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  • Immagine del redattoreElia Perboni

Stevie Wonder, vedere oltre gli occhi

Un'intervista a Zurigo “ritorna” alla luce di nuove scoperte interiori

Se siamo concentrati nell’ascolto, nel sentire, tendiamo a chiudere gli occhi. È così che riusciamo a percepire con maggiore intensità le nostre sensazioni, a “osservare” con altro sguardo il nostro mondo interiore, come accade nella meditazione, ma anche in ciò che arriva dall’esterno, dalla vita. Sono riflessioni che mi hanno portato a rivivere un incontro del passato, parole che ho ritrovato in una mia vecchia intervista: «Non ho mai pensato che essere cieco sia uno svantaggio, come non ho mai pensato che essere nero fosse uno svantaggio. Sono quel che sono, Dio mi ha permesso di prendere qualsiasi cosa volessi e di farne qualcosa di bello». Sono pensieri raccolti durante un incontro indimenticabile con Stevie Wonder, nei primi anni Ottanta. Un pomeriggio e una serata trascorsi con questo monumento della musica, in occasione di un suo concerto a Zurigo nel quale riproponeva tutta la storia musicale della sua vita. Sono quegli incontri che lasciano il segno e si trasformano in insegnamenti. Lì ho scoperto che la grandezza di un’artista è spesso (non sempre) pari alla sua umiltà. Lì è emerso il suo pensiero profondo rimasto inalterato nel tempo e che ancora oggi esprime le proprie posizioni pacifiste, l’interiorità e l’attenzione verso gli altri. In quell’occasione ha svelato il suo interesse per le contaminazioni, per il sociale, per l’evoluzione tecnologica che gli ha consentito, da non vedente, di leggere e manipolare sonorità. Ma ha parlato anche di fragilità, dell’umana paura di sentirsi vulnerabile davanti al pubblico che non vede, indifeso. Ad aiutarlo è sempre stata la sua grande forza interiore, una spiritualità, una sensibilità che è riuscito a incanalare nella musica. Che è il suo modo di incontrare e raccontare il mondo. Ricordo che Stevie è molto attento alle sfumature, parla dolcemente, “sente” l’interlocutore, persino la sua voce parlata è musicale: «Nella vita cerco di dare tranquillità, serenità e di riceverne sempre di più. Normalmente chiedo a me stesso di usare sempre più maturità e saggezza nei momenti in cui la vita subisce cambiamenti, trasformazioni». E racconta il suo concetto di suono: «Tutta la musica, per me, rispecchia ciò che succede. Ogni cultura, ogni Paese, esprime un linguaggio che ha radici profonde, anche religiose, e i suoni, la musica di quei luoghi ne sono lo specchio. Ne sono attratto. Sin da quando avevo sei anni la radio mi permetteva di ascoltare ciò che arrivava dal mondo, mi sentivo in contatto con la gente più lontana, con musiche e culture che provenivano da altri Paesi. In quel momento ci si ritrova a vivere esperienze emotive diverse che possono diventare la tua musica con le sue tante sfaccettature. Il mio amore per la musica è pari a quello per il mio universo». E poi c’è una rivelazione che appare paradossale per un non vedente, ma che Stevie spiega bene: «Sono conquistato dal cinema: nella mia mente si formano le immagini che stanno scorrendo sullo schermo attraverso le atmosfere, i dialoghi e la musica che mi parla. Per questo mi sono dedicato spesso alla composizione di colonne sonore dilatando le immagini nella fantasia del suono». Recentemente Wonder ha espresso la sua grande preoccupazione per la violenza e l’uso delle armi in America. Per questo il grande attivista e leader dei diritti civili, nominato nel 2009 «messaggero di pace», ha dichiarato recentemente di voler lasciare gli Stati Uniti per andare a vivere in Ghana. Un ritorno alle radici della sua pelle.


La pagina del servizio di Elia Perboni su «Ciao 2001» ai tempi dell'intervista con Stevie Wonder.



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