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Quando Stalin invase (senza successo) la Finlandia

Aggiornamento: 17 lug 2023

«Bruscamente, nello spazio di dodici ore, Mosca ha ritirato i suoi rappresentanti diplomatici e li ha sostituiti con le bombe dei suoi aerei. La guerra non dichiarata è scoppiata così, senza transizioni». Ma dopo poche settimane «il disastroso bilancio russo di un mese di campagna: centomila uomini fuori combattimento, centinaia di aerei e di carri perduti, nessuna avanzata importante. Mutamenti nell’alto comando sovietico».

No, questa non è la Russia di Putin che tenta di invadere la neutrale Ucraina. È la Russia di Stalin che vuole invadere la neutrale Finlandia. Sono le parole di Indro Montanelli, dettate da Helsinki al Corriere della Sera, il 30 novembre 1939 e un mese dopo.


Di fronte a questo evidente «déjà vu» è comprensibile che Finlandia e Svezia, che hanno sempre vantato la loro neutralità, si siano allarmate e affrettate a chiedere di aderire alla Nato. Per reazione, la Russia ha annunciato di voler creare 12 nuove basi militari nell’ovest del Paese. Per ovviare alla carenza di soldati, la Duma, il Parlamento russo, sta lavorando a una legge che permetta l’arruolamento nell’esercito putiniano di persone sopra i 40 anni o di stranieri sopra i 30. E per punire Helsinki, Putin ha interrotto le esportazioni di gas naturale dalla Russia alla Finlandia.


Ma torniamo al 1939. È cominciata la Seconda guerra mondiale, dopo l’innaturale patto Ribbentrop-Molotov tra nazisti e comunisti. Germania e Russia si spartiscono la Polonia. Mosca si giustifica, affermando che deve difendere le minoranze russe. Poi, già che c’è, Stalin occupa le repubbliche baltiche, Estonia, Lituania e Lettonia; e si appresta a invadere la Finlandia, convinto che una guerra all’estremo nord non interessi a nessuno.


È qui che entra in gioco Indro Montanelli, arrivato a Helsinki per caso. Indro è stato espulso dall’albo dei giornalisti e dal partito fascista, ufficialmente per le sue contestate corrispondenze dalla guerra di Spagna sul Messaggero; in realtà perché è sospettato di avere scritto lui le piccanti memorie della francese Magda de Fontanges, per qualche mese amante di Mussolini (descritto nudo con le mutande di seta nere, mentre le dice: «Sin qui avete conosciuto il Duce, ora conoscerete l’uomo!», ma non riesce a soddisfarla). Montanelli è salvato dal direttore del Corriere della Sera Aldo Borrelli, che lo assume come «redattore viaggiante» e lo spedisce in giro per l’Europa.




Si trova a Tallin, in Estonia, quando arrivano i russi e trova scampo su un traghetto diretto in Finlandia: «All’aeroporto di Helsinki una ragazza dagli occhi color acqua di scoglio fa con impareggiabile grazia gli onori di casa e fornisce le ultime informazioni. È venuta a occupare il posto del fratello richiamato alle armi». Stalin accusa la Finlandia di aver cercato di invadere la Russia e inizia una guerra che ritiene facile: l’Armata rossa dispone di 45 divisioni, quasi 800 mila uomini con 1.500 mezzi corazzati e un migliaio di aerei si avventano sulla Finlandia che, richiamando alle armi tutti gli uomini validi, è riuscita a mettere insieme 200 mila soldati distribuiti in 9 divisioni, dotate di artiglierie antiquate e di una flotta aerea di appena 150 apparecchi.


Ma dopo pochi giorni la Finlandia ha un alleato straordinario, la neve. Montanelli scrive il 4 dicembre: «Stamane alle dieci Helsinki era avvolta in un sudario di neve che si sbriciolava da un cielo basso a portata di mano. “La neve viene dalla Carelia” è un vecchio adagio finlandese tornato di grande attualità. In Carelia, infatti, la neve s'è alzata di un metro, bloccando senza scampo ogni operazione militare… Cosa possa essere una guerra da queste parti, fra gli impenetrabili boschi di abeti e un lago incrostato di ghiaccio. Di notte qui si va a 30 sotto zero e le notti durano 20 ore su 24. L'aviazione non si alza. L'artiglieria spara in un bianco vuoto. La guerra ha un aspetto addirittura fantomatico, l'impiego di grandi masse vi risulta impraticabile dopo la prima esperienza sovietica che va considerata fallita. Successo di sorpresa nei primi giorni, pronta ritirata dei Finlandesi, ritorno offensivo a piccoli gruppi, alla beduina, a tergo dell'avversario… L’iniziativa individuale, la velocità e l’autonomia di reparti minimi e coraggiosissimi: uomini in tuta bianca, sci ai piedi e fucili a tracolla, che scivolavano come fantasmi sulla neve, tagliando i collegamenti tra le truppe sovietiche e le loro basi».


L’8 dicembre 1939 Montanelli annota: «Ho visto tre prigionieri. Ho chiesto loro a quale reparto appartenessero. Hanno risposto che appartenevano alla seconda squadra del terzo plotone. Ma a quale compagnia appartenesse questo plotone non lo sapevano e tanto meno a quale battaglione e a quale reggimento. Sapevano solo che, quando varcarono il confine, era stato loro detto che la guerra sarebbe durata una settimana e che dopo li avrebbero lasciati tornare a casa». C’è un sanguinoso tentativo russo di attraversare la baia ghiacciata di Vijpuri. Ma l’artiglieria finnica spezza la crosta di ghiaccio, affondando in mare parecchi carri nemici. I russi rispondono bombardando un campo della Croce Rossa. Se ne vantano: «Noi non riconosciamo la Croce Rossa».


Montanelli descrive il comandante supremo dell’esercito finlandese. È il maresciallo Gustav Mannerheim, 72 anni, ufficiale di cavalleria: «Lo si incontrava ogni mattina in tempo di pace a galoppare nel parco su un bianco cavallo. Bellissimo uomo, militaresco; coi capelli folti e lucidi, con corti baffetti neri, si teneva ancora poche settimane fa un poco in disparte dalla vita pubblica, per un istintivo amore di solitudine. Difficilmente si riusciva a trascinarlo a parlare di se stesso e dei suoi ricordi. Unici argomenti per i quali mostrava interesse erano i cani, i cavalli… Ora Mannerheim non si vede più, è più lontano che mai, al centro del misterioso quartier generale finnico di cui tutti ignorano la sede. Da una stanzetta disadorna quasi monacale, seduto a una grande ordinatissima scrivania, Mannerheim dirige le operazioni vittoriose del suo esercito. Egli manovra sulla carta, calcola con pazienza, ascolta con attenzione, emana pochi ordini precisi. Tutto dipende da lui: esercito marina aviazione. E tutto a lui rassomiglia nell'azione: equilibrato calmo tenace».




Montanelli adombra una presunta, giovanile relazione amorosa che sarebbe intercorsa a San Pietroburgo tra Mannerheim e la principessa Elena di Montenegro, futura regina d’Italia. Il maresciallo è un eroe nazionale, compare in monete, francobolli, è anche un soldatino di piombo, diventerà presidente della Finlandia.


Indro visita ad Akka la scuola di addestramento dei cani lupo militari. Sono, a seconda dell’età, portaordini o addetti al traino: su 625 ne sono morti 36 sul campo di battaglia.

La resistenza finlandese non può durare a lungo, di fronte alla massa, dieci volte più numerosa, dell’armata rossa. La Finlandia ha perso 25.000 uomini e 60 aerei, l'Unione Sovietica oltre 200.000 uomini, quasi 700 aerei e 1.600 carri armati. Anche se sta vincendo, Helsinki sa che alla fine sarebbe un massacro generale. E attiva i canali diplomatici per porre fine a un conflitto dall’epilogo inevitabilmente catastrofico. Il 12 marzo viene sottoscritto a Mosca il trattato di pace in base al quale la Finlandia cede alla Russia una parte della Carelia orientale e una parte della penisola dei Pescatori sul mare di Barents.

Tornato in Italia, Montanelli scrive I cento giorni della Finlandia e vent’anni dopo Dentro la Storia.



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