crescono attraverso incidenti di percorso più che attraverso la perfezione.
Anche il ragionamento lucido nasce dal dubbio, dall’errore, dall’incertezza. Da autore di canzoni questa cosa mi è ancora più evidente. Nella musica che mi ha lasciato qualcosa, quasi mai ho trovato la perfezione come elemento decisivo. Ho trovato piuttosto una forma di verità che passa attraverso l’esposizione.
Mi sono sentito vulnerabile davanti alle telecamere di Rai1. E lo ero anche in studio, quando mi è capitato di lavorare a produzioni musicali con maestri come Claudio Cecchetto, Pippo Baudo, Maurizio Costanzo, Lucio Fabbri, Paolo Costa, Mark Harris, Walter Calloni e molti altri. Ero fragile davanti ai microfoni di Radio Monte Carlo quando iniziavo. Non era una vulnerabilità “poetica”, ma concreta: emozione senza filtri. È lì che ho capito una cosa: non si tratta di non essere vulnerabili, ma di attraversare quella condizione senza trasformarla in un giudizio su di sé.
E la stessa cosa la vedo nel cinema, nella musica, nelle persone che restano. Non è la fragilità in sé a rendere grande qualcuno, ma il fatto che in certi momenti non venga cancellata. In certi lavori di Philip Seymour Hoffman non c’è distanza di sicurezza: c’è esposizione, a volte scomoda. Nel miglior Robert De Niro, anche quando i ruoli sono forti o controllati, resta spesso una tensione interna mai completamente chiusa. In figure come Lady Gaga si vede bene il passaggio: dall’immagine costruita alla possibilità, in certi momenti, di lasciare entrare qualcosa di più fragile senza perdere presenza.
Non riesco a vederla come un difetto da correggere per essere “dentro le cose”. Più la osservo, più mi sembra che sia proprio ciò che ci permette di restare in contatto con la realtà.
«Be real, be human, be yourself».
E come diceva Oscar Wilde: «Sii te stesso; tutti gli altri sono già presi».

È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



