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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Yoga: «keep calm», non facciamoci la guerra, però...

In queste ultime settimane quando penso al mondo dello Yoga provo una sensazione di disagio. Niente di nuovo sotto il Sole, per carità, ma come ben sottolineato da Riccardo Serventi Longhi in un ottimo articolo di qualche giorno fa su Rispirazioni, la deriva che ha preso questa galassia appare simile a quella descritta dalla Genesi nel racconto della Torre di Babele: sarà stata la presunzione e l’arroganza umana a portarci a questa confusione in cui si fa passare per yoga ciò che yoga non è?

E come facciamo a spiegare a chi non lo pratica, cosa sia lo yoga e cosa non lo sia, senza generare conflitti, giudizi e guerre tra bande?

Sarà l’innata propensione umana a generare divisioni e a dare vita a lotte tra scuole, stili, approcci, guelfi e ghibellini che abbiamo sotto gli occhi da decenni?

E perché cavolo è necessario mettere ovunque la parola “yoga” per vendere ginnastica?


Diciamoci la verità, noi insegnanti siamo tutti convinti di essere gli interpreti autentici di una tradizione antica, senza ricordare che lo Yoga di 500-1000 e più anni fa nulla aveva a che vedere con tappetini, top, mise sexy, pantacollant, muscoli ben in vista, centri, palestre, aerobica, diete benessere, webinar, eccetera.

Il mondo era proprio diverso, nel bene e nel male, e quindi l’interpretazione di qualunque pratica di allora è imparagonabile a quella di oggi.

Peraltro mentre pensavo al pessimo spettacolo che i praticanti di Yoga danno su Internet quando litigano ferocemente su qualsiasi affermazione si faccia, ho riflettuto sul fatto che, secoli fa, quando non c’era il diabolico Web, in Oriente qualsiasi diatriba si risolveva con un bel “santo” colpo di spada. E non se ne parlava più. Tutto è relativo.


Ah, e poi se gli yogin litigano a colpi di «asana sì», «asana no», come dimenticare che il pacifico mondo buddhista non è da meno: alle critiche di chi ha trovato fuori luogo una frase del Dalai Lama di qualche tempo fa, è seguita una tale violenza verbale da parte di coloro che si definiscono seguaci del buddhismo tibetano (e che io definisco “tibetisti” per distinguerli dai sinceri buddhisti) che – questa reazione – è stato il vero scandalo della vicenda.


Vi chiedete anche voi che senso abbia dichiararsi seguaci dei valori di una pratica o di una religione per poi negarli con un comportamento assolutista, irrispettoso e dogmatico? Per quanto mi riguarda, penso che l’unico atteggiamento che mi descrive sia una sorta di relativismo, il porsi in modo accogliente e umano verso gli altri esseri viventi, il dare la prevalenza all’uomo sull’ideologia; quel sapere (vidya) che, spesso, ciò in cui crediamo e che pensiamo «assoluto» è solo il frutto delle nostre idiosincrasie, delle proiezioni, delle nostre caratteristiche naturali e di quella piccolissima parte di un Tutto, che siamo riusciti a comprendere.


Senza il bisogno di denigrare alcuna persona e alcuna scelta, però, è, nello stesso tempo, necessario avere la capacità di valorizzare le scelte differenti dalle nostre (perché potranno accogliere altri simili che in questo modo si sentiranno a casa) e definire ciò che è Yoga (e quindi ciò che non è). Sempre consci che tutto è relativo al Tutto.


Allora proviamo a mettere alcuni “paletti” alla definizione di ciò che è Yoga:

1. stabiliamo – secondo i sacri testi - che «lo yoga è l’arresto delle fluttuazioni della coscienza» (Yogasutra, I, 2) e che…

2. …«è equanimità» (Baghavad-Gita, II, 48);

3. poi stabiliamo che in ogni lezione ci debba “essere” la pratica dei 5 anga “esterni”, yama, niyama, asana, pranayama, pratiahara;

4. stabiliamo anche che l’asana deve essere stabile e confortevole…

5. …e che è necessario vivere l’immobilità e il respiro nella posizione;

6. Yoga è anche l’arte dell’agire e quest’arte comprende la capacità di non considerare nostri i frutti dell’azione (confronta l'articolo di Tiziano Valentinuzzi su Rispirazioni: https://www.rispirazioni.it/post/cosa-davvero-lo-yoga ).


La mia è una proposta, è un’opinione, chi non è d’accordo non si affanni a insultare, si può risolvere con un clic, il web è vasto.

Chi non è in disaccordo, può provare ad aggiungere altri “paletti”, per scrivere una «carta dello Yoga» che non sia “governativa, ma culturale.

Le sfumature possono essere tante, ma già questi pochi punti non farebbero una bella differenza e relegherebbero l’iperdinamicità alla degna e salutare pratica del fitness?


E non è nemmeno un tentativo di omologazione il mio, anzi. Per esempio, con Elisabetta Raganati e Andrea Fugazza abbiamo dato vita a un workshop che unisce, nello stesso spirito yogico, tre tradizioni, Ratna, Ashtanga e Raja Hatha. Il risultato è un percorso negli anga di Patanjali e nel rispetto della tradizione. È un esperimento, è già sold out, quindi non ci sto facendo pubblicità, ma è necessario partire dalle idee per arrivare alla pratica, altrimenti facciamo solo filosofia. Vi dirò com’è andata.


Mi chiedo se sia possibile partire da un’intenzione simile per provare a vivere uno spirito di vera unione nell’unicità; e se possiamo smettere – mentre si discute - di sommergere di critiche e insulti gli altri. Ma, nello stesso tempo, smettere anche di associare alla parola «yoga», acrobazie, aperitivi e altro. Perché, per dirla come Yoda (ops), «Yoga questo non è».



Yoga, pardon... Yoda. Foto di Martin da Pixabay

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2 Comments


Guest
Jun 08, 2023

Aggiungerei il "non giudizio"

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Mario Raffaele Conti
Mario Raffaele Conti
Jun 08, 2023
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Il non giudizio di sé e degli altri, sì. Anche se per estensione fa parte già della non-violenza degli Yama…

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