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The Buddhist Tapes/2 Un Buddha per gli occidentali

Questa è la seconda parte della lunga intervista al filosofo e ricercatore Stefano Bettera sulle grandi domande per il buddhismo in Occidente.

Potete leggere la prima parte cliccando qui sotto:


Domanda: L'esplorazione della mente, specialmente nella via tibetana, è quanto di più complesso abbia mai incontrato. L'approccio theravada o lo zen di Thich Nhat Hanh sono più fruibili per gli occidentali. Esiste un buddhismo per occidentali, secondo lei? O invece ha più senso che un italiano si trasformi in un “tibetano” e aderisca a un immaginario a lui alieno?

Risponde Stefano Bettera


«Il primo punto riguarda le varie espressioni che il buddhismo ha preso nel corso del tempo e alcuni modi in cui il buddhismo viene presentato. Per esempio, si dice che il buddhismo tibetano sia una scienza della mente, ma questo è un concetto fuorviante. Va da sé che il buddhismo abbia sviluppato una serie di intuizioni e di discipline filosofiche di studio dei meccanismi mentali. Questo è un fatto. Anche durante la meditazione c’è un percorso di studio della mente, è la prima parte di concentrazione; poi c’è la seconda parte di approfondimento, la famosa vipassana, che vuol dire guardare dentro, comprendere come funziona la nostra mente in relazione alla realtà.


Ma resta il fatto che il punto centrale del buddhismo non è quello di indagare come funzioni la mente. È un “di cui”. L’attività principale del buddhismo è rispondere alla domanda: “Il malessere, l’attrito, dukkha, è la condizione della vita e dunque che cosa ne faccio? Come mi comporto all’interno della condizione esistenziale umana!”. L’Ottuplice sentiero (che è la Quarta nobile verità) non si sofferma semplicemente a vedere come funziona la mente: ti parla di retta visione, retta concentrazione, retti mezzi di sostentamento, etica, eccetera, cioè ti dà una visione completa, ti indica un modo di stare nel mondo che può facilitare un percorso di saggezza.


Ridurre il buddhismo a un semplice studio della mente o a un semplice percorso meditativo è davvero un errore dal punto di vista buddhista. Molti occidentali identificano prevalentemente il buddhismo con la meditazione: la meditazione è una parte importante nell’addestramento interiore della persona, ma il buddhismo non è meditazione, il buddhismo è una visione del mondo, è una via di saggezza verso la liberazione. Di fatto è un ortoprassi.


E qui arriviamo al punto: esiste una forma di buddhismo occidentale? Sì e no. Un buddhismo occidentale deve esistere, ma nello stesso è un falso problema che nasce nella mente degli occidentali che devono catalogare culturalmente le cose. È un falso problema perché il messaggio buddista è universale; Buddha ha parlato per chi vive nella pianura del Gange o a New York. La scoperta spirituale del Buddha può funzionare per uno nato in Congo o in Alaska. È una visione universalista.


Un Buddha a Saint-Cirq-Lapopie (Francia).

Non bisogna confondere le espressioni culturali che la cultura buddhista ha assunto nella sua storia nel momento in cui il Dharma è andato a incontrare le varie popolazioni che hanno avuto bisogno di elaborare un certo linguaggio. Il Buddha parlava un dialetto che è una derivazione del pali, una lingua indoeuropea nata nel Nord-est dell’India. Ciascuno di noi usa dei codici linguisti e culturali diversi e ha bisogno per comprendere il messaggio, di adattarlo a codici che sono familiari per lui. Il linguaggio porta con sé dei significati e questo ha a che fare con la traduzione. Certe volte sono stati fatti grandi pasticci nel buddhismo come in tutte le religioni.


Da dove partire per costruire un buddhismo occidentale? Parte del mondo occidentale, Stephen Batchelor in testa, ha tentato di fare una certa operazione, prendendo spunto dalla nascita dello Zen. Il ragionamento è stato: il buddhismo è già passato all’interno di questa problematica, da una crisi di elaborazione, quando arrivò in Cina. I cinesi tornarono al punto di partenza: “lasciamo da parte tutto l’apparato filosofico indiano e torniamo al core business del Buddhismo che è il momento del sedersi, dell’essere consapevoli qui e ora. Questo è quello che è accaduto quando è nato il chan e, poi, in Giappone, lo zen.


Parte degli studiosi occidentali hanno pensato che anche noi dovessimo tornare a un punto di origine. Che nel miglior mondo possibile sarebbe un ragionamento affascinante ma presenta un grosso limite. Joseph Ratzinger nel suo ultimo libro Che cos’è il cristianesimo dice che le religioni non esistono come idea, ma esistono nelle religioni. È un concetto potentissimo: le religioni, cioè, esistono perché sono concetti vivi he vengono trasmessi nel corpo degli uomini e continuamente trasformate da quello che è l’esperienza del tempo, dello spazio degli incontri, eccetera.


Questo vale anche per il buddhismo: non puoi fare un’operazione di astrazione asettica come se fossimo in laboratorio. È un discorso molto accademico: prendiamo il corpus buddhistico come se fosse astratto dal tempo e dallo spazio, lo mettiamo sotto un vetrino in laboratorio, teniamo quello che ci serve ed eliminiamo il resto. Non lo puoi fare per due motivi: prima di tutto perché la caratteristica principale del buddhismo, fino dal primo momento, è quella di vivere e di svilupparsi per concatenazioni; la legge di causa effetto e dell’origine interdipendente dei fenomeni dice che tutto esiste in relazione a delle condizioni: non esiste nulla fuori dal vacuum, tutto esiste perché è collegato a qualcos’altro.


Peraltro, il fatto che il buddhismo sia arrivato da noi sui veicoli delle varie tradizioni, è ciò che ha permesso a noi di conoscerlo e di farlo vivere fin qui e fino adesso. Inoltre, le varie interpretazioni all’interno del buddhismo nel corso dei secoli sono quelle che hanno maturato quello che è il buddhismo oggi. Le sfaccettature sono diverse, ma le intuizioni e gli approfondimenti sono in totale coerenza con gli insegnamenti del Buddha».


Il testo del primo sermone del Buddha a Sarnath (India).


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