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  • Immagine del redattoreFranco Acquaviva

«Risen», gli alieni e quella paura tutta maschile di perdere la sicurezza

Che c’entra la fantascienza, al cinema, con le intuizioni sui modi di conoscenza della vita e delle cose? Forse molto, forse niente. Se la letteratura può del resto darsi i tempi del romanzo per esplorare anche i temi filosofici più ardui, non è così comune che a farlo sia il cinema. Se poi ci riferiamo non al cinema d’autore, o d’arte, ma ai film di consumo, che ciò accada è ancora meno usuale. Ma se, infine, ci troviamo di fronte a un film che tutto sommato sembra un vero e proprio B-movie, e pretendiamo di cavarci qualcosa di più che scene splatter o stereotipi allo stato puro, l’impresa si annuncia impossibile. Eppure. Il film in questione s’intitola Risen ed è visibile su Prime Video.



Anche tentare di raccontarlo rischia di estendere al lettore la stessa atonia muscolare che il film produce alla visione diretta. Senza contare la comicità involontaria di certe soluzioni drammaturgiche. Per esempio questa, la sequenza d’avvio: esterno con casa rurale (in Pennsylvania) circondata dalla neve; poi interno con sala da pranzo e tavolo apparecchiato intorno a cui, seduti, stanno mamma papà, e due bambine che arrivano con adeguato ritardo al richiamo ripetuto «in tavolaaaa!», mentre sul fondo si vede ardere un camino e tutti sono vestiti – coerentemente, si deve ammettere – con abitini di cotone sbracciati e a gambe e piedi nudi (ah già, il gas costerà meno negli Usa, ma perché allora il camino? Boh).


La più piccola delle due bimbe protesta perché si trova a fronteggiare il ritorno settimanale della tanto aborrita crema di ceci. E in questo preciso istante, ecco, va via la luce: buio, lampo, esplosione; la casa semidistrutta, i quattro mezzi sepolti dalle macerie ma ancora vivi (però moriranno di lì a poco). Si fosse trovato accanto a me, a vedere il film, il battutista cinico che in certi casi si sveglia in ciascuno di noi, sono sicuro che se ne sarebbe uscito con una frase tipo: «Ecco cosa succede a protestare per la crema di ceci».

Per farla breve, e senza anticipare troppo, accade che gli alieni stanno mettendo in pratica un modo meno militare del solito (si potrebbe dire quasi una “sostituzione di specie”), per invadere la Terra. Cambiano il Dna agli umani sostituendolo con il loro, così nei medesimi corpi terrestri, uccisi dalla caduta di vari meteoriti (come la famiglia dell’inizio) e poi resuscitati, prendono vita i nuovi abitanti del pianeta. Questa, in sintesi, l’idea generale del plot.

 

Dopo un po’, ecco che arriva il solito scienziato, anzi, qui coppia di scienziati, uomo e donna, specialissimi, che il Pentagono manda a chiamare perché sono gli unici in grado di capire che diavolo stia succedendo. Lei è una mente brillante, ma la scopriamo alcolista a causa di un trauma infantile che riemerge a frammenti per progressivi flashback. Lui è un geologo, molto meno brillante, che nella vicenda avrà un ruolo secondario.


Ma perché sto raccontando tutto questo? Sono partito con la domanda: «Che c’entra la fantascienza, al cinema, con le intuizioni sui modi di conoscenza della vita e delle cose?». Ebbene, devo dire che il giorno dopo la visione, camminando nel bosco, mi è tornata in mente una scena del film, e da quel ricordo è venuta un’intuizione che c’entra con quei modi, anzi con un certo qual modo di relazionarsi con le cose e con gli altri esseri che ci può mettere sulla via di una loro conoscenza meno superficiale.

 

È una cosa molto semplice. Forse banale. E accade circa a metà film. I due scienziati vanno a ispezionare il cratere lasciato dal meteorite. L’inquadratura li coglie in piedi intorno alla terra smossa, imbragati in enormi tute arancioni e scafandri per via dei gas tossici rilasciati dal bolide. Lui dice, stando in piedi: «Non c’è niente qui». Nell’inquadratura successiva la donna è sdraiata a terra, totalmente rivolta verso il centro del cratere, si tende con il braccio e con tutto il corpo verso qualcosa. Il dettaglio mostra un minuscolo germoglio rosso che la scienziata accarezza a lungo. Premetto che il germoglio sarà la chiave di tutti gli eventi che seguiranno; la presenza che a poco a poco modellerà il destino del pianeta e degli umani. Ed è questa scena che mi ha colpito. Perché l’uomo non vede il germoglio? Perché la sua vista è peggiore di quella della donna? Perché possiede un minore spirito di osservazione? È distratto? Pensa ad altro? Non vede l’ora di andarsene? E invece la donna, se lo vede, è per i motivi opposti a quelli appena elencati? Sì, può essere, ma sento che non mi basta. Allora mi viene in aiuto questa curiosa domanda a chiasmo, a incrocio: la donna si è sdraiata perché ha visto il germoglio o ha visto il germoglio perché si è sdraiata? Bisogna ammettere che la differenza tra queste due ipotesi non è trascurabile.

 

L’uomo non vede perché non ha la pazienza, l’umiltà, di abbandonare la postura di distanza, che per lui è quella meno scomoda, e la più opportuna. La donna lascia tutto: postura, distanza, comodità, opportunità; lascia andare anche la sicurezza, questo mito tutto occidentale. Non solo, ma accetta la posizione prona, perché è quella che più la avvicina al luogo da investigare. In altre parole, la donna accetta un contatto diretto e potenzialmente pericoloso con l’alterità. Non si sdraia perché vede. Vede perché si sdraia. Quante volte ci capita di non vedere qualcosa, non solo in senso materiale, perché non cambiamo postura, non accettiamo la scomodità di un altro approccio che ci metta totalmente in gioco, in modo da lasciarci quasi indifesi? La scienziata, nel film, potrebbe salvare l’umanità poiché, in quel germoglio, ne ha visto l’inizio della fine. Non lo farà, per motivi che qui non svelo. Ma resta il fatto che il suo atteggiamento le permette di avvicinarsi alla scoperta della verità.

Tutto questo nella scena di un B-movie? Del resto, fatte le debite proporzioni, anche Philip Dick era considerato uno scrittore di serie B. Eppure.



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