top of page
  • Immagine del redattoreRiccardo Serventi Longhi

Patanjali, il mistero della pace scomparsa

Nell’approcciarsi al libro Yoga Sutra, del grande antico saggio Patanjali, il testo sullo Yoga per eccellenza, riconosciuto come un faro di riferimento per chi pratica questa antica scienza spirituale, sembra di trovarsi davanti a uno di quei gialli dove il cuore del fatto, il suo artefice, il senso per cui è stata scritta la storia, sono palesemente dichiarati già nelle prime righe del racconto. Eppure l’intreccio rimane coinvolgente fino all’ultima pagina. Perché, in fondo, non è il «cosa», ma il «come» che rende l’avventura avvincente.

Come ogni spy-thriller-story, un velo di mistero lo avvolge da secoli. Iniziamo dal fatto che da sempre lo precede la diatriba sulla datazione, sull’esistenza dell’autore e sulla sua nascita. Chi dice prima di Cristo, chi dice dopo, in un arco di 5-600 anni. Qualcuno afferma che non sia mai esistita davvero una persona singola con questo nome, ma che probabilmente, lo scritto, sarebbe una forma di compendio, un collage delle opere di vari saggi, quasi un Bignami (cit. da boomer) per l’espansione della coscienza. Chissà perché, come per Shakespeare e altri, quando l’uomo non riesce a inquadrare le cose come vorrebbe, le cataloga nel cassetto dei misteri con il titolo «Assemblaggio fra sconosciuti». Certo che già in partenza, lo svolgimento sembra una vera caccia al tesoro. Una mappa misteriosa descritta da uno sconosciuto il cui nome significa più o meno «offerta caduta (giunta dall’alto)». Dà l’idea di un dono da scartare con delicata accortezza. Una Grazia.

Quello che è sicuro, è che in Yoga Sutra il tesoro è ben esposto sin dalle primissime parole, appena aperto l’involucro della copertina. Come nelle mappe dei pirati, c’è una «X» ben chiara a mostrare cosa cercare; subito dopo, però, viene celato (come nelle metafore shakespeariane o nelle parabole di Gesù) nella cripticità dei suoi aforismi chiamati «Sutra». Sutra è il filo che lega le perle. Quando le perle saranno infilate con attenzione, apparirà, nella sua interezza, il gioiello. Ritornando ai gialli, qui è come quando il film si apre con l’assassino con l’arma del delitto in mano. È tutto chiaro, tutto dichiarato: ma come è successo? Quali sono gli eventi che hanno creato la causa? Nel testo madre/padre dello Yoga, la trama appassiona immediatamente anche nel nome del primo capitolo: Samadhi Pada. Il significato della parola Pada è «libro», «capitolo», ma anche «percorso, «passo». Samadhi è la fusione, l’immersione nell’Assoluto, ma è il termine con cui si indica anche la sepoltura. La fine dell’egemonia dell’ego. È necessario lasciar morire ciò che separa, per potersi riscoprire “uniti”. Il samadhi è il dono, è ciò che di più elevato possa accadere nell’esperienza dello Yoga. Ma questa è la soluzione del caso, potremmo dire. Iniziamo dalla fine quindi? Il primo approccio è esporre il finale? Strano.


Subito è svelato a cosa andiamo incontro e cosa viene trattato. Da qui inizia il viaggio più straordinario che un essere umano potesse condividere. Un viaggio fatto di descrizioni di esperienze da mettere insieme, in cui essere assorbiti intuitivamente. Di vocaboli da unire come tasselli di un puzzle che offrono significati infiniti a seconda della loro traduzione o interpretazione. Da assemblare attraverso termini mancanti, a volte. Un labirinto con indicazioni che cambiano a seconda del livello di consapevolezza del lettore (un vero maestro di riferimento è necessario per lasciarci guidare all’interno del viaggio), e che si svela dentro il praticante, nel tempo, attraverso il traduttore che affiora nell’interpretazione germogliata dalla pratica personale. Il silenzio svela.


Immaginiamo questo libro come un luogo. Un antico tempio al cospetto del quale il giovane ricercatore, l’allievo, l’aspirante discepolo giungeva per entrare in un cammino che sarebbe durato almeno 12 anni. Un tempo abbastanza lungo da far sì che i concetti divenissero vita. Il Maestro è lì di fronte a lui e con una voce chiara lo esorta alla consapevolezza del fatto che è pronto a ricevere gli insegnamenti che cercava. Sarà una via impegnativa, ma se percorsa con ardore, studio costante di sé e dei testi, e abbandono, offrirà ciò che indica. Allora le parole del Guru, di colui che apre alla luce arriveranno al cuore del giovane. Ognuno di noi è quel giovane.

Atha Yoga-anushasanam. È il benvenuto, il primo aforisma che ci abbraccia all’apertura del testo: «Ora gli insegnamenti dello Yoga». Forse non cambia molto in apparenza, ma mi è piaciuto ascoltare ciò che risvegliava in me questo infinito strato di saggezza. Il primo di innumerevoli spessori. Intanto trovo singolare il fatto che tutto si traduca, quasi sempre, tranne il termine Yoga, ovvero, lo stato di unione. E poi la parola «ora». Ora quando? Di quale «ora» parla?


«Ora» mi riporta a un termine utilizzato spesso in un altro meraviglioso libro sapienziale, il Vangelo. Quante volte si incontra, all’inizio delle frasi il termine «Ora, in quel tempo». Ma ora quando, in quale tempo? Ho sempre pensato che il Vangelo parlasse al lettore capace di andare oltre il significato superficiale dello scritto. Un lettore accorto, presente. Immerso nel «Qui e ora». Quel tempo è proprio «ORA». Ciò che leggi o ascolti, sta accadendo per te in questo esatto istante. «Chi ha orecchie per intendere, intenda» (Lc 8, 4-15). Quindi forse Patanjali potrebbe aprire dichiarando che ORA, in questo momento presente in cui vive chi incontra le sue parole (visto che se è accaduto è perché lo stava cercando), costui verrà indirizzato verso l’esperienza del divenire Uno. Verso la realizzazione del Sé. Come a suggerire che è nell’essere nel famoso «qui e ora» che si accede all’unione. Ora, che incontro queste parole, è il momento giusto per me. E qui qualcuno potrebbe dire «Ma che significa?». D’altronde è un giallo, c’è bisogno di pazienza per snocciolare i passaggi.


Nel secondo aforisma rivela tutto: Yogas citta vrtti nirodah. Traduzione: «Lo yoga è la neutralizzazione dei vortici della mente». Interpretazione di Paramhansa Yogananda, del quale seguo gli insegnamenti: «Lo yoga è la neutralizzazione dei vortici del sentimento», dove per sentimento (wave of feeling nell’inglese del Maestro) si intende il movimento creato dall’incontro fra la nostra mente e un fatto esterno che accade, creando una sensazione piacevole o spiacevole con conseguenti pensieri a cascata. Sensazioni.

Vi è mai capitato? State pensando a dove avete lasciato la macchina, e vi viene in mente, guardando l’orologio (che da tempo dovete fare aggiustare) che forse il tagliando del parcheggio non basterà a coprire il tempo necessario al vostro impegno. Immediatamente si spalanca il ricordo di quando vi è stata portata via l’auto dal carro attrezzi alcuni anni prima e del tempo sprecato per recuperarla e della multa salatissima; tra l’altro in contanti perché il bancomat non lo accettavano nel deposito dove era stata portata l’auto. Ed era anche un momento in cui non navigavate nell’oro a causa di un lavoro che non rendeva abbastanza perché il vostro socio non condivideva le vostre idee, ed è proprio per questo che avete sciolto amicizia e società per cui si sono creati momenti difficili e ansie per il vostro futuro… Insomma un domino di schegge impazzite (chiamati «pensieri») si diffondono a crearne altri e altri e altri, per proiettarci in ogni direzione temporale e immaginaria possibile, invece di rimanere nell’unica reale ed esistente: ORA. Nel secondo sutra Patanjali non dà scampo, non ci gira intorno. Lo stato di unione appare quando la mente tace, non c’è altro modo. Il resto è lasciarsi trascinare all’esterno. Quando le onde si placano e l’oceano torna a riflettere la luce della chiara luna. Niente increspature sulla sua superficie. Le modalità di accesso a questo stato poi saranno molteplici, ma ancora non ci è dato conoscere ulteriori indizi.

Scena 3, interno giorno (per lo yogi, il giorno è sempre all’interno. L’esterno, è illusione, buio): Tadah drashtu svarupe avastanam. Terzo aforisma: se siamo nella condizione esposta precedentemente, quando la nostra mente si è arrestata, allora il saggio, il testimone, la parte di noi che osserva senza identificazione e oscillazione, dimora nella forma che gli è propria. Il Sé si manifesta. Quando la nostra mente non altalena da una soluzione all’altra, da una sensazione all’altra, da una repulsione a un desiderio, emerge la luce che siamo. E noi che ci accaniamo tanto nel fare-fare-fare, dimenticando che basterebbe Essere!

Certo che viene proprio voglia di provare ad andare avanti nel prosieguo della storia. Che dice il prossimo Sutra? Le parole successive entrano come una dissolvenza, una conseguenza a ciò che abbiamo ascoltato finora: Vrtti sarupyam itaratra, «Altrimenti siamo identificati nel movimento mentale». È così semplice: se non è zuppa…


Insomma, la strada della consapevolezza a un certo punto ci pone di fronte a un bivio dove non troviamo molta scelta. O siamo nel frullatore dell’andirivieni mentale - quindi non pensiamo di essere nella chiarezza quando speculiamo intellettualmente su qualunque cosa pur di arrivare a un quid - oppure siamo chi siamo veramente. Scintille divine, come Yogananda definisce ogni essere vivente. Venuti al mondo per riconoscere il viaggio verso il ritorno a casa.

La scelta è nostra. Finchè galleggiamo nel ragionamento, nel meccanismo intellettivo, nel cercare di far tornare le cose, nel correre dietro a spiegazioni e risultati, nel giudizio o nella critica, vedremo tutto solo con il filtro del nostro subconscio, il magazzino dell’abitudine, del ripetersi automaticamente. Continueremo a girare come un topolino dentro la sua ruota.

Il Sé è uno stato di meraviglia. Ma come poter accedere a questo stato di chiarezza intuitiva? Patanjali lo indica (per così dire) nei successivi 192 sutra, in un continuo dispiegarsi di chiarimenti interiori che affiorano man mano che, chi li accoglie come sentiero di conoscenza, potrà sperimentare.


Quattro brevi righe. Quattro. Non pagine e pagine di filosofeggiamenti psicointellettuali. Un quadro. Nella metafora del giallo, arma del delitto, movente e sentenza. Quasi uno slogan che esorta alla necessità di fermare questa giostra che è la mente, che ci mantiene in costante conflitto. Una fotografia che descrive un cammino che accompagna l’umanità da millenni verso ciò che l’uomo stesso cerca senza trovare, perché vuole conquistarla ottenendo dall’esterno: la Pace.







1.112 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Comments


bottom of page