Yoga e psicanalisi apparentemente sembrano mondi lontanissimi fra loro, eppure sono tante le cose che hanno in comune. Fra la struttura della mente umana concepita dai Veda, utilizzata da Patañjali alla fine del 300 nella composizione della sua metodica Yoga, e l’intuizione freudiana passano almeno 1500 anni. Un enorme lasso di tempo in cui lo studio della mente si è sempre più evoluto per continuare a dare risposte al malessere esistenziale dell’uomo. E, sebbene le necessità e le contingenze degli individui siano cambiate enormemente con le epoche, il paradigma terapeutico è rimasto lo stesso. A un certo punto della sua vita l’individuo entra in crisi; ciò che lo circonda non lo soddisfa più, cerca il senso ultimo della vita, soffre terribilmente e cerca un aiuto. È quello che succede ad Arjuna, l’invincibile guerriero della Bhagavad Gītā che un giorno, in preda a gravosi dubbi esistenziali, si rifiuta di combattere. Finché interviene Krishna, l’avatar di Visnu, e lo rimette in carreggiata. È quello che succede a tutti noi quando, coraggiosamente, finiamo per rivolgerci al maestro di yoga o all’analista.
Spinti da un disagio crescente, i cui connotati sono spesso foschi, e che necessita di essere visto da una prospettiva diversa, ci affidiamo a un esperto in materia. Sia lo yoga che l’analisi prevedono che il soggetto si confronti con una guida, che deve (o quantomeno dovrebbe) essere libera e risolta, per condurlo agevolmente all’ascolto e all’incontro con se stesso, in un ambiente dove prevalgono tranquillità, silenzio e rilassamento. Tuttavia non è facile trovare la persona giusta. La storia dello yoga moderno è costellata di celebri maestri che sono finiti nei guai con la giustizia. E anche a livello più comune è facile imbattersi in personalità debordanti e autoritarie che possono far dubitare dell’esistenza dei tanti insegnanti validi e correttamente formati. Lo psichiatra e psicanalista Vittorio Lingiardi, su Repubblica del 14 agosto, scrive così: «Ogni professione praticata male può fare male, ma uno psicanalista ha alle spalle un lungo percorso personale di formazione e supervisione». Quindi, statisticamente, è più facile trovare un maestro di yoga che sia narcisista, autocelebrativo e poco colto, rispetto a uno psicanalista, anche se non mancano le eccezioni, malgrado i molti controlli. Conclude Lingiardi, riferendosi proprio a queste eccezioni nell’analisi: «Da temere sono i guru». Consiglio che si adatta benissimo anche allo yoga, e a tante altre professioni in cui ci affidiamo a qualcuno per migliorare il nostro benessere.
Un altro punto in comune fra lo yoga e la psicanalisi consiste nel fatto che entrambi hanno avuto un grande exploit negli Anni 70-80, e ora vivono un momento di declino. Entrambi, adesso, sperimentano una banalizzazione dei contenuti e del percorso, che dura tutta la vita, in favore di soluzioni rapide e immediate, poco importa se superficiali. La nostra è un’epoca di disimpegno generale. Si vede nelle relazioni, nel lavoro, nella politica, nella cultura. Studiare, faticare, prendersi delle responsabilità, avere un progetto educativo per i figli, sono cose che (ovviamente con le dovute eccezioni) nella classifica delle priorità non interessano più come prima. Si vede anche nello yoga. Molte persone arrivano ai corsi pensando che lo yoga agisca come una pillola miracolosa, fin dalla prima lezione, senza che loro “mettano un dito nell’acqua calda”, come si dice in gergo. Appena capiscono che c’è uno sforzo da fare (tra l’altro la parola Hatha vuol dire anche sforzo), che devono impegnarsi in un percorso che non dà frutti immediati, abbandonano. Ma finché prevale la negazione della fatica necessaria a ottenere dei risultati non può manifestarsi la consapevolezza della propria presa in carico, e conseguentemente la trasformazione che si sta cercando. È per via di questa tendenza generalizzata che il mercato ha creato gli psicofarmaci e gli stili di yoga contemporaneo, che prevalgono la cultura psicologica generica e lo yoga con aperitivo al tramonto, le frasi motivazionali e lo yoga che fa dimagrire. Meglio un rimedio sintomatico oggi che un lavoro impegnativo che inizierà a farmi stare bene, forse, fra sei mesi. Basta guardare cosa, banalmente, accade con le diete: vogliamo perdere peso senza però rinunciare ai cibi e alle abitudini che sappiamo benissimo che ci fanno ingrassare.
In una parola siamo nevrotici, e abbiamo coinvolto la pratica yoga in questo calderone di cose che non vogliamo (o possiamo?) veramente risolvere. Quante volte abbiamo “usato” lo yoga per ammantarci di profondità e spiritualità senza però coglierne davvero la portata trasformatrice? Senza mai metterci seriamente in discussione? Quanti aggrappamenti ci separano da un sincero affidamento? Ecco la differenza fra l’atteggiamento yogico e la pratica yogica di cui parlano alcuni (sinceri) guru, da Sivananda a Satyananda, a Niranjanananda. Freud risolve questa tendenza con il concetto, rivoluzionario, della “pulsione di morte” cioè con la tendenza innata all’autosabotaggio, mentre per Patañjali tutto questo dipende dai residui karmici che inquinano la capacità percettiva dell’uomo nei confronti della Realtà. Residui (vasana, samskara), che possono essere scrostati via con la pratica e la meditazione. La partecipazione attiva al processo di purificazione coscienziale e di produzione dell’inconscio è dunque, per entrambi i percorsi, d’obbligo. Non si può delegare al consiglio del maestro o del terapeuta la propria ricerca. E se da un lato è la parola il centro dell’esperienza analitica, è il respiro il fulcro di quella yogica. Non sono formule adatte a tutti. Anzi, è vero il contrario. Sono proposte adatte a pochi, se non a pochissimi.
Nel suo libro Elogio dell’inconscio lo psicanalista Massimo Recalcati dice: «Non c’è follia più grande di credere di essere il proprio ego». Anche Patañjali aveva indicato nell’identificazione con l’ego uno dei principali nemici della felicità dell’uomo. Nei suoi sutra dello Yoga asmita, l’ego, è il secondo dei kleśa, le cinque principali cause dell’afflizione umana. Per Freud è il rafforzamento egoico dell’identità che scatena le peggiori catastrofi. Per contrastarlo gli contrappone l’inconscio.
Ma cos’è questo inconscio? Nell’immaginario comune l’inconscio è una nave ingovernabile, capitanata da pulsioni e istinti. Fin dall’etica aristotelica in occidente siamo stati educati a soffocare le passioni, a neutralizzare gli istinti, a sottomettere le emozioni e i sentimenti all’infallibile e salvifica Ragione. Il che non è un errore in termini assoluti. Anche Patañjali parla di vairāghya, il necessario distacco dalla colorazione rossa delle passioni, da ciò che ci guida come marionette. Lo yoga stesso è una disciplina, un imbrigliare, un padroneggiare certe cose. Il problema, per Freud, si pone quando l’equilibrio fra la Ragione e il Desiderio si rompe. Quando emergono sintomi (fisici e psichici), lapsus e atti mancati. Quando ci si allontana dalla propria vera essenza, come direbbe Patañjali. La prospettiva tantrica lo conferma: se non gestiamo correttamente le energie dei centri muladhara e svadhisthana il sistema energetico andrà in tilt, perché tutto ciò che non supera la barriera dell’ego è destinato a ritornare in basso. Le zone d’ombra non “bruciate” nel fuoco centrale genereranno dipendenze, ossessioni e paranoie. La nostra vita coscienziale rimarrà superficiale.
Freud compie un rivoluzionario passo indietro rispetto alla necessità filosofica di “governare” le passioni, e supera il rigido schema della cultura romantica che vedeva la Ragione contrapposta alla Passione. Emancipa la Ragione dall’egemonia sull’individuo e le mette accanto una controparte che gli parla in una lingua sconosciuta, l’inconscio. Ma l’inconscio freudiano non è un serbatoio di schifezze, peccati originali o istinti irrazionali. Non è nemmeno un dispettoso sabotatore che approfitta di una nostra vulnerabilità per punirci. Come dice Recalcati è «un’intenzionalità, un progetto o un’azione orientata da un fine», tutti termini compatibili con le caratteristiche dell’azione yoga (kryia yoga) descritta da Patañjali nel Sadhana Pada (il quarto capitolo di Yogasutra, ndr). L’inconscio «parla, risponde, ci interroga, suggerisce soluzioni, genera inciampi e ostacoli, promuove atti, spalanca visioni, dubita del nostro sapere, esige un sapere nuovo… Non dimentica nulla e pone il soggetto di fronte alle scadenze improrogabili della sua vita». Questa prospettiva lo fa assomigliare più alla Buddhi che ad Ahamkara, cioè più all’intuizione pura e profonda che ci guida, (o almeno dovrebbe, se riuscissimo a pulire la nostra percezione con lo yoga) che al vulcanismo dell’ego e al magma dei desideri non elaborati. La psicanalisi non promette alcuna guarigione, così come dovrebbe fare un percorso serio di yoga. Il suo scopo è costruire una strada per accedere al proprio desiderio, così come lo yoga di Patañjali parla di accesso alla propria vera essenza (Sutra I.3).
Un altro parallelismo fra le due esperienze consiste nel fatto che la psicanalisi freudiana è stata accusata di molte cose, fra cui quella di essere una setta, dove chi si schiera “contro” è accusato di eresia. Questa dinamica è presente nello yoga dall’alba dei suoi giorni fino a oggi. Non sono affatto scomparsi gli scontri fra le varie tradizioni e le antipatie reciproche fra i maestri e i relativi allievi. Così come esistono tanti lignaggi di yoga, esistono tante psicanalisi, cioè una grande varietà di teorie, modelli e stili terapeutici che derivano dagli studi e dalle esperienze dei vari allievi di Freud. Oggi la psicanalisi non è più considerata un archivio di idee ottocentesche centrate sulle pulsioni sessuali. Non deve più salvare dai manicomi dove venivano rinchiusi i “pazzi”. Oggi lavora su trauma e attaccamento, dialoga con le neuro-scienze e il cognitivismo, come del resto fa lo yoga. Entrambi lavorano sull’etica della responsabilità ed esprimono una teoria critica della società. Oggi lo yoga viene insegnato a scuola, a partire dalla primaria, in alcuni istituti statali, ed è utilizzato da alcune aziende sanitarie provinciali nella cura delle persone fragili, insieme alle psicoterapie protocollari.
Allora qual è lo stato dell’arte di entrambe le vie? Mentre lo yoga cerca di liberarsi con molta fatica dall’ossessione della forma, cioè dall’egemonia degli asana nella pratica, lo psicanalista Massimo Recalcati dice che «la malattia mentale attuale è credere di essere inefficienti». Per questo non facciamo che riempirci la vita di prestazioni anziché di esperienze. Non c’è ascolto, solo confronto. Non c’è accettazione, solo gara. Non c’è accesso al desiderio profondo, alla nostra vera essenza. «Diventiamo macchine di cui dobbiamo preservare la potenziale efficienza». Ecco perché imperano il culto del corpo, i fanatismi alimentari e l’ideale distopico di una eterna e indifferenziata giovinezza.
Ma perché succede questo? Probabilmente perché siamo impigliati in un perverso gioco dell’oca e ritorniamo sempre al punto di partenza. Per migliaia di anni il ruolo dell’ego è stato al centro dell’indagine sull’infelicità dell’uomo. Sembrava, a un certo punto, che il progresso scientifico lo avesse rintuzzato e invece l’avvento dei social media e il modello capitalistico imperante lo hanno fortemente rinvigorito. Le modalità con cui queste egoità emergono sono spesso spaventose e gettano una luce tetra sul futuro del pensiero umano. Yoga e psicanalisi hanno davanti a sè un futuro incerto, ma rimangono fra le poche vie a insegnare come diventare davvero consapevoli, come riconoscere e smantellare i condizionamenti, come costruire un’esistenza veramente libera dall’identificazione con il corpo e con l’ego, e dunque come incontrare l’inatteso Sé.

È difficile sapere di cosa ho bisogno veramente. Ma è centrale capirlo. Sapere che non siamo le nostre emozioni, che il nostro testimone non sta nelle sensazioni. Sapere che siamo angeli e demoni, parte di azzurro e parte di buio. Che l'incoerenza è la coerenza del cosmo e che non c'è separazione in noi e tra noi e l'Universo. C'è un percorso da fare, non esiste la pillola della realizzazione, ma sappiamo che basta un attimo di luce perché la nostra vita cambi del tutto
Quando qualcuno ci chiede chi siamo, generalmente rispondiamo attraverso elementi che appartengono alla nostra storia: il nostro nome, il lavoro che facciamo, le persone che frequentiamo, i luoghi in cui viviamo, le nostre preferenze, le nostre esperienze. Tutto questo certamente racconta qualcosa di noi, ma sappiamo anche che ogni aspetto esterno della nostra vita è soggetto al cambiamento. La tradizione dello Yoga ci invita proprio a questa esplorazione: riconoscere ciò che cambia e avvicinarci a “colui che osserva il cambiamento”. In questa visione il Kriya Yoga poi è uno strumento per sviluppare la conoscenza di sé. Con un obiettivo: diventare più presenti, più stabili e più capaci di scegliere
La disciplina indiana ben si concilia con questo burrascoso periodo della vita. Ed è un valido aiuto per scoprire meglio se stessi e ricomporre mente, corpo e percezione di sé. Inoltre avvia al riconoscimento dei propri valori personali e diventa un metodo per riconoscere e affrontare al meglio emozioni e stress
Da sempre cerco di consigliare delle letture sullo Yoga e sul misticismo indiano cercando di intuire quali interessi si trovino dietro ogni lettore con cui condivido eventuali suggerimenti. Allora vi consiglio tre testi classici per entrare ancora di più in questa via...
Quante volte abbiamo lasciato che la vita fosse chiusa e compressa dentro di noi? Ci vuole coraggio per aprirci ed è necessario cercare l’armonia dell’apertura perché un vulcano può esplodere in modo rovinoso o tracciare nuove valli e nuove vie. Il fiume di lava può essere distruttivo o armonico. Spesso abbiamo paura di aprirci perché significa rischiare ma solo rischiando un possibile errore possiamo aprirci anche a una nuova parte di noi
È un libro che dovrebbe stare in ogni biblioteca, scolastica e di casa. Ma il sindaco di Venezia ha tolto «Piccolo blu e Piccolo giallo» dalle biblioteche scolastiche perché ritenuto portatore di “ideologia gender”. Eppure racconta solo la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo che si abbracciano così forte da diventare verdi...



