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  • Immagine del redattoreAmalia Cornale

Mumbai è lo spettro sul nostro futuro: un documentario da non perdere

Aggiornamento: 19 dic 2022

Il tema ambientale sarà la vera livella, come diceva Totò, delle disuguaglianze fra fortunati e diseredati? Ciò che gli uomini non hanno saputo raggiungere con la politica, la ragione, la solidarietà, avverrà, in modo tragico, per mano della Natura? Forse sì, se continuiamo a non agire e a comportarci da immaturi.


di Amalia Cornale

Pochi giorni fa, il 5 dicembre, è stata celebrata la giornata dedicata al consumo di suolo, anche se moltissime persone non se ne sono nemmeno accorte. E questo ci sta, siamo tutti affaccendati e concentrati su obiettivi diversi e spesso lontani dal tema. Da un report ufficiale risulta che consumiamo due metri quadrati di suolo al secondo. Il che significa che per quanto sia grande la vostra casa al termine della lettura di questo brano sarà stata divorata dalla cementificazione. Questo paragone ci fa subito riflettere. Ma purtroppo mai abbastanza e mai nei luoghi deputati a fare la differenza.


Sul canale Sky Documentaries è possibile vedere un documentario molto interessante che si intitola Essere umani: lo spettro di Mumbai sul nostro futuro, scritto da Pablo Trincia e Riccardo Spagnoli, i quali non vanno troppo per il sottile e già nei primi due minuti ci sbattono in faccia la più cruciale delle domande: la vita sul pianeta Terra è ancora sostenibile? L’ardua sentenza non va ai posteri, come recita il famoso detto, perché i posteri a quanto pare siamo noi. L’intervallo temporale del «consumiamo, chi se ne frega, sarà un problema di un lontano futuro» si è liquefatto. È un dato di fatto: in poco più di 150 anni siamo passati da un sostanziale equilibrio a un devastante squilibrio fra uomo e natura.


Mumbai, la Porta dell'India. Foto di DARSHAK PANDYA/Pixabay.

La seconda domanda è: possiamo rimediare? E se la risposta, fino qualche summit sul clima fa, era «sì»; adesso è quasi sicuramente «no». E allora quanto tempo abbiamo? I due autori del documentario sostengono che alcune fra le grandi megalopoli del mondo hanno una, al massimo due, generazioni di tempo prima di essere sommerse dal mare. Non è un film di Emmerich, è la realtà. E per questo studiano il caso di Mumbai.


A Mumbai vivono 22 milioni di persone. Ogni anno 200 mila migranti economici si aggiungono alla popolazione. Il lavoro c’è, c’è bisogno di manodopera e quindi la gente continua ad arrivare da ogni regione dell’India. Si stima che ogni giorno 4,3 milioni di persone si spostino dalla zona Nord, dove abitano, e la zona sud, dove lavorano. I numeri sono impressionanti. È come se tutta Roma (più un mezzo) si spostasse al mattino interamente verso Ostia e viceversa nelle ore serali. Il tutto in treno.


Personalmente ho preso più volte la metropolitana a Londra nelle rush hours, e non è stata un’esperienza piacevole, dunque posso lontanamente immaginare il livello di compressione umana, anzi disumana, di quei convogli. Ma, come universalmente accade, il tutto viene fatto rientrare nell’algoritmo: «questa la città queste le regole. Ci si adatta». Ma questo grande bacino di manodopera dove andrà a dormire nella grande Mumbai? Ai Parioli? In Corso Como? Non scherziamo. Nello Zen di Palermo? Nelle vele di Scampia? Ma magari! Vanno nelle innumerevoli baraccopoli. Il prezzo da pagare per vivere nella big apple indiana è questo. Annientarsi come esseri umani.


Una baraccopoli di Mumbai. Foto di A MH /Pixabay.


New Bharat Nagar, Ambedkar Nagar, Mahul - l’inferno tossico per le raffinerie a pochi metri, Dharavi - quartiere nato per la lavorazione delle pelli, sono solo alcuni nomi dei tanti slum che ospitano enormi conglomerati di persone. Tanto per rendere l’idea, a Dharavi, la più grande baraccopoli dell’Asia, in 2 km quadrati, vive un milione di persone. E tanto per rendere l’idea a noi italiani, a Milano circa 1.370.000 persone vive in 182 km quadrati. Come, cosa, quanto? Ci sballano subito i conti, ci saltano tutti i riferimenti mentali.


Nel documentario vengono intervistati alcuni abitanti delle baraccopoli. La maggior parte è costretta ogni giorno a scegliere fra usare la quantità d’acqua a loro riservata per bere, cucinare o lavarsi. Per andare in bagno devono allontanarsi, andare nelle discariche, perché non c’è la fogna. Non c’è limite numerico alle persone che vivono in “case” di tre/cinque metri quadrati. Di cui pagano regolarmente acqua, gas, luce e affitto!


Foto di Chris Schärer/Pixabay.

Studiando la filosofia Yoga noi occidentali veniamo più volte in contatto con il termine akaśa, lo spazio, uno dei cinque elementi costitutivi della realtà. Ma osservando come molti nostri simili siano costretti a vivere, anzi a sopravvivere, in realtà simili a un umido sgabuzzino, il concetto astratto di spazio si trasforma in una concreta sberla in piena faccia. Ed è giusto che ci faccia male.

Tutto il mondo è paese. Nulla di più vero. E Mumbai è il mondo moltiplicato per 100.000. C’è chi vive con poche rupie negli slums e chi abita nei grattacieli.


In città ci sono ruspe e cantieri che sfornano palazzi e appartamenti che restano invenduti. Quando c’è il monsone il territorio cementificato e iper popolato diventa la tomba di fango dei più sfortunati. La differenza fra l’India e l’Italia è solo nei numeri. La tragedia di Ischia di pochi giorni fa ne è la prova. Una mia amica di Napoli mi riferisce che dire «è successa ‘na Casamicciola» è un modo di dire popolare che si usa per indicare quando succede un casino. Quindi sappiamo benissimo, e da sempre, che non dobbiamo cementificare eppure ce ne freghiamo e lo facciamo. È colpa della politica. No, è colpa dello scarso senso civico. No, dell’Europa. Per ogni tragedia una settimana di retorica. E poi nulla cambia. Ma chi vogliamo prendere in giro? Il clima? Il pianeta? Sappiamo benissimo che la nostra impronta ambientale è diventata insostenibile, ma ai summit sul clima ci presentiamo divisi e pertanto irrilevanti.


I giovani attivisti di Mumbai dicono una grande verità: chi è impegnato a sopravvivere non ricicla. Non può preoccuparsi di gestire i rifiuti e avere una coscienza ambientale. Ma allora, dati i numeri, la resa è l’unica opzione possibile? Assolutamente no. Bisogna fare dell’ambiente, non più un argomento da salotto, ma un’esperienza. Bisogna cercare soluzioni e sporcarsi le mani.


Certamente guardando i giovani attivisti indiani pulire le spiagge e i fiumi di Mumbai dalle tonnellate di rifiuti e spostarli nelle discariche, viene in mente solo un’immagine: Sisifo che spinge il masso sulla montagna per l’eternità. Qualsiasi cosa mettiamo in atto individualmente è utile, ma se contemporaneamente non si agisce a livello mondiale il pianeta è spacciato, e con esso anche quell’1% di popolazione che detiene la metà della ricchezza mondiale. Quindi facciamo sempre la nostra parte, non molliamo mai.


Questo bellissimo documentario ci rammenta la nostra responsabilità come cittadini europei, colti, sensibili e privilegiati. Impariamo una grande lezione dalle famiglie che a Mumbai devono fronteggiare nelle baraccopoli la pioggia torrenziale e tutto ciò che è prezioso deve essere tenuto in alto: il piano cottura, le cose dei bambini, le stoviglie, la bombola del gas, i simboli sacri. Tutto il resto può essere travolto. Tutto il resto non è essenziale.


Foto di Mirko Sajkov/Pixabay.




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