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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Ricercatori, l'equilibrio è un'illusione!

Come mai nei testi di crescita personale, di spiritualità, di yoga, non esiste il concetto di equilibrio? Certo, se ne parla quando si descrive un asana particolare, quel tipo di equilibrio è prezioso, ma sembra più un traguardo fisico che psichico. È tanto più strano se si considera Yogasutra di Patanjali anche come un libro di psicologia, quale effettivamente è. Ma andiamo oltre: in nessun testo spirituale si parla mai di equilibrio mentale.


In effetti, forse, Patanjali sapeva che l'equilibrio si scontrava, per esempio, con un'esperienza come «tapasya», cioè un percorso di meditazione profonda, rinuncia, austerità e grande sforzo “mistico”. In tempi moderni solo i sannyasi in India fanno ancora questo. Ma possiamo dire equilibrato San Francesco che si rotolava nella neve per allontanare le tentazioni? O Siddharta Gautama che restò sotto un ficus religiosa fino all'illuminazione? O Lutero e Calvino che vissero le contraddizioni gravi del '500 pur diventando dei fari nella Storia? O Yogananda che viveva praticamente senza dormire?


E poi, quante volte avete sentito sibilare l'accusa, pronta a partire con balzo felino: «Ma come? Mediti e poi sbotti così»; «Guarda quello, va in chiesa e poi...».

Siamo un popolo di ricercatori disequilibrati (talvolta squilibrati). Ma c'è un perché. Perché non è l'equilibrio il punto focale della ricerca. Anzi, la ricerca è fatta di tanti punti di squilibrio che vanno esperiti e osservati, perché sono quelli che ci consentono di trovare la strada che ci somiglia.


Consideriamo la nostra esperienza: non siamo perennemente sospesi su un filo dal quale cadere è la norma? E non sono le cadute le nostre vere maestre di vita?

Stasera una mia cara amica, appena tornata da un lungo meraviglioso ritiro mi ha scritto: «Questa dovrebbe essere la normalità». Non ho avuto il coraggio di dirle che non può essere la norma (ma lo leggerà ora e sorriderà, perché lo sa...) e che l'elevazione (qualunque cosa voglia dire questa parola) avviene quando la vita assume lo schema di un elettrocardiogramma, con tutte le imperfezioni, gli up-and-down, le aritmie, i soffi... L'equilibrio sta nel disequilibrio.


I picchi e le discese portano a qualcosa che potremmo definire un “progresso”. Certo, come nell'idillio amoroso, l'ideale è che ci sia sempre quella tensione dolce e intensa che riempie il cuore, ma se fosse sempre così, oltre ad avere problemi di “glicemia”, ci perderemmo tutta la tenerezza dell'errore, della caduta, del regresso, momenti fondamentali per anestetizzare l'ego.

Quindi il concetto di equilibrio non è assolutamente contemplato né da Patanjali, né dalla Bhagavad Gita, né nei Vangeli. Però, c'è un «però».


Perché, ben vedere, il risultato parziale di una via di ricerca interiore è calma, chiarezza mentale, introspezione, consapevolezza, tutti elementi caratteristici di quello che comunemente viene chiamato “equilibrio mentale”. Però non è la stessa cosa. Non è l’equilibrio l’obiettivo, non è lo stare bene, non è nemmeno la felicità di cui spesso scrivo anche io. L’obiettivo è di riuscire a fondersi con il concetto di Universo, a capire che il testimone di questa nostra vita, di quanto noi vediamo, viviamo pensiamo, non è l'ego, ma è quello che viene chiamato «Atman» (e tradotto malamente con «anima»), il «sé». E che quindi, in ultima analisi, la realizzazione di questo «sé» è il punto reale di equilibrio che non si può minimamente associare all’equilibrio psichico comunemente detto. È molto di più. E presuppone molto altro ancora. Riusciremo mai a viverlo?





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