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  • Immagine del redattoreAmalia Cornale

Le vie del Dharma di «Strangers Things»

Si è appena conclusa l’attesissima quarta stagione della serie tv Stranger things in programmazione su Netflix. Ambientata negli Anni 80, in un immaginario paesino dell’Indiana e, parallelamente, in una dimensione oscura popolata da creature mostruose, narra le vicende di un gruppo di ragazzini che si uniscono per fronteggiare il male che incombe sulle loro vite e sul mondo.


La storia in sé non si può proprio definire originale, specie per noi della generazione X, cresciuti a pane, Alien e Philip K.Dick. Gli autori, i fratelli Duffer, classe 1984, hanno apertamente voluto omaggiare «i classici del cinema e della letteratura fantastica» e dunque le citazioni esplicite da Alien, E.T., La guerra dei mondi, Minority Report, e dai libri di Stephen King, solo per citare le più evidenti, sono innumerevoli. Maneggiando tutto questo materiale di alto valore letterario e cinematografico le probabilità di far impazzire la maionese ottenuta erano altissime, e invece i Duffer sono riusciti a confezionare un prodotto che è risultato sia godibile per noi amanti della sci-fi d’antan, sia esplosivo per i millennials, a cui tutto sarà sembrato nuovo e geniale. Gli Anni 80 sono stati ricreati con maniacale precisione e la musica dei Clash (Should I Stay, or Should I Go), dei Toto, di Peter Gabriel e di Kate Bush (Running Up That Hill) occupa un ruolo importantissimo nello svolgersi della storia.


Ragione e sentimento galoppano vicini e la narrazione, pur lasciando in sospeso (forse un po' troppo a lungo) certe risposte essenziali alla trama, fa emergere compiutamente i valori dell’amicizia, della solidarietà e dell’altruismo. Altroché teenagers sociopatici spiaggiati sul divano con gli smartphones, qui si corre senza tema per aiutare chi è in pericolo, si pedala al buio di notte incuranti dei pericoli, si fabbricano armi e rifugi, ci si tuffa nel “Sottosopra”, la dimensione popolata da mostri, senza battere ciglio. Dentro quei bambini fissati con Dungeons and Dragons ci sono degli straordinari adulti in potenza, capaci intuitivamente di capire la differenza fra il bene e il male, e di percorrere, senza che venga loro suggerito alcunché dall’alto, le vie del Dharma (ciò che è giusto) e del Karma (ciò che è conseguente all’agito).


La trasformazione psicologica e caratteriale di alcuni personaggi è tracciata in modo superbo. Per esempio Steve, il classico fighetto superficiale ed egoista, si trasforma pian piano nel più adorabile degli amici, e nell’ultima puntata imbastisce un discorso sul potere trasformativo del dolore che nemmeno Tich Nhat Hanh.


Considerato che il target a cui si rivolge questa serie è fatto di giovanissimi il messaggio veicolato è a dir poco rivoluzionario: esci dal tuo ego, sii consapevole dei tuoi atti, sii attento all’altro, preoccupati di lui come di te stesso. E la cosa pazzesca è che non è immaginabile alcuna alternativa al sacrificarsi, all’esserci per l’altro.


“L’operazione nostalgia coglie in pieno l’essenza di quegli anni nei quali il tempo di noi teenagers si dilatava all’infinito. Come dimenticare quelle pause interminabili in attesa di una telefonata al telefono fisso, per cercare di soddisfare quella sete insaziabile che era il desiderio di socializzare e scappare da quelle mura. Quei pomeriggi assolati, silenziosi, insopportabilmente pieni di quel vuoto essenziale che è la noia, che vivevamo condensando in grossi brufoli impazienza, rabbia e intolleranza, e che in realtà stavano forgiando la nostra capacità di gestire la frustrazione, il dolore e l’ingiustizia. Questo ben ricostruito amarcord è in realtà presente sottotraccia, stante che gli attimi di tregua fra un pericoloso mostro e l’altro sono davvero pochi.


La serie poteva benissimo concludersi con la seconda stagione, o con la quarta, la cui ultima puntata è stata artatamente prolungata di quella mezz’ora utile a preparare il terreno alla quinta e ultima stagione. Da quanto abbiamo visto finora, ci sono tutti i presupposti affinché l’ultimo capitolo possa sublimare divertimento, profondità d’animo e quel dolce sapore dell’happy ending.





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