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  • Immagine del redattoreElena Tommaseo

La vita che scorre assieme al fiume Yamuna

Quando conducevo i tour in bicicletta all'alba in Old Delhi per Delhi By Cycle, ovviamente su iniziativa di un olandese che ha vissuto qui diversi anni, il mio itinerario preferito ci portava al fiume Yamuna.

Allora salivamo anche su una barca a remi e ci facevamo trasportare per una ventina di minuti, lentamente, sulle acque nere e putride di questo importante attributo del Gange che attraversa Delhi come anche Agra.

Un tempo era un'importante via commerciale, credo almeno fino alla prima metà del XIX secolo.


D'inverno quasi non puzza e la mattina presto è spesso avvolto da una fitta nebbiolina tagliata da stormi di uccelli migratori bianchi. Io non so bene perché, dato che purtroppo lo consideriamo un fiume “morto”, ma amo ancora andarci ogni tanto d'inverno, mi piacciono molto la quiete, l'atmosfera ovattata, il silenzio interrotto solo dai versi degli uccelli e lo sciabordio dell'acqua sollevata dai remi.


Shayam che possiede una delle barche a remi sulla Yamuna.

Amo l'acqua e mi dispiace che la città non includa la Yamuna (i fiumi in India sono di genere femminile) come parte integrante della sua vita pulsante, è piuttosto un ricettacolo di scarti industriali e domestici, una delle tante cose strane essendo anche la Yamuna considerato un fiume sacro.


Il crematorio più antico della città, Nigambodh Ghat, si trova proprio lungo le sua riva, a poche decine di metri da dove sono ormeggiate le barche di legno.

L'inverno è alle porte e io tornerò a farmi i giretti in barca, ma qualche settimana fa ero nei paraggi e sono voluta andare a trovare Pappu ji che, per innumerevoli volte, ha preparato il chai a me e ai clienti che accompagnavo, proprio a pochi metri dall'argine e dal crematorio.


L'autrice con Pappu ji nel suo Arya Samaj Mandir.


Lui è un bramino ed è una persona molto gentile e sempre sorridente, anche se nelle foto assume un'espressione seria che inganna, secondo me sono retaggi delle foto che si facevano ai bambini a scuola, sull'attenti e serissimi.

Nel suo botteghino dove si può gustare il chai con i matthi, che sono una sorta di salatini, si può sostare seduti sulle panchette di legno e farsi raccontare un po' della sua vita.


«Pappu ji mi stava facendo il chai, ma non sa essere naturale se fotografato».


Pappu ji vive in Old Delhi, non lontano da lì, viene qui tutti i giorni ma non si occupa solo dei clienti che desiderano bere il chai, in realtà lui officia i rituali, della mattina e della sera, nel piccolo e vecchio tempio che si trova proprio di fianco.

Lì officia anche matrimoni, è specializzato soprattutto in matrimoni per stranieri, chissà perché.

Mi piace molto il suo Mandir (tempio), perché ha ancora il sapore di quei luoghi genuini e non troppo leccati come spesso sono i templi di oggi. Le vecchie sculture troneggiano, grandi e piccole, in 3 diverse stanze e lui le tiene curatissime.


Il Pandit Pappu ji, Pappu è il suo soprannome, ma è così che si fa chiamare.

Due rappresentazioni di Shiva.

Ghir Nari Baba, l'impronta dei suoi piedi.

Pappu ji e suo figlio Shaurya in Arya Samaj Mandir, a destra la Dea Durga.


A poche decine di metri da qui, sempre lungo l'argine, si trova uno shelter (rifugio) per le mucche troppo vecchie o che hanno problemi fisici. Un altro tempio, adiacente allo shelter, si occupa di nutrirle ed accudirle grazie al contributo dei fedeli.


Sopra e sotto, il “cow shelter”, rifugio per le mucche abbandonate o ferite e per i vitellini.


Un'area poco conosciuta da tanta gente che vive a Delhi, soprattutto se temporaneamente, ma che andrebbe esplorata perché, come spesso accade in questa città che è un caleidoscopio, ancora una volta vi sembrerà di essere altrove.

La Dea Kali. (Tutte le immagini sono di Elena Tommaseo ©).


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