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  • Immagine del redattoreElia Perboni

Milano, l'imbarazzo di guardare in faccia la vera povertà

Milano, viale Toscana, traffico intenso, caos: scatta il semaforo rosso e mi fermo in fila. Ho il tempo per girare lo sguardo: alla mia destra sul marciapiede c’è un’altra fila, lunghissima. Sono donne e uomini che aspettano pazientemente l’apertura della mensa per il loro “pane quotidiano”, la carità, la sopravvivenza.

È una striscia umana di volti diversi, di Paesi diversi, ma anche italiani, tanti, sempre più. Qui non conta il colore della pelle, non c’è razzismo tra chi ha bisogno, la fame è uguale per tutti. Non sono “clochard”, sono persone vestite di dignità e forse si vergognano di essere lì, magari con senso di colpa.


Si fatica a guardarli seduti comodi nella poltrona della nostra auto con la musica in sottofondo, con i nostri comfort, noi stressati per il traffico. Come siamo lontani. Si fatica a guardarli, a vedere la differenza tra il nostro stato sociale e il loro. È quasi imbarazzo a osservarli, a guardare in volto la vera povertà, noi che siamo privilegiati, noi che abbiamo tutto. Forse. Sì certo, ci fanno compassione, dispiacere. Ma questa sosta obbligata mi costringe, mentre li osservo, ad avvicinarmi mentalmente a loro, a entrare per qualche attimo nelle loro vite, immaginarle così complicate e sofferte, uscire dalla mia comfort-zone e penetrare nel loro disagio. Non ho in mano soluzioni, ma capisco che proprio qualcosa non va e il disagio è anche mio.


L’Istat ha “fotografato” lo stato della povertà in Italia: ci sono circa sei milioni di indigenti di cui oltre un milione con meno di 18 anni, quelli che rappresentano il futuro. E i numeri sono in crescita. Mi vengono in mente le parole del Mahatma Gandhi quando dice: «La povertà è la peggiore forma di violenza». Ma anche, più a fondo, «La Terra fornisce abbastanza risorse per soddisfare i bisogni di ogni uomo, ma non l’avidità di ogni uomo».

E questo è il punto. In qualsiasi percorso spirituale l’etica e la morale sono i pilastri nella vita e della convivenza tra gli uomini. Come nello yoga in cui il momento etico è rappresentato dagli Yama e dai Niyama. Non è una demonizzazione della ricchezza e del potere, ma l’invito a distribuire, sotto forma di lavoro magari, anche ad altri la dignità. Sempre Gandhi che mi accompagna in questa riflessione dice: «I ricchi devono vivere più semplicemente, così che i poveri possano semplicemente vivere».


Se osserviamo il mondo dei grandi imprenditori troviamo anche esempi, nella storia, di uomini illuminati come Adriano Olivetti o Enzo Ferrari, persone che hanno sempre messo in rilievo il rispetto e il valore dell’essere umano, della sua qualità. Grazie alla loro capacità imprenditoriale e alla valorizzazione del “materiale umano” hanno creato lavoro e benessere per tanti: operai, impiegati, dirigenti. Hanno investito per costruire assieme, nella stessa direzione, ognuno con le proprie capacità.


Nelle pagine del libro Pratiche quotidiane di felicità, scritto assieme a Mario Raffaele Conti, c’è sul tema un’intervista a Niccolò Branca, presidente del Gruppo Branca International, nella quale racconta quanto la sua ricerca spirituale abbia cambiato la prospettiva e condivisione di manager e come l’etica sia un valore “da distribuire”: «Io mi ero reso conto che nelle mie decisioni pensavo soprattutto a ottenere il massimo beneficio per me stesso. Non è stata una crisi mistica o esistenziale la mia, ma ero curioso di capire se c’era un modo di agire che fosse differente da quello più comune o scontato, quali erano i miei plus e i miei minus».



Le persone che i miei occhi vedono in quella fila silenziosa che avanza piano verso il pane, di fianco al traffico che sbuffa e urla sono le vittime di un capitalismo mal gestito, del consumismo senza freni, una forbice sempre più larga tra chi ostenta il proprio possedere e chi resta a mani vuote, senza nemmeno le briciole e senza speranze in questa gara impari.

Chissà, magari il mio è un silenzioso pensiero retorico e inutile. Ma capisco che devo partire da me, da noi.

Tich Nhat Hanh nella pagine de Il dono del silenzio scrive: «Il nostro bisogno di essere perennemente riempiti da questa o quella cosa è oggi la malattia collettiva degli esseri umani. E il mercato è sempre pronto a venderci ogni genere di prodotto per riempirci: i pubblicitari ci spingono di continuo a evitare la situazione presumibilmente patetica di vivere senza un determinato articolo».

Scatta il semaforo verde e mentre mi allontano la fila umana diventa sempre più piccola e lontana fino a sparire…



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