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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Quando l'incoerenza è salute mentale

Aggiornamento: 27 lug 2022

La domanda è: «Cosa accade a un convinto praticante yoga quando arrivano le giornate in cui si somma ogni genere di contrattempo?». Siamo sinceri, è una domanda che nessun praticante vorrebbe sentirsi fare perché conosce la risposta. E la risposta fa a botte con l'immagine che qualsiasi aspirante yogin ha di sé: uno yogin è impassibile, non mangia carne, ha il sorriso stampato in faccia, non beve alcolici e non fuma, se ha un partner i rapporti saranno orientati alla continenza, la sera va a letto presto, non si attarda a guardare una serie tv e legge solo libri ispiranti. Confesso che, quando incontro persone così, le guardo con un timido sospetto, in attesa che tanta perfezione crolli di fronte a una splendida e imperfetta umanità.


C'è un episodio che riguarda Paramahansa Yogananda ed è narrato su un minuscolo libro (Grazie Maestro) di Margaret Bowen Deitz, discepola diretta del maestro indiano: «La maggior parte delle persone reagiva positivamente alle benedizioni del Maestro. Tuttavia ve n'erano alcune il cui ego si rivelava più forte. Una donna che vantava la sua grandezza disse: “Maestro, io sono veramente pura. Da decenni non mangio un pezzo di carne” (Yogananda raccomandava ai devoti di seguire una dieta vegetariana) (...) Egli la lasciò divagare per un po', dopo si volse verso di me e disse: “Vorrei che tu le portassi un panino al prosciutto. Potrebbe farle bene”». Trovo questo episodio esilarante e illuminante e si potrebbe adattare a tantissime persone che conosciamo e, naturalmente, a noi stessi.


Il Dalai Lama consiglia a tutti di mangiare vegetariano, ma su indicazione precisa dei medici, a causa di suoi problemi di salute, non può nutrirsi di sole verdure. Una volta ero a tavola con una monaca buddhista e venne servita della carne e lei mi insegnò che - quando non si è a casa propria - è buona regola mangiare ciò che viene portato in tavola. Molti di noi che pratichiamo yoga non mangiamo carne e salumi, preferendo talvolta il pesce perché più lontano da un punto di vista evolutivo, ma è ovvio che si tratta di una contraddizione bell'e buona. Insomma, chi è senza peccato? Ma mi chiedo, poi: davvero chi è vegetariano o vegano è in una condizione evolutiva maggiore rispetto a uno che mangia carne? Ne dubito.

E l'alcol. A una iniziazione che prevedeva la rinuncia a bere alcolici, il Dalai Lama (è stato durante la sua ultima visita a Milano nel 2015) si interruppe e disse: «So che per voi italiani il vino è convivialità: allora fate almeno la promessa di non esagerare».


«La verità è libera» insegnava Yogananda alla giovane Margaret. «Quanto vuoi che io sia disciplinata nel socializzare? Per esempio, come dovrò comportarmi con la carne e l'alcol», chiese la Bowen Deitz al suo guru. E lui: «Tratta tutte le situazioni con grazia. Qualunque cosa tu faccia, per favore, non mettere mai in imbarazzo i tuoi ospiti». Il Buddha insegnava la moderazione e la via di mezzo e non credo possa essercene un'altra anche nello yoga. Almeno in Occidente. Ecco perché potremmo rilassarci un po' di più ed evitare di giudicarci a vicenda alla ricerca della pecca, dell'incoerenza, del difetto di chi è su un percorso di ricerca.


Chi pratica yoga, la meditazione vipassana o zen, chi segue qualunque sentiero è in un percorso che prevede step, cadute, passi indietro, balzi in avanti, meschinerie. L'importante è sapere che anche noi, tu e io, siamo in questa condizione imperfetta. L'importante è non porsi mai come maestri, come guru. Stasera dicevo a una collega che ho pudore a definire “allievi” chi segue i miei corsi: io sono solo un comunicatore, comunico ciò che ho scoperto e per quanto posso guido i primi passi in un percorso che sarà solo il loro. Tempo fa avevo coniato il termine «Yoga Tuner», il sintonizzatore yoga: ha più senso ai miei occhi. Nessuno è maestro a nessuno, ma tutti siamo maestri di noi stessi, lo sappiamo. In giro ci sono pochissimi maestri e quasi nessun guru. Per questo in tanti cerchiamo la nostra guida nelle grandi anime del passato, perché è difficile ritrovare la stessa autenticità oggi. Il che non significa che non possiamo imparare dai tanti maestri che ogni giorno la vita ci pone: un figlio, una madre, una moglie o un marito, un passante, perfino un cane... Tanti piccoli guru che sono segni di una benevolenza che ci circonda anche quando non ce ne avvediamo.


Quindi quando un praticante yoga deve affrontare le giornate «no» può reagire in molti modi e nessuno di questi modi sarà passibile di giudizio. Il giudizio lo lasciamo a chi non fa niente, a chi guarda dal buco della serratura senza mettersi in gioco. Noi che siamo in gioco, che balliamo questa danza, abbracceremo quello che potremo fare, nel bene o nel male. Ben sapendo che (parafrasando un famoso slogan del maestro Antonio Nuzzo, «L'intenzione colora l'azione») la coerenza è nell'intenzione e che spesso non riusciamo a dare all'azione il colore che vorremmo. Ma non diamoci tormento: è già accaduto e accadrà ancora.


Per noi che siamo in questi percorsi di conoscenza interiore, scoprire questa incoerenza, questo mare che passa tra l'ideale e la realtà, è la grazia che ci permette di fare a pezzi le trappole dell'ego e di iniziare nuovamente daccapo a partire dall'essenza e dalla realtà della realtà. È mettersi davanti allo specchio per osservare e accogliere. Non è partire da comandamenti e osservanze, ma è entrare nelle osservanze perché fanno parte di noi, quando si può. E quando non si può, lo specchio ci restituirà la nostra realtà, senza i sensi di colpa che sono solo ipocrisia. Non ci sono Dorian Gray da nutrire, non ci sono effigi nascoste da venerare. Siamo noi e sempre solo noi, incoerenti e fragili perché umani.




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