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  • Immagine del redattoreAmalia Cornale

Quando dio era donna la società era più giusta

L’energia femminile è accoglienza. E apre la mente a una visione globale


Duemila anni prima di Cristo, la civiltà indo-alpino-mediterranea, che si estendeva su tutto il Mediterraneo e si spingeva fino a parte del Pakistan e dell’India, iniziò a essere invasa dalle popolazioni arie: orde di barbari guerrieri che provenivano dalle steppe e dal deserto. Queste popolazioni guerriere imposero la loro struttura sociale in tutte le zone conquistate. La divisione in caste, il rito sacrificale, nuove divinità e il patriarcato, tanto per citare qualche esempio, furono introdotti presso società erano state pacificamente matriarcali sin dalla preistoria. Il sistema matriarcale prevedeva che tutta la proprietà della famiglia appartenesse alla donna. La figlia ereditava dalla madre. Anche nella famiglia reale valeva questa regola, per cui il trono passava di madre in figlia. Questa tradizione era considerata come la sola efficace per assicurare la trasmissione del sangue reale.


Un antico detto indiano recita: «Quando un padre dice “ecco mio figlio” è la fede, quando una madre dice “ecco mio figlio” è la conoscenza». Nel sistema patriarcale introdotto dagli arii invece, poiché la stirpe si tramandava di padre in figlio, c’era il problema della certezza della paternità. Come veniva risolto? Con la sopraffazione. Il padre presunto per diventare padre certo doveva impadronirsi della donna, rinchiuderla in un harem, o quantomeno in una rete di regole e costrizioni sociali. Comparvero la poligamia, il divieto di risposarsi dopo la morte del marito, l’usanza del matrimonio combinato in età infantile, la verginità prima del matrimonio. Nell’India bramanica la sposa aveva solo doveri, il marito era il suo signore, un dio vivente, che ella doveva servire e adorare. Questo genere di abuso di potere si è mantenuto per secoli. Fino a pochi secoli fa la vedova doveva essere divorata dalle stesse fiamme della pira funeraria che consumava il defunto marito.


A un certo punto, però, accade un piccolo miracolo. Fra il 400 e il 500 d.C., nel Kashmir, una zona fra India, Cina e Pakistan, si originò il tantrismo, che non è una religione, ma una tappa dell’evoluzione delle principali tradizioni mistiche indiane. Il tantrismo nacque come reazione alle rigidità del sistema vedico- bramanico. Si ispirava al culto ancestrale della Dea madre, già presente nelle popolazioni autoctone pre-ariane. La dea madre, la Grande Antenata, è stata senza dubbio la prima religione dell’uomo, comune a diverse popolazioni e latitudini. L’uomo si spiegava l’origine dell’umanità percorrendo a ritroso la catena ininterrotta delle nascite, da sua madre fino al ventre della prima madre, per cui fu spontaneo e intuitivo farne una dea, anzi La Dea.


Questo culto è testimoniato da innumerevoli reperti del paleolitico e del neolitico raffiguranti figure femminili, scoperte in varie parti del mondo. Le statuine che ritraggono la dea con forme esagerate e generose simboleggiano l’inesauribile fecondità della madre degli uomini, degli animali e delle piante, capace di accogliere tutti i propri figli nel proprio ventre. Nella città di Catal-Hoyük, in Anatolia, risalente a circa 9.000 anni fa, sono state trovate evidenze di un’intensa vita spirituale ispirata al culto del femminile. La figura femminile domina il santuario, ha braccia aperte, gambe divaricate, si offre all’adorazione. Attorno a lei teste di toro e mani che si tendono verso le pareti tappezzate di seni di donna. Il dio maschio gioca un ruolo subalterno, raffigurato spesso nell’atto di cavalcare un toro.


Dopo l’invasione degli arii, col patriarcato, il seme divenne più importante della terra, e le divinità maschili diventarono preminenti nella scena spirituale. Tuttavia il concetto di “madre degli dei” fu conservato nella figura di Aditi. Cito Angelo Morretta, nel suo bel libro Miti indiani, «Aditi è la Magna Mater vedica, Devamatri. Aditi vuol dire non vincolata, indeterminata, libera. È anarva, cioè intatta, pura, è la più antica idea della liberazione. Aditi è un principio astratto della creazione primordiale, una specie di Caos o Spazio pre-elementare aldilà delle determinazioni che gli dei, una volta nati dalla stessa Aditi, apporteranno. Aditi è la natura naturans che darà forma agli dei (Aditya) che simboleggiano gli elementi basilari della natura. […] Aditi è molto più che la Madre Terra. Aditi, come Iside egizia, Astartea fenicia, Demetra greca e Cibele romana può essere interpretata nello stesso tempo naturalisticamente e metafisicamente». Per sottolineare la qualità di principio primo di Aditi, da cui tutto si genera, Morretta cita il più antico dei Veda (i componimenti sacri dell’induismo arcaico): Rg Veda I.89:

«Aditi è il cielo, Aditi è l’aria;

Aditi è la madre, il padre, il figlio;

Aditi è tutti gli dei e le cinque tribù;

Aditi è tutto ciò ch’è nato:

Aditi è tutto ciò che nascerà!».

 

Dunque anche gli invasori edificano il loro pantheon sulla figura femminile della Dea madre, ma poi affidano agli dèi (maschi) ogni ruolo preminente e dominante del culto. E mentre le dee vediche sono sottomesse e sono funzione del loro corrispettivo marito, nel tantrismo le dee sono in maggioranza spose di Śiva, il dio supremo, dalle quali egli trae la sua energia. Esse sono sempre poste al suo stesso livello e spesso gli sono superiori. La Aditi vedica nel tantrismo medievale diventa Śakti, dea suprema che regge tutto e di cui tutto è compenetrato. Secondo un detto tantrico «senza Śakti, Śiva è sava». Cioè senza la sua controparte femminile, Siva è un cadavere. Śakti è la natura creatrice, l’energia primordiale e universale. Il tantrico percepisce questa divinità come il principio che crea, dinamizza e organizza il suo universo e il suo stesso corpo. Nell’indagine tantrica il corpo viene considerato il tempio della spiritualità, il veicolo della salvezza. Questo concetto diventerà centrale nello Hatha Yoga, via iniziatica nata proprio in periodo medievale, da cui tutto lo yoga che pratichiamo oggi deriva.

 

Secondo la visione tantrica l’energia femminile è fatta di sensibilità, accoglienza, intuizione, osservazione della vita nella sua totalità. L’energia maschile invece tende a separare, a dividere, ad andare nel particolare.

L’energia femminile apre la mente alla visione globale, in cui il mondo, l’universo, è UNO, e la separazione fra gli ambiti è solo apparente. L’energia femminile è Citi Sakti, l’intelligenza cosmica, suprema, che consente all’uomo di manifestarsi e di dissolversi per ritornare ad essere riassorbito in Siva. Lo scopo del tantrico è trovare la sua Sakti, e si serve di vari metodi per liberare quest’enorme energia contenuta in lui (uno di questi è proprio lo Hatha yoga).

L’energia femminile trascende il genere, poiché è un’energia potenziale e anche nell’uomo può stimolare sentimenti preziosi come l’accoglienza, la condivisione, l’amore disinteressato e l’apertura del cuore.


Al giorno d’oggi l’energia di tipo maschile, tipicamente competitiva, legata al risultato, al possesso, alle acquisizioni di tipo materiale predomina, purtroppo, anche fra le donne. E l’uomo tende, ancora oggi, a negare l’esistenza dell’energia femminile contenuta in lui, che gli proviene dalla madre. L’energia femminile presente nell’uomo è stigmatizzata da secoli di convenzioni ed “educazioni”, volte a valorizzare aspetti più tipicamente mascolini. Il risultato di tale separazione è che di fronte al “sentire”, al percepire oltre la barriera percettivo-sensoriale l’uomo va in difficoltà e allora rigetta l’esperienza. In questo modo i due mondi non comunicano e possono entrare in vari generi di conflitto.  


Allora, concludendo, cosa augurare alle donne in questa giornata simbolo delle loro potenzialità? Che la loro controparte maschile, e la società intera, si rendano permeabili alla percezione dell’energia femminile contenuta in ciascun essere e nel cosmo intero, e si dia vita, insieme, a una condivisione alla pari su tutti i piani del percepire e del vivere.



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