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  • Immagine del redattoreSangeeta Laura Biagi

Il respiro e il mare: «La mia esperienza con l’apnea»

Aggiornamento: 30 ago 2023

Lo scorso maggio, durante un’eclissi lunare, YouTube ha messo in evidenza nella mia playlist, One Breath Around The World, un bellissimo cortometraggio che ritrae il francese Guillaume Néry, mentre percorre i fondali marini correndo e “volando”, senza bisogno di prendere respiro e senza bombole, libero, leggero, e elegante. Guillaume Néry nel 2002 è stato il più giovane recordman del mondo della storia dell’apnea scendendo alla profondità di 87 metri con la sola forza delle mani. Un record che ha battuto ben tre volte prima di diventare campione del mondo scendendo a -117 metri.

 

Mentre ero assorta nel corto che ritrae Néry sui fondali di luoghi conosciuti agli apneisti di tutto il mondo, ho sentito che mi si scioglieva il cuore di un’emozione profonda tanto quanto gli abissi in cui lui, piccolo, stava sospeso accanto a cetacei enormi. La commozione era indubbiamente suscitata anche grazie alla maestria di Julie Gautier, la videografa e regista che, con Néry si immerge per riprenderlo senza mai rendere la sua presenza evidente.



Perché questa emozione? Da dove nasceva? Era possibile che al centro del cuore, nella “caverna del Guru”, ci fossero memorie di immersioni così delicate eppure potenti? Cosa conteneva questo sentimento che, allo stesso tempo, mi radicava e mi ispirava?

 

Ho deciso di capire meglio e di andare alla scuola di formazione di Néry, la Bluenery Academy a Villefranche-sur-Mer, in Costa Azzurra. «Scuola di apnea e respirazione», indica la tag line del sito e nei video sui social si vede Néry con il suo team seduto a gambe incrociate mentre guida gli allievi in pratiche di respirazione a narici alternate. Stanno praticando Pranayama? Ignorance is bliss, “l’ignoranza è una forma di beatitudine”, si dice in inglese. Non avevo fino a quel momento studiato niente sull’apnea e quindi non avevo idea dei legami profondissimi tra Raja Yoga e questo sport contemplativo ma sentivo che c’era qualcosa di speciale che mi stava chiamando.

 

Sono partita da Siena in macchina, prendendomi tutto il tempo necessario per il viaggio, lasciando che si rivelasse nella sua essenza di “avventura on the road”, gustandomi la strada e gli incontri, uscendo dall’autostrada, imboccando l’Aurelia da Savona in poi, fino a Bordighera e oltre, Ventimiglia, e da lì scavallando il confine, Menton, Monaco, fino ad arrivare alla deliziosa Villefranche. E finalmente eccomi all’Academy per iniziare il corso da principianti apneisti.

 

Il primo giorno di immersione ci hanno parlato dell’importanza del rilassamento. L’esercizio di respirazione era apparentemente semplice: s’inspirava creando una piccola apertura con le labbra - come se si stesse ispirando attraverso una cannuccia - per 4 tempi, si sospendeva per 4 e si espirava con un lungo sibilo per 8. Non chiedevano di trattenere il respiro a polmoni vuoti, forse anche per abituare i principianti a non farlo: restare a polmoni vuoti durante un’immersione è pericoloso perché con la pressione dell’acqua i polmoni si comprimono e questo potrebbe creare delle lesioni. Quindi ci hanno fatto fare esercizi simili al kapalabhati per allenare il diaframma, e ci hanno raccomandato di focalizzarci sul rilassamento anche quando si scende e la pressione aumenta e i polmoni si restringono. Ho subito notato un paradosso apparente: nello yoga si capisce, tramite l’esperienza, che trattenere il respiro e il suo prana a polmoni pieni aumenta la pressione sanguigna e il battito cardiaco con un aumento dello stress, inteso come “tensione del tono”. Eppure, in apnea, bisogna imparare a rendere questo stato di ritenzione dell’aria rilassato, senza tensione.

 

È arrivato il momento di immergersi: messi la tuta, i pesi attorno ai fianchi e la maschera che copre il naso, ci buttiamo in mare e rimaniamo tutti sospesi in mare, attaccati alla boa, dalla quale viene fatta scendere una fune tirata e tenuta giù da un peso. Uno dopo l’altro, con l’assistenza dell’istruttore, proviamo a scendere, prima con la testa in alto e i piedi in basso, tirandosi giù con l’aiuto della corda. Ogni tiro di corda, che si chiama “pull”, viene accompagnato dalla compensazione dell’aria nelle cavità orali in modo da bilanciare la pressione che l’acqua ha sui timpani. La compensazione è uno dei primi ostacoli per i principianti. Una coach del team ci spiega che vari fastidi alle orecchie possono essere causati dalla specificità della nostra anatomia ma che, molto spesso, provengono da una tecnica di compensazione sbagliata (si cerca di spingere l’aria dal diaframma toracico mentre si deve spingere l’aria dal diaframma che formano le corde vocali chiuse) e, soprattutto, dalla tensione in eccesso. Più tardi scopro che uno dei maestri di fama mondiale di compensazione in apnea è proprio un italiano, Federico Mana, insegnante di «Apnea e Yoga».

Durante l’esperienza dei sei giorni di corso non ho fatto grandi progressi quantitativi. Sono scesa “solo” fino a 5 metri (invece dei 12 dei principianti) e sono riuscita a trattenere il respiro a polmoni pieni solo per un minuto e mezzo (invece dei 2 minuti e oltre dei principianti). A livello qualitativo, però, ho ricevuto sei lezioni di vita, una per ogni giorno, che mi hanno trasformata profondamente. Eccole, in sintesi:

 

Sei Lezioni dal Mare

1. Sott’acqua ho visto chiaro il mio essere costantemente in competizione con me stessa. È raro per me riuscire a rilassarmi completamente, cosa che mi impedisce di godermi fino in fondo le esperienze che vivo. Imparare a rallentare, a fare fluire la vita, è stato il primo insegnamento che mi ha dato la prima esperienza di apnea: è una cosa che già intuivo, ma sott’acqua è diventata evidente.


2. Ho imparato che sotto la superficie dell’acqua la volontà non serve, non puoi “voler” scendere; puoi volerti preparare, vivere una vita sana, nutrirti in modo consapevole, ma quando entri in acqua la volontà si scioglie e conta solo il rilassamento. Questa riflessione mi ha rivelato un insegnamento tantrico: il fuoco del ćakraManipura, associato alla volontà, non è efficace nell’elemento acquatico del secondo centro psichico di Svadishthana. Qui, la fluidità, è ancora legata alla gravità, scende in basso in “free fall” e ci si può solo abbandonare per fluire. Se proviamo a inserire la combustione del volere, si risale in alto, verso la superficie, come fa il fuoco. «Tu in apnea incontri te stesso», ci dicevano gli istruttori, incontri ciò che hai nella profondità del subconscio. Il mare, con il sale, purifica e scioglie e, contemporaneamente, ti aiuta a concentrarti.


3. Il terzo giorno un vento impetuoso ci ha impedito di immergerci, ma l’istruttore ci ha spiegato molto di quello che abbiamo sperimentato il giorno prima. Ci ha detto che questa voglia di respirare non viene dalla mancanza di ossigeno perché siamo a polmoni pieni, bensì da un riflesso causato dall’aumento dell’anidride carbonica nel sangue, reazione salutare del corpo. Capisco che le sensazioni che provo, anche quelle negative, sono qui per proteggermi. Eppure mi accorgo anche che mi arrabbio per non riuscire a trattenere di più il respiro, vorrei non sentire quella necessità di espellere l’aria dai polmoni, e mi ricordo di tutte quelle volte in cui dovrei amarmi invece di arrabbiarmi con me stessa, perché in realtà mi proteggo, anche se non raggiungo le performance prefissate.


4. Mi sono arrabbiata anche il giorno dopo quando, frustrata dall’incapacità di compensare come volevo, ho sofferto di mal di mare per la prima volta in vita mia, cosa che mi ha impedito di fare immersioni. Ho vomitato. Forse la sera prima a cena qualcosa mi aveva fatto male? Forse avevo ecceduto col cibo? Mi sono lasciata andare ad un pianto liberatorio, proprio come mi era accaduto tanti anni fa durante una cerimonia con un grande sciamano peruviano, con le convulsioni del diaframma a liberare questo attaccamento esagerato alla volontà. La vita, come il mare, non possono essere controllati, sottomessi. Si può solo imparare a fluirci dentro.


5. Un giorno di pausa mi ha permesso di prepararmi agli ultimi due giorni, dove finalmente sono riuscita a rilassarmi e a immergermi. Ed è stato memorabile: prendi la fune tra le gambe, con il gomito vicino al corpo, e la fai salire, compensi a ogni metro e scendi, scendi… Sono arrivata a 5 metri sotto il pelo dell’acqua e lì c’ero solo io, e il blu tutto intorno a me. Ecco l’efficienza del rilassamento, del focus efficiente ma nello stesso tempo completamente rilassato!

L’insegnamento è stato «il vero rilassamento è imparare a fare il necessario e basta». Non tremila cose, fatte con l’ansia, in una sfida di iperattività: fai la cosa giusta, nel momento giusto, con il giusto intento, e basta. Mi viene in mente che questo è anche l’insegnamento della mia Maestra di Yoga, Puduvai Kalaimamani Yogacharini Meenakshi Devi Bhavanani, sul dharma. In questa essenzialità dell’essere, si scopre il piacere del fare.


6. L’ultima lezione allora è stata «apprezzare il progresso e avere fiducia in se stessi». Se il mio corpo e la mente possono fare solo 5 metri è un progresso enorme, io che da Siena ho preso una macchina sono andata lì e mi sono messa in gioco per potere testare i miei limiti e migliorarmi nelle mie paure. Nel viaggio di ritorno in macchina, quando ho mollato tutta la tensione, ho sentito nel cuore un senso di soddisfazione e di piacere, perché questi istruttori sono belle persone, hanno un meraviglioso rapporto con il mare, sono fluidi, morbidi, non aggressivi, dolci e sensuali senza essere sessuali. Ho sentito la mia femminilità diventare più morbida e crescere l’amore per me stessa. Ho respirato con gioia. È ho capito cosa fosse l’emozione che, alcuni mesi prima, mi aveva mossa ad arrivare a quel punto di confine tra cielo, acqua e terra, tra paesi e culture: una gratitudine profonda verso la vita, così forte e così vulnerabile.



Foto di Jess Loiterton/Pexels.


 

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