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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

«Resilienza, la nostra forza è saper trasformare le difficoltà in una risorsa»

Il professor Sergio Astori è un ricercatore del profondo di prima grandezza. E non solo perché è uno psichiatra e psicoterapeuta famoso a Milano, ma perché è anche un docente che gli psicoterapeuti li forma, presso la Facoltà di Psicologia dell'Università Cattolica di Milano. Ma non solo: dal 2017 a oggi, Astori ha pubblicato tre libri che fanno letteratura di ricerca e nello stesso tempo sono abbordabili e accessibili a tutti coloro che sono interessati a indagare su se stessi e sul mondo delle relazioni. Perché sono tre libri sulla «resilienza»: Resilienza (2017), Parole buone (2018) e, l'ultimo uscito poche settimane fa, Lessico resiliente (tutti per le Edizioni San Paolo).



Cos'è la resilienza? In poche parole è la capacità umana di superare un’avversità, un trauma, una tragedia, uno stress. Ha spiegato il professore nel suo primo libro sul tema, che non si tratta di resistere a un evento negativo senza cadere, ma, piuttosto, di cadere e poi rialzarsi, in una sorta di rigenerazione. Un percorso fatto di «fermarsi, guardarsi indietro, capire che non si è capito e poi riprendere il cammino cercando la direzione, ma senza rinunciare alla strada», dice. Con questo ultimo Lessico resiliente è andato oltre, fino a definire lo stretto rapporto del termine e dell'atteggiamento con gli eventi drammatici e tragici degli ultimi tre anni in cui la speranza si è affievolita fino quasi a scomparire (almeno per alcuni).

Il professor Sergio Astori. (Foto Rita Antonioli).

Per questo è diventato urgente per noi di Rispirazioni porre a Sergio Astori alcune domande-chiave per aiutarci a navigare a vista e a vedere un orizzonte possibile.


Professor Astori, il termine «resilienza» si è fatto strada in questi ultimi dieci anni fino a essere considerato anche dai più scettici. Come lo potremmo tradurre in un atteggiamento molto riassuntivo? Accettare e “navigare” le proprie e altrui fragilità?

Astori: «Fare resilienza è solo in parte accettare le fatiche del momento presente. Ancor di più, è riconoscere che l’essere umano è prezioso perché è costituito da elementi fragili, ma ha anche enormi potenzialità di riparazione. Quando arriviamo ad accorgercene, viene da sé capire che la vita umana esige d’essere interpretata con larghezza di cuore, altrimenti soffochiamo. Infatti, si resta senza fiato quando si cerca di dimostrare a tutti i costi d’essere invulnerabili.

Quando, molti decenni fa, fu notato che una parte dei bambini esposti precocemente a forti carenze affettive, economiche e culturali, attraversavano queste difficoltà senza riportare particolari danni nella vita adulta, alcuni studiosi li definirono “invulnerabili”. Fu un abbaglio. In realtà, erano resilienti e la resilienza è ben di più che rimanere fuori dal disagio. La riorganizzazione resiliente non nega le difficoltà, anzi le trasforma in una risorsa. Prendiamo per esempio lo scrittore Andersen: ha fatto un’occasione di scrittura potente il suo essere stato vittima di atti di bullismo quando, da bambino, aveva un corpo gracilino e viveva in una famiglia molto scombinata, e ci ha regalato il capolavoro di rinascita racchiuso nella favola del Brutto anatroccolo».

Lei parla di lessico resiliente ed è interessante perché parte dal presupposto che la parola spieghi, ma anche crei. Se non ritroviamo buone parole concrete ogni giorno, l'atteggiamento cambia e i frutti non sempre sono auspicabili. Ce n'è una che trovo essenziale: «consapevolezza», che lei traduce come lo «scovare un'immagine realistica di se stessi». Perché l'abbiamo persa, è vero. Le domande sono due: l'abbiamo mai avuta (mi riferisco alla coscienza di massa dei vari periodi storici perché si sa che «un tempo non era così»)? E come fare per allenarla?

Astori: «Parlo di lessico resiliente perché come psicoterapeuta sperimento ogni giorno il potere attivo e trasformativo delle parole. La comunicazione definisce l’essere umano fin dalla nostra origine: si dice che abbiamo una “lingua madre”. Le prime consapevolezze di noi stessi sono sollecitate dal sentirci chiamare per nome, dalle prime comunicazioni rivolte proprio a noi. Con il pieno sviluppo delle competenze sociali, poi, ci immergiamo completamente nella lingua che crea e racconta il nostro viaggio collettivo. Ho usato l’espressione “scovare un'immagine realistica di se stessi” perché credo che chi guadagna maggiore consapevolezza percorre una strada di liberazione: la consapevolezza della nostra unicità è sempre a rischio d’essere sequestrata da immagini irrealistiche di noi stessi e da rappresentazioni ideologiche della realtà. Dunque, occorre liberare la consapevolezza dai covi dove è sequestrata, scovandola appunto».

Lei dice «Divisi non si va da nessuna parte». È un'affermazione centrale. Perché è vero che nessun uomo è un'isola ed è vero anche che dentro di noi siamo spesso un atollo di isole, tutte scollegate tra loro. Non si vive soli e non si vive a pezzi... Come fare?

Astori: «Si può vivere soli, ma si vive male. Si può vivere a pezzi, ma si vive male. Ma si può anche scegliere di sfidare un destino avverso applicando la lezione della resilienza, che è quella di mettere nelle vele anche il vento che spira in senso contrario e trarne energie per procedere. Quando fa capolino l’idea che oramai non ci comprende più nessuno, che tutto è insanabile, ricordiamoci che l’errore peggiore è dare solo una lettura negativa del tempo della crisi. Dobbiamo tenere insieme la calma e la tempesta, smettendo di semplificare la realtà pensando che la calma sia possibile solo una volta calmata la tempesta. La sfida dei nostri tempi è quella di non lasciarsi ingannare da formulette che indicano soluzioni semplicistiche, che ognuno deve perseguire da solo. Dalla pandemia da Covid-19 abbiamo imparato ben altro: che la serenità interiore e la salute fisica vanno di pari passo, che la nostra specie è interdipendente con le sorti del pianeta e che milioni e milioni di donne e uomini sono sempre all’opera per ascoltare e raccogliere le richieste di aiuto».

«Leggere le cadute come un'occasione» è un altro momento necessario e mai scontato. Perché secondo lei abbiamo perso la capacità di sopportare gli alti e basso della vita e degli altri? E come possiamo fare per recuperare questa capacità?

Astori: «Un tratto determinante della resilienza è la perseveranza, una dimensione poco trendy tra chi cerca risultati immediati, le vendite istantanee, i rapporti mordi e fuggi. Malgrado in ambito ingegneristico il termine resilienza riguardi alla capacità dei materiali di riprendere forma dopo aver subito un urto, è banale credere che la resilienza delle persone consista nel rimettersi da uno schiacciamento come farebbero le molle. Si sopportano meglio i carichi se ci si allena con costanza. Altrettanto, un’adeguata preparazione può farci trovare più tonici di fronte alle prove e alle rinunce. La mente e il cuore si nutrono di parole e di gesti ricchi di senso e armonia, offrendo a se stessi tempo e spazi per cogliere le sfumature, i significati multipli, la complessità. Invece, si affievoliscono le nostre capacità di resistenza dinamica quando i pensieri sono indeboliti dalle generalizzazioni e le nostre azioni si conformano alle omologazioni».


È molto interessante il fatto che lei proponga un percorso attraverso gli insegnamenti dei Padri della Chiesa cattolica. Lo è perché nell'opera monumentale bimillenaria si erano forse persi, prediligendo altre caratteristiche prettamente dogmatiche o religiose. Ma proprio nel termine «religione» c'è questo significato di legarsi al centro dell'uomo che è il cuore dove secondo San'Agostino abita la Verità. Quali sono i tre punti principali, i tre messaggi topici, di questo percorso di resilienza e consapevolezza all'interno della fede?

Astori: «I miei studi sulla resilienza incontrano spesso la letteratura patristica, perché dentro quelle pagine le aspirazioni dell’essere umano si trovano descritte con un’intelligenza e una grazia senza tempo. La resilienza, oltre ad essere un costrutto psicologico è anche una virtù umana. In passato la si sarebbe chiamata “fortezza”, una delle quattro virtù cardinali secondo il Catechismo della Chiesa cattolica. Un dono di fermezza e costanza nella ricerca di bene, la capacità di affrontare i momenti difficili, anche quelli estremi, ingaggiandosi totalmente per ciò che vale realmente. Per individuare tre messaggi di invito ad un percorso spirituale di fede possiamo lasciarci ispirare dalla testimonianza di Padre Pino Puglisi, il parroco della periferia di Palermo ucciso della mafia, un vero “martire di resilienza”. Ha educato senza cedimenti alla violenza, soprattutto quando si presentava sotto forma di vantaggio e favore; ha radicato la propria vita nella speranza, liberando le persone, specie le più giovani, dall’idea di un destino già scritto; ha indossato fino all’ultimo un sorriso disarmante, come raccontano i testimoni diretti che hanno letto la luce sul suo volto persino da morto. Messaggi con il sapore di quella rinascita pasquale che i cristiani chiamano resurrezione».








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