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  • Immagine del redattoreAmina Vagante

«Le otto montagne» e il presente che scorre

«Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?» (domanda che il padre rivolge a Pietro mentre affiancano un torrente di montagna, p.17)


LE OTTO MONTAGNE, di Paolo Cognetti

Facciamo finta. Immaginiamo. Spremiamo insieme il meglio dei nostri cinque sensi sì da ottenerne un sesto, più completo e diverso dagli altri e regaliamoci con Le otto montagne l’accesso ad una dimensione altra, a un’esperienza reale e vivificante ai piedi del Monte Rosa, nel paesino di Grana. Qui abita l’amicizia fra Pietro (ragazzino di città) e Bruno (cresciuto lì, fra i monti) dall’infanzia all’età adulta in mezzo a boschi, pascoli, torrenti, roccia, alpeggi, le forme della toma e il susseguirsi delle stagioni con tutte le sfumature possibili.


Per chi, come me, in montagna è nato e cresciuto non è difficile sentirsi a casa leggendo il libro di Paolo Cognetti, edito da Einaudi nel 2016 e attualmente, peraltro, nelle sale cinematografiche in una bellissima versione filmica.

Ma anche per chi, come l’autore stesso nato e cresciuto a Milano (benché iniziato fin da piccolo all’esperienza dell’incontro con la montagna) non avesse la stessa familiarità con questo tipo di creato, è possibile leggendo il libro addentrarsi con assoluta immediatezza in quei panorami e avvicinare gli umori, i colori, i suoni, la gente o più semplicemente quello che potremmo definire il “carattere” della montagna stessa.


William Blake, poeta e visionario inglese vissuto fra Sette e Ottocento ha affermato che «Great things are done when Men and Mountains meet; this is not done by jostling in the street», «grandi cose si compiono quando gli uomini e le montagne si incontrano; ciò non avviene sgomitando nelle strade»…

Quali grandi cose? dobbiamo chiederci. Può forse la Montagna insegnarci a vivere la Vita in modo tale da poterla alfine definire proprio “una Cosa Grande”?

Cognetti svela con penna agile e precisa come i salti del camoscio e uno stile che scorre come l’acqua dei rivoli di bosco quanto l’uomo e la montagna si rispecchino amorevolmente e quanto si possano assomigliare fin nel profondo: nei ghiacciai che custodiscono la memoria degli inverni passati (p.42), lungo quei sentieri risalendo i quali si ripercorrono i ricordi della propria vita fra il passato a valle e il futuro a monte (p.25)…e molto altro che non vorrei essere io a svelare. La madre di Pietro a tal proposito ha una sua teoria, crede cioè che ognuno di noi abbia una quota prediletta in montagna quella che più gli somiglia e dove si sente bene; per esempio, la sua «era senz’altro il bosco dei 1500 metri, quello di abeti e larici, alla cui ombra crescono il mirtillo, il ginepro e il rododendro, e si nascondono i caprioli» (p.34). Per suo marito la predilezione andava invece più su, verso l’alta montagna, quella aspra, inospitale e pura com’era stata infondo la sua vita.


Pura come la gente, quella vera di montagna, che come Bruno - non a caso co-protagonista della storia - la porta in sé appartenendole totalmente: essenziale, autentico, forte e incapace di allontanarsi da quell’unico, ubertoso grembo materno che lo ha visto nascere e al quale dovrà un giorno ritornare fedelmente. Giovane uomo che conserva nel contempo la passione per ciò che non può dire di conoscere e per questo ama leggere i romanzi di mare concedendosi col biglietto dell’immaginazione i viaggi mai fatti sulle sue gambe. E chissà, probabilmente avrebbe anche amato un altro bellissimo romanzo di montagna scritto da Francesco Vidotto nel 2014, Oceano, il cui incipit recita «Mi chiamo Oceano, sono boscaiolo, e non ho mai visto il mare: questa è la mia storia», che consiglio a tutti di leggere assieme a Le Otto Montagne con gli occhi del cuore. Due mine insieme! Buon viaggio!


Luci reali e artificiali sulle montagne della Val d'Aosta.



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