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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

Ma mi sapete dire cos'è il Kriya Yoga di Yogananda?

Aggiornamento: 23 giu 2023

Due maestri italiani svelano qualche mistero su questa via iniziatica


Qualche settimana fa abbiamo parlato di Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda e chi l’ha letta sarà rimasto affascinato dai suoi racconti e dalle “promesse” della pratica del Kriya Yoga.

Ma che cos’è questo Kriya Yoga?


Su questo termine è necessario fare la dovuta chiarezza perché si presta a fraintendimenti.

A) Il termine «kriya yoga» indica innanzi tutto il percorso descritto da Patanjali nel suo Yogasutra e letteralmente significa «yoga dell’azione».


B) «Kriya» è anche il termine che definisce alcuni pranayama specifici di varie tradizioni, tra i più famosi quelli di Swami Satyananda Saraswati di Bihar della tradizione tantrica di Swami Sivananda.


C) Quando però si parla del Kriya Yoga di Yogananda, è un’altra cosa ancora, è una pratica “iniziatica”, cioè viene svelata solo dopo un’iniziazione compiuta da ministri ordinati delle scuole che si rifanno al grande guru.


D) Il Kriya Yoga di Yogananda NON sono gli «Esercizi di ricarica», inventati dal guru nel 1916 e che sono parte del sadhana da lui teorizzato per gli occidentali (e che “sostituiscono” gli asana, ritenuti troppo difficili per il pubblico americano).


E) Invece, sempre Kriya Yoga sono anche le tecniche che arrivano direttamente dai guru della storia di Yogananda (Lahiri Mahasaya e Swami Sri Yukteswar) o che si rifanno direttamente al leggendario yogi Babaji che, secondo il mito, vivrebbe da quasi 2000 anni nelle grotte dell’Himalaya (come descritto da Autobiografia di uno Yogi e dal libro Babaji di di Marshal Govindam).


Vi gira la testa? Vi capisco. Ma non è finita qui.

Torniamo al Kriya di Yogananda che è il più famoso nel mondo. Anche qui si rischia il capogiro perché i rivoli della tradizione sono innumerevoli con diverse organizzazioni qualificate:


1) c’è la Self Realization Fellowship (Srf), l’organizzazione fondata dal guru di Autobiografia in persona che ha gruppi in tutta Italia ed è molto rigida e inquadrata da lontano, perché gli organizzatori stanno negli Stati Uniti (ma dal 28 settembre al 1° ottobre 2023 i monaci saranno a Palermo


2) c’è Ananda che in Europa si trova sulle colline di Assisi che è stata fondata da Donald Walters/Swami Kriyananda, discepolo del Maestro, fuoriuscito dalla Srf


3) ci sono i gruppi del Center for Spiritual Awareness fondato da Roy Eugene Davis, l’ultimo discepolo di Yogananda scomparso poco tempo fa a 88 anni


Gli altri filoni del Kriya

1) Poi ci sono le scuole che discendono dai discepoli diretti di Swami Sri Yukteswar, come la scuola che si ispira a Swami Hariharananda Giri o la scuola di Swami Shankarananda Giri, presente anche a Rishikesh.


2) Anche i discepoli di Lahiri Mahasaya, l'uomo che riconobbe in Yogananda la persona che avrebbe diffuso il Kriya Yoga in tutto il mondo, sono molto attivi. Il nipote Sri Satya Charan Lahiri diede l'iniziazione a Prakash Shankar Vyas (vedi il libro di Heidi Wyder Kriya Yoga, il cammino verso la libertà.). Charan sarebbe l'ultimo erede “autorizzato” dalla famiglia. Tuttavia anche il pronipote Shibendu Lahiri è molto attivo, anche in Italia.


3) Infine ci sono altre tradizioni che si rifanno direttamente al leggendario yogin himalayano Babaji (vedi punto E più sopra), come la scuola dell’Ordine degli Acharya del Kriya Yoga di Babaji, Inc. fondata negli Usa, in Quebec (Canada) e in India nel 1997 da Marshall Govindan, e di cui fa parte l’italianissima Acharya Chandradevi (che ha appena dato l’iniziazione a Fabio Volo).




In questo ginepraio non sarà difficile imbattersi in persone che definiscono il proprio come «il vero kriya», «l’autentica tradizione». Per orientarci meglio, abbiamo intervistato Claudio Massettini e Barbara Zanella, ministri della tradizione del Kriya Yoga, ordinati da Roy Eugene Davis in persona. Sono i responsabili del Centro Kriya Yoga Stella di Stella San Martino, sopra Savona.


Li conosco da anni e quello che mi ha colpito in loro è la sobrietà del loro porsi, assieme a una laicità che serve nell’avvicinarsi a una via che comunque contempla anche un certo grado di devozione. Per questo ho pensato di chiedere aiuto a loro per dirimere alcune questioni che possono interessare chi ha letto Autobiografia e non è ancora sul sentiero del Kriya Yoga di Yogananda.


Barbara Zanella e Claudio Massettini ai piedi di Roy Eugene Davis. Sullo sfondo, una statua di Yogananda e l'immagine di Babaji.

Barbara e Claudio, ma esiste un kriya più “vero” di un altro?

Claudio Massettini: «Sono stato in India a esplorare, ho praticato con i discepoli di Lahiri Mahashaya, di Swami Hariharananda Giri, e ho trovato persone molto serie; il kriya indiano segue il rituale dell’induismo e quindi le sue regole un po’ più restrittive. Qui in Occidente dove siamo abituati a banalizzare la spiritualità, dobbiamo ringraziare Yogananda perché ha creato un sistema semplificato per eseguire questa pratica, che peraltro per noi occidentali è già complicata così. La tradizione indiana originale dei vari discepoli di Lahiri Mahashaya, per noi sarebbe molto complicata perché è molto differente da quello di Yogananda. Ma domanda è lecita: Babaji cosa ha realmente insegnato? Nessuno può rispondere a questa domanda.


Quindi il Kriya di Yogananda è diverso dal kriya di Sri Yukteswar?

Claudio Massettini: «Sì, ma la genialità di Yogananda è stata quella di rendere più semplice una pratica complessa, mantenendo intatta l’essenza. Lo strumento può essere leggermente diverso, ma la fisiologia è la stessa. Nei miei 30 anni di studio, di comparazione e di pratica personale, ho capito che quello cui arrivi è indipendente dalla modalità in cui suoni questo strumento. Dipende dalla capacità di diventare maestro di te stesso».


Sappiamo che il Kriya è un percorso iniziatico, ma possiamo svelare che dal punto di vista pratico si tratta di un pranayama molto particolare. Come può un kriyaban (cioè un iniziato) sapere di praticare il kriya pranayama autentico?

Claudio Massettini: «Yogananda ha lasciato degli scritti e dei satsanga (insegnamenti, ndr) registrati, ci sono testimoni diretti che noi abbiamo conosciuto e che ci hanno spiegato come lo insegnava lui. Alla fine, comunque, è bene sapere che se l’intenzione è pura, se applichi quello che ti viene dato, succede qualcosa dentro di te; se non succede dopo un po' di mesi, vuol dire che non fa per te».


Ma è vero che l’iniziazione provoca esperienze particolari, luci, suoni, cose mirabolanti?

Claudio Massettini: «No, non è così. Può accadere, ma è irrilevante».


Allora cos’è il Kriya Yoga? Solo un pranayama o altro?

Barbara Zanella: «Un processo di trasformazione radicale. Io ero molto scettica, ho iniziato con un certo distacco, ma ho scoperto che è una pratica che raffina la mente. Sì, il pranayama è la tecnica, ma poi il fulcro è applicare la via dello Yoga tutti i giorni, come mi ha insegnato Roy Eugene Davis. È un processo di trasformazione che toglie i veli e aumenta il livello di connessione. Non sempre e per tutti avviene subito. Ti parlo così dopo vent’anni di pratica, se me lo avessi chiesto dieci anni fa non ti avrei detto la stessa cosa, è un processo che necessita di tempo. Nel tempo questa pratica diventa il tesoro dei tesori. Inizi col pranayama e poi la mente segue, il processo trasformativo del prana è dovuto alla pratica. E comunque il viaggio ne vale la pena».

Claudio Massettini: «Il guru interiore diventa il prana e il cuore si apre».

Barbara Zanella: «Sviluppi un senso di pienezza. Il distacco yogico (vairagya) non è a livello cognitivo, non è che mi fustigo e non faccio questo e non faccio quell’altro, no, è una questione di appagamento interiore. Quando l’appagamento interiore è a un certo livello - e non sempre è così in tutta la vita spirituale - ma quando è così, il desiderio si attenua. Ma questo non avviene dopo qualche anno, richiede tempo. E all’inizio arriva il momento in cui ci si chiede se stai facendo il kriya originale, in cui avresti bisogno di un guru vivente per chiederlo a lui. Sono i nostri bisogni. Yogananda dice che quando siamo in difficoltà non è colpa della pratica, ma fa parte del cammino».


Per voi cos'è il Kriya Yoga?

Claudio Massettini: «Nel Kriya Yoga stabilisci una relazione e come in ogni relazione puoi vederne anche i difetti, diciamo così, che poi sono proiezioni dei propri difetti; ma si costruisce nel tempo ed è una relazione che, a differenza delle altre, non ne vedi la fine, è in continua espansione. Avrò 33 mila ore di pratica alle spalle e sono ancora qui (lo dico in difetto): anche quando non faccio il kriya pranayama in modo giusto (perché il respiro, la testa e le emozioni non sono uguali tutti i giorni), ma cerco questa connessione interna, allora il kriya diventa la mia àncora nella mia relazione interiore ed è sempre un’esperienza nuova. Ogni cosa nella vita mi ha stufato, ma questa cosa no. Non è perché sto facendo delle tecniche, ma perché sono in una relazione che nutre. Non penso allo scopo, alla realizzazione, all’illuminazione - anche se chiaramente c’è nel background - ma quello che sento è voler nutrire questa relazione.

Barbara Zanella: «È come fare l’amore tutti i giorni senza mai stancarsi. Ma come tutte le esperienze interiori è difficile da esprimere a parole».

Claudio Massettini: «Negli anni ti giri dietro e non è la stessa cosa, la vivi in modo diverso. Questa è la bellezza di questo percorso».


L'altare del centro Kriya Yoga Stella: da sinistra, Babaji, Lahiri Mahasaya, Sri Yukteswar, Yogananda, Roy Eugene Davis.







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