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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

La nostalgia è un dolce mostro che non ci fa evolvere

Non si può far rivivere il passato. Per fortuna. Perché sembrerebbe Frankenstein...


Lo sapete che il tema della malinconia mi appassiona. Da che mi ricordo, ne ho sempre un po' sofferto, anche da piccolo, e molto ha a che fare con il “lasciare andare", certo, ma siamo umani e non esiste un essere umano che si possa chiamare tale che non debba fare i conti con questo sentimento. C'è chi lo è di più, chi lo è di meno, ma malinconici lo siamo un po' tutti.


Poche righe più sù ho usato il verbo «soffrire», «soffrire di malinconia», e non è un caso, perché davvero spesso diventa una sofferenza. Ricordo mia nonna, che ha perso il marito alla fine degli Anni 50 e che per 40 anni è rimasta sola in casa e talvolta si sedeva sulla sedia a guardare fuori dalla finestra (una pratica consueta a quell'epoca in cui non c'era Internet e le connessioni avvenivano sempre con gli occhi, ma dal vivo), lo sguardo perso non nel vuoto, ma nei ricordi...


Mi viene da ridere: tutti a riempirci la bocca col nome «yoga» e non ci ricordiamo (ops) abbastanza spesso che la memoria è una una delle vritti, nome onomatopeico sanscrito dei vortici ossessivi della coscienza... Dice Patanjali che queste vritti possono essere dolorose e non dolorose: la malinconia è la “memoria dolorosa”, desiderare qualcosa che non c'è più. Ma ha davvero senso?


Ho seri dubbi e provo a spiegare il perché: quando siamo presi dalla malinconia, ripensiamo al passato con il senno di oggi senza renderci conto che quando sono accadute e quando abbiamo vissuto certe cose, eravamo dentro una bolla emotiva, psichica, fisica, che oggi dopo tanti anni non ci appartiene più. Qualunque sia stato il nostro percorso. Anche se ci sembra di essere sempre gli stessi, anche se non ci siamo mai mossi da un paese o da una città, anche se abbiamo fatto lo stesso lavoro per X decenni, noi siamo cambiati, quella bolla di allora non è più la nostra bolla di oggi.


La stessa cosa capita quando incontriamo persone che abbiamo lasciato andare anni fa: non vi è mai capitato di rivedere un vecchio amico perso nel tempo o un/una compagn* della gioventù e di sentire un sentimento di straniamento rispetto a loro? Ci rendiamo conto che noi non apparteniamo più al mondo che avevamo creato con loro. Ecco perché si dice - in termini di relazioni affettive - che la “minestra riscaldata” non funziona, perché quando noi iniziamo e viviamo una determinata relazione abbiamo uno specifico modo di pensare, abbiamo fatto certe esperienze (spesso limitate dalla nostra giovane età), ma poi negli anni ne facciamo altre, noi cambiamo, alcune volte miglioriamo, altre volte peggioriamo, alcune volte ci rilassiamo, altre volte ci irrigidiamo, ma comunque cambiamo.

Ritornare con lo Stargate in un tempo passato sarebbe scioccante. Ecco perché la malinconia (figlia dell’illusione) causa inutile infelicità. Guardare al passato con gli occhi della malinconia NON ci permette di osservare il reale stato delle cose. Dal punto di vista emozionale psichico e concreto. È un vivere nel passato che oggi non c’è più, è impossibile rivivere ciò che è stato vissuto.


Una delle malinconie più frequenti, per chi è genitore, riguarda i propri figli, e i social sono pieni di foto nostalgiche dei figli piccoli che oggi compiono 20 anni. Sì, quando erano piccoli non potevamo immaginare che quella tenerezza che ci davano, negli anni si sarebbe trasformata. Che questo cambiamento fa parte del crescere ed è talvolta (o sempre) doloroso per entrambi. Lo strappo salutare di un figlio, la contestazione, le recriminazioni, la rabbia, fanno parte di un processo inevitabile e ci si ritrova adulti con la sensazione di ritrovarsi accanto un alieno: costui o costei è la stessa persona che si accoccolava sul divano la sera? Che mi adorava e mi amava in modo incondizionato? Cosa è successo? Dove ho sbagliato? E giù malinconie e analisi illogiche di un passato che è andato via.


Quello che ho capito è che se quel mondo si ripresentasse per magia qui, ora, noi ne saremmo sconvolti, perché ci troveremmo in una bolla di realtà che non è più la nostra di adesso. Noi non siamo più quelli di un tempo, loro sono cambiati, il rapporto è cambiato, e qualsiasi tentativo di riportarlo in vita sarebbe un'azione degna di Mary Shelley.

Sì, la nostalgia è un Frankenstein: ci sembra di poter rimettere insieme i pezzi con la mente, di ridar vita al passato, ma quello che poi è realmente nasce è un mostro che ci blocca nella nostra progressione affettiva, psichica e spirituale.


Mentre facevo queste riflessioni camminando veloce su un marciapiede di Porta Romana a Milano, dove ho abitato una vita fa, capivo che da quella mia nonna così cara nata nel 1905 e rimasta orfana di padre a 10 anni, la nonna Carla (a Milano l'articolo è d'obbligo prima di un nome), ho ereditato anche la forza di volontà e di andare avanti. Che a un moto di malinconia segue sempre un rimboccarsi le maniche per vivere e affrontare le sfide della vita. È proprio il bello di questa esistenza ed è l'eredità più bella da lasciare alle nuove generazioni che sono ormai al nastro di partenza. Tra poco erediteranno la Terra con tutti i disastri e il costrutto dell'ultimo secolo.

Mia nonna quando c'era da iniziare un lavoro pesante, batteva le due mani insieme e si dava così la spinta morale per cominciare. E via, senza più pensare alla fatica, a costruire il domani che non c'era. Ma che già sorrideva per il suo entusiasmo.


L'abbazia di San Galgano a Chiusdino (Siena): un passato che non torna. (Foto di Rudy and Peter Skitterians/Pixabay).






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