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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Non ti sminuire, abbiamo tutti qualcosa da insegnare

Aggiornamento: 16 gen

Condividere il sapere aumenta la conoscenza di tutti. Perché tutti abbiamo qualcosa da insegnare a chi ci sta vicino. Perfino ai “guru”


«La conoscenza e il "saper fare" che viene dalla sua esperienza sono come la fiamma di una candela. Le vrtti, che muovono la materia come il vento, sono state rallentate al punto di non farla più ballare. Nell'armonia degli elementi, la fiamma è calma. Se un'altra persona, con un lumino, viene ad accendere la sua fiamma, la fiamma originale non diminuisce di intensità ma, invece, la Luce aumenta. E così potrebbe essere la nostra capacità di condividere i saperi, le arti e i mestieri».

Yogacharini Sangeeta Laura Biagi


Questa mia riflessione parte da alcune intuizioni nate durante un colloquio con Sangeeta Laura Biagi, maestra di Nada Yoga, che ci ha regalato la riflessione con cui apro l'articolo.

Qualche settimana fa è venuto l’idraulico in casa per sostituire una guarnizione di un rubinetto. Una cosa da niente. L’ho anche dovuto pagare, ovviamente, per la sua uscita e per i pezzi usati. E dentro di me ho sentito la vocina che forse conoscete bene: «Non sono proprio capace di fare niente». Tradotto sarebbe: «Non so sostituire una guarnizione perché nessuno me l’ha mai insegnato, perché non ho voglia di imparare e perché se dovessi fare tutto non avrei più tempo per scrivere e per studiare». Però la vocina che assolutizza una non-conoscenza e la mette nella casella dell’ignoranza tout-court è più forte.


Il Buddha secondo Dean Moriarty (Foto da Pixabay).

Siamo abituati a giudicarci male ogniqualvolta incontriamo uno che ne sa più di noi su un argomento. Forse i nostri amici stessi o i compagni di vita nel tentativo (questo sì un po’ ignorante) di spronarci, ci hanno preso in giro perché non sappiamo fare una cosa che per loro è normale. Qualche giorno fa ero a tavola con un amico che non sa cucinare e dentro di me mi meravigliavo che non andasse oltre la pasta al sugo (o in bianco) e l’uovo all’occhio di bue. Ma se avessi poi dovuto confrontarmi con lui su temi di Diritto civile, la frittata l’avrei fatta io. Così come se lui avesse dovuto elencarmi i quattro Veda avrebbe fatto una figura barbina. Da ignorante.


Ricordo ancora una vacanza di alcune decadi fa, con una pessima compagnia: a un certo punto, eravamo ai bordi di un torrente di montagna al centro della Corsica, e un paio di ragazzi della compagnia si tuffarono bellamente in quell’acqua gelata; tutti tranne me e un'altro, che soffrivamo moltissimo il freddo. A quel punto una ragazza del gruppo ci ha apostrofati: «Ma che uomini siete?».

Se non puoi fare qualcosa che fanno in tanti (o tutti), agli occhi di molti non hai nessun valore.

Ma dobbiamo intenderci e dobbiamo (sì, “dobbiamo”, uso il verbo dovere) piantarla di vivere in questo continuo fraintendimento. Sia chiaro che il problema è innanzitutto nostro, perché questa concezione illusoria di noi stessi e degli altri è una vritti bell’e buona, si chiama viparyaya, il grande fraintendimento che ci relega in un angolo quando dovremmo semplicemente stare al centro della stanza. Assieme al resto dell’umanità. Swami Shankarananda Giri chiama questa vritti «il grande disastro».


Qualcuno ha scritto che la grande maledizione del New Age è che ci illude, tutti, di essere persone speciali. Invece siamo solo persone. Ma non solo. Tu, io, lei, lui, ognuno di noi è maestro di qualcosa. Avrete letto il Vangelo quando Gesù stesso intima di non chiamare nessuno «Maestro». Perché pochissimi meriterebbero la M maiuscola, mentre con la minuscola lo siamo tutti in qualcosa, nello specifico della nostra segreta passione.

Faccio un esempio che mi riguarda: se mi confronto ai Maestri dello Yoga non sono nessuno, ma se ci penso, nessuno di essi aveva la capacità di scrivere un articolo. Poco? Sì, è poco in confronto alla loro scienza, ma è la mia pecurialità, mentre la tua è quella di…? Sai cucire bene? Sai cucinare divinamente? Sai raccontare le barzellette o le favole?


Capite che siamo tutti capaci di qualcosa ed è proprio l’incontro con le peculiarità di altri che aumenta la nostra conoscenza e questo ci stimolerà a proseguire la ricerca. Capite anche che non ha senso esaltare tutti coloro che sanno fare qualcosa che non siamo in grado di realizzare. Né esaltarci per qualcosa che sappiamo fare e loro no. È il senso di quel titolo meraviglioso del libro di Thomas Merton, «Nessun uomo è un’isola».

A un certo punto, peraltro, capiremo che per quanto studiamo, la nostra conoscenza non sarà mai onnisciente. Sarà sempre poca cosa rispetto al Tutto. Ma che questo Tutto è fatto della somma della piccola conoscenza mia e tua. Che non siamo “speciali”, ma esseri in cammino che incontrano altri esseri in cammino. Questa cosa così semplice e così meravigliosa non vi provoca un’infinita gratitudine?



Foto di Olga Ozik da Pixabay.


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