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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti ed Elia Perboni

Lo yoga di Moni Ovadia che difende Dio dai credenti

Elia Perboni e Mario Raffaele Conti hanno tenuto su Yoga Journal una rubrica La Mia Pratica, nella quale hanno raccolto le confidenze spirituali dei loro ospiti. Per gentile concessione dell'editore e del direttore, Rispirazioni riproporrà alcuni di questi articoli. Il primo è dedicato a Moni Ovadia.


«Anch’io ho praticato yoga». Le parole di Moni Ovadia ci spiazzano subito. Lui è uno dei grandi del teatro, erede di una tradizione ebraica che non ha mai perso la sua identità nonostante la tragedia della Shoah. «Avrò avuto una ventina d’anni», racconta, «ed è stata un’esperienza magica. Ero a Milano con un maestro piccolo, magro, compassato, non ricordo bene il suo nome, ma potrebbe essere stato Carlo Patrian, un pioniere dello yoga in Italia. Mi piaceva moltissimo praticare, ma io sono un grandissimo pigro e la mia natura turbolenta e ribelle prese il sopravvento».

Parlare di pratiche spirituali con un uomo che si definisce agnostico e che ha fatto dell’impegno sociale e civile la sua bandiera potrebbe sembrare azzardato, eppure lui ci dimostra che non è così: «Il 16 aprile di quest’anno compirò 74 anni e mi sto preparando per fare quella che definisco una “meditazione in cammino”, il Cammino di Santiago di Compostela», ci svela. «Ogni giorno mi alleno camminando almeno un’ora e un quarto. È una forma di meditazione, un momento tutto mio in cui procedo veloce e cerco di rendere il mio corpo più leggero: ed è allora che compare il flusso dei pensieri, i più intimi e profondi, le riflessioni sul senso della vita. Dimentico tutto il resto, gli impegni. Lascio andare…».


«Intorno ai 40 anni, mi sono avvicinato al T’ai Chi Ch’üan, ma nemmeno in quel caso sono stato costante», prosegue. «Non essermi dedicato a una disciplina orientale è un mio rammarico, mi sarebbe piaciuto praticare Aikido. D’altronde, quando si è giovani, si è bulimici e si pensa che siano importanti cose che in realtà non lo sono, si disperde molta energia. Quello che posso affermare con certezza, è che l’esperienza più significativa della mia vita è stata la psicoanalisi freudiana. Il mio cammino terapeutico è durato otto anni, quattro volte la settimana. Per me si è trattato di una vera e propria meditazione, una profonda ricerca interiore».


E poi c’è il suo vegetarianesimo: «È una parte integrante della mia pratica quotidiana; sono, infatti, vegetariano da 40 anni: mangio solo pasta, riso, verdure, frutta, legumi, formaggi, dolci. La mia è una scelta etica. Sono convinto che la matrice della violenza sia unica e che la vita di tutti gli esseri viventi sia un tutt’uno. Gli animali sono i nostri compagni di strada, hanno dignità e diritti che vanno rispettati», ci dice mentre ci consiglia la lettura del libro di Jonathan Safran Foer, Se niente importa – Perché mangiamo gli animali? (Guanda), per lui illuminante.




Le radici culturali di Ovadia sono molteplici e sfaccettate: «La mia formazione culturale è d’impronta marxista», spiega. «Ho frequentato la scuola ebraica di Milano, ma la vocazione ribelle che mi contraddistingue ha rivelato ben presto quell’aspetto refrattario alle regole. Non ho mai praticato da credente perché sono irriducibilmente agnostico, però ho studiato con Maestri importanti, ho letto, approfondito e frequentato Sinagoghe. L’ebraismo ha elementi religiosi, ma non è una religione, è quello che si direbbe un’“ortoprassi”, ovvero un insieme di pensiero e pratica per costruire un essere umano. Molti Maestri affermano che compiere atti d’amore verso il prossimo sia come pregare e anche di più; la spiritualità è accoglienza, vedere lo splendore dell’esistenza nell’altro che ti corre incontro. Questi sono atti spirituali. Stare dalla parte dell’oppresso, soccorrere l’ultimo, il vessato, l’ammalato, il diseredato: queste sono forme di spiritualità altissime».


E qui racconta un aneddoto hassidico, quello della Scala d’oro: c’è un giovane studente ebreo che, 2000 anni fa, chiese al maestro: «Che cosa può fare un uomo per facilitare la venuta del messia?». Il maestro rispose: «Bisogna salire una Scala d’oro. Il primo gradino lo sale chi dà con la mano, ma non col cuore; il secondo lo sale chi dà con la mano e col cuore; il terzo gradino lo sale chi dà con la mano e col cuore e chi riceve sa da chi viene, e chi dà sa a chi dà…», e via dicendo. Ma l’ultimo gradino, l’ottavo, - disse - lo sale solo chi diffonde lavoro e conoscenza perché ciascuno abbia ciò che gli spetta e non ci sia più bisogno della carità.

«Questo aneddoto si chiama in ebraico Tzedakah, che vuol dire carità e ha la stessa radice della parola “giustizia”: l’ebreo non “può” dare, “deve” dare, è la Legge», chiosa Ovadia.


È un mix curioso e creativo la spiritualità del grande attore: anela all’Oriente, si fonda sull’ebraismo, rivendica pragmatismo e ribellione e si dichiara agnostico. Nonostante ciò ha scritto un libro che si intitola Difendere Dio: «Io credo che sia necessario “Difendere Dio dai credenti” perché certi credenti sono convinti di poter spiegare a Dio come comportarsi, lo vogliono a misura loro. Credo che il vero senso sia occuparsi degli esseri umani. Quando un uomo ne incontra un altro e lo accoglie nella sua “duità” - per com’è davvero e non per come vorrebbe che fosse - Dio esiste in quel momento, è lì presente».


Foto per gentile concessione di Moni Ovadia.

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