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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

«Mi sentirò amato solo se mi riconosci per chi sono io»

L'intenzione altrui non è facile da "vedere". Ma intuirla spalanca le porte del cuore


Forse la cosa più importante per la mia vita è essere «riconosciuto» per chi sono io. Non sto parlando dei riconoscimenti, della gratitudine, degli onori che nella vita possono capitare, ma sono effimeri: ho l’abitudine di non credere mai troppo ai complimenti, anche quando sono effettivamente sinceri, anche quando intuisco di meritarli e questo perché la risonanza di un gesto, di un lavoro, di un articolo, di una conferenza, dura lo spazio del suono di un gong. Poi si perde, resta il ricordo nella mente di ciascuno (e in ciascuno diverso), ma per me la fine di un progetto, di un articolo, di una lezione, è solo l’inizio della prossima.

Credetemi se vi dico che non è umiltà la mia, forse è un effetto della mia iperattività, forse la consapevolezza inconscia dell’impermanenza, dell’inutilità del crogiolarsi, di quel gongolarsi nel complimento che, alla fine, mette in imbarazzo chi l’ha fatto.


Dunque, quell’«essere riconosciuto» di cui parlo ha a che fare con un’altra sfera, molto più intima e talvolta di impossibile realizzazione. Intendo «essere riconosciuto nell’intenzione». Come può chiunque, a parte coloro che sono dotati di sensibilità fuori dal comune, comprendere l’intenzione altrui? Come è possibile leggere il moto sottile che sta dietro a un gesto o a uno stato d’animo o a un moto dello spirito? È complesso. Ma quando una buona intenzione viene calpestata, il dolore dell’anima si fa acuto e la ferita rimane a lungo, in alcuni casi per sempre.


Qualche giorno fa, nel cuore della protesta parigina, un giovane uomo, una persona a me cara, si trovava a manifestare pacificamente quando si è visto venire incontro la carica della polizia francese. Il giovane, molto perbene e non violento, un fine intellettuale dal pensiero limpido, non ha pensato a scappare perché la sua intenzione era lampante per lui. E ha alzato solo le mani, come per indicare la sua inoffensività. Non era una minaccia per gli agenti né per la società.

Era quasi ovvio a lui e lo è a chiunque lo conosce. Ma un branco di poliziotti armati ed evindentemente desiderosi di brutalizzare chi esercitava un proprio diritto democratico, non aveva voglia di capire l’intenzione e il giovane è stato pestato selvaggiamente, arrestato, accusato di ciò che non avrebbe neppure potuto immaginare di fare, portato in cella per 24 ore senz’acqua né cibo, né un giaciglio per dormire, né la possibilità di andare in bagno, né di avvertire i suoi cari. Come avviene nelle più feroci dittature, così nella Francia macroniana la sua famiglia ha saputo dell’arresto 24 ore dopo.

La ferita che gli è stata procurata nel cuore (cioè nella «mente sottile»), è di gran lunga superiore alle dolorose botte in testa dei manganelli. Difficilmente potrà mai rimarginarsi: la sua intenzione era evidente, ma non è stata riconosciuta. La Storia giudicherà e renderà giustizia agli innocenti.


«Ti vedo», dicono le creature azzurre di Avatar per indicare una sorta di empatia intenzionale. I see (cioè «ti vedo») è anche un modo per dire «capisco». Vedere l’altro è capire l’altro. Le intenzioni con cui si spiega o spiega. È accettarlo, è abbracciare il suo intimo desiderio di essere capito, anzi «com-preso», circondato di comprensione. Un sentimento che è un colore dell’amore, dell’affettività più autentica che è, anche questa, ricerca di empatia totale.


Ecco, ho usato il termine «ricerca» perché non è scontato provarlo. Non è automatico «com-prendere», prendersi carico dell’intenzione dell’altro fino ad abbracciarla e ad arrivare a vestirla su di sé.


Per esempio, una grande interprete italiana di danza indiana, Lucrezia Maniscotti, mi raccontava di come in Italia la gente non capisca che lei per lavoro fa la ballerina: «Sì, va be’, ma che lavoro fai veramente?», le ribattono.

Che cos’è il lavoro? Capita anche a me che il mio lavoro venga considerato una sorta di hobby, specialmente quel lavoro che, come queste righe, non è svolto per una remunerazione, ma per un’esigenza vocazionale, artistica, passionale, di servizio.

Lavoro è solo quello che serve per mangiare? O è tutto ciò che viene svolto con alta professionalità e che comporta un notevole numero di anni di studio e di dedizione alle spalle?

Capite che su un significato di una parola potremmo discutere a lungo, ma quello che conta è entrare nel significato che le dà l’altro. Non per piaggeria, ma perché in questo modo «lo vediamo» e questo «vedere» permette a noi di accorgerci di un nuovo punto di vista, di uscire dai soliti percorsi per scoprire mondi esotici e farli nostri, senza perdere nulla della nostra capacità di autodeterminazione e di pensiero.

Non è facile ed è per questo che mi piace il termine «ricerca». Perché non è scontato riuscirci neanche con le migliori intenzioni. Ma quando riesce, allora è un’esperienza unica. A me è accaduto di riuscirci recentemente. Non è stato come accendere un interruttore, il processo è durato anni di estenuanti lotte interne, di ripensamenti, di «sono loro a non capire me», di «ma io…», di «non potevo fare altro…». Alibi, certo, ma alibi sinceri.


Poi una parola detta nel modo giusto al momento giusto ha fatto cadere un velo e ho potuto vedere chiaramente, entrare in totale empatia con l’altro. È stato commovente e liberatorio, un’emozione mai provata prima che mi ha portato una grande pace nel cuore. È stato quel «Ti vedo», sì. Ho visto e sentito sotto la mia pelle quello che ha provato l’altro, ne ho sentito il dolore, i fremiti, i desideri. In un attimo io e l’altro siamo stati una cosa sola e non è stato necessario scusarmi per non «aver visto» prima, perché quando ho «visto» non c’era più separazione tra me e lui. Noi eravamo Uno.


Il disegno di una maglietta per donna ispirato ad «Avatar - La via dell'acqua» (in vendita su shopDisney.it).






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