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  • Immagine del redattoreAmalia Cornale

The Crown 5: ci specchiamo in Carlo e Diana e riconosciamo noi stessi

È in onda su Netflix la quinta, attesissima, stagione di The Crown, che narra la storia della famiglia reale dei Windsor.

Nel corso delle prime quattro stagioni gli attori che interpretano i vari membri della casata sono cambiati diverse volte, per tenere il passo con la cronologia narrativa. Anche in questa quinta stagione ci sono state delle novità: Carlo è interpretato da Dominic West (celebrato attore di molte serie cult come The Wire e The Affair), Diana da Elizabeth Debicki (l’intrigante protagonista di Tenet) e la compianta regina Elisabetta dall’attrice Imelda Staunton. Nel cast ci sono anche Sir Jonathan Pryce, Natasha McElhone e l’ex 007, Timothy Dalton. Tutti i personaggi, anche quelli minori, sono perfettamente integrati nella trama della serie, che però, secondo me, puntata dopo puntata, si è sempre più inesorabilmente diretta verso il puro gossip.





Gli spunti storici interessanti, come ad esempio quello sui Romanov, e l’attenzione sui veri compiti e i tanti interessi di Carlo e della stessa regina si sono presto dileguati, in favore di un maggiore focus sulle vicende del disastroso matrimonio fra Carlo e Diana.

La loro turbolenta storia d’amore, per la sua simbologia e per la sua enorme esposizione mediatica, ha sempre finito per polarizzare le opinioni su chi fosse la vittima e chi il carnefice, spesso banalizzando l’enorme dolore che i protagonisti e i loro familiari hanno vissuto. Un po' tutti, anche quelli poco interessati alla vicenda, si sono fatti un’idea o hanno espresso un giudizio in tale senso.


Invece, secondo me, la cosa più interessante di questa storia non è tanto indagare i comportamenti, sicuramente poco carini, ma pur sempre umani, delle tante parti coinvolte, quanto comprendere che l’esito drammatico della vicenda ha più a che fare con i condizionamenti personali, familiari, sociali e regali a cui tutti i soggetti sono stati sottoposti. E questo tema, a parte i doveri regali, ci riguarda tutti, indistintamente.


Per esempio, osservando le fragilità emotive e l’instabilità mentale della principessa con la lente dello Yoga sono ben visibili i suoi klesa (le cause primigenie della sofferenza, secondo Patanjali). Diana sembra avere tutte le caratteristiche di una delle protagoniste di Donne che amano troppo di Robin Norwood. Il suo insaziabile bisogno d’amore non poteva essere colmato da Carlo, né da nessun altro, perché è un samskara, un’impronta, un’impressione latente incisa nel complesso mentale (citta) che condiziona ogni pensiero, ogni azione.


Questi condizionamenti sottogiacenti incrostano la nostra capacità di percepire le informazioni che provengono dai fatti, dalla realtà, e ci portano verso asmita, verso l’ego, che non vede l’ora di convalidare le sue, spesso strampalate, tesi. E da lì non facciamo che vedere complotti ovunque, sviluppando, nei casi più estremi, manie di persecuzione e paranoie. L’ego, quando è troppo ingombrante, si nutre di dolore, e finisce per essere un turbine che avviluppa sempre più verso il basso tutte le nostre energie. In preda ai klesa perdiamo completamente la nostra bussola interna. E finché i nostri samskara non vengono adeguatamente riconosciuti e letteralmente scrostati via (con lo yoga, per esempio) non c’è speranza per noi di avere un’azione libera, consapevole, giusta, yogica, dharmica, cioè un’azione che non crea karma, non nuoce a nessuno e ci tiene pacificamente uniti al nostro contesto.


I condizionamenti, le ambizioni, le paure più insondate, incidono direttamente sul nostro agito e se non siamo sufficientemente centrati e consapevoli finiscono per distruggere il nucleo interno dal quale dipende la nostra stabilità. Anche Carlo, la regina, i giornalisti, gli Al Fayed hanno agito in preda ai loro condizionamenti, e spesso le loro scelte hanno causato dolore. Errare umanum est, ma più conosciamo certi meccanismi più possiamo migliorare noi stessi e il mondo attorno a noi. The Crown, oltre a intrattenere, ci insegna che conoscere i nostri angoli più bui e remoti ci serve a rimanere lucidi e responsabili quando la vita intorno a noi si fa turbolenta.




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