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  • Immagine del redattoreFranco Acquaviva

L'uomo pettinato

La mattina era morta ancor prima di iniziare. Non c’erano segnali di ripresa. L’intonaco di guscio d’uovo vulcanizzato in alcuni punti sfarinava. La lampadina a gas serra sopra il letto durava ancora, ma l’acqua era finita, e dovette alzarsi per vedere se era rimasto qualcosa nella cisterna in dotazione all’appartamento.


Si guardò allo specchio. I capelli scriminavano nel centro del cranio con una piega netta, che conosceva fin troppo bene. Dovrei cambiare pettinatura, pensò. Avrebbe anche voluto comprarsi qualche vestito nuovo, concedersi una passeggiata nel Parco Istantaneo, ogni tanto andare al Cronocinema. Ma non aveva tempo. Il lavoro lo prosciugava. Doveva chiedere un permesso. O andarsene proprio. Ma come avrebbe fatto a mantenere la casa? L’affitto per il minuscolo appartamento che occupava era altissimo. L’unica vista di cui godeva dal pannello era uno spiazzo lercio detto pomposamente piazzale, e intrichi di vecchi fili sospesi a pali, che avevano la pretesa di far trasparire angoli peraltro sempre immusoniti di cielo.


Sentì come qualcosa che gli pendeva addosso, e passava per la schiena. Non la poteva vedere. Neanche riusciva a coglierla con la mano. Ci provò, senza successo. E’ strano sentire come irraggiungibile una parte del proprio corpo, pensò. Uscì di casa alle otto in punto. L’ufficio era vicino. Ma prese lo stesso il Cane volante. Si sentiva più a suo agio sorvolando la città che passandoci in mezzo. Pizzy abbaiò con la sua tonalità del martedì, una via di mezzo tra sconcerto e fiducia. Incredibile come ogni giorno quel suono sembrava esprimere sentimenti umani, che peraltro quasi sempre coincidevano con ciò che provava lui.

Si ricordava di un modo di dire che aveva sempre sentito sulla bocca di un sacco di gente fin da quand’era piccolo: i cani finiscono per assomigliare ai loro padroni. Poi l’afta asiatica aveva eliminato tutte quelle bestie dalla faccia della Terra e il proverbio era caduto in disuso. Ora il velivolo leggero da città lo si chiamava “Cane volante”, per renderlo più familiare – e per nostalgia. I riflessi metallici della carrozzeria però non davano adito a dubbi. Solo il cofano in pelle ricostruita imitava alla perfezione il muso di un cane, insieme a quel particolare suono, un’abbaio appunto, perfettamente riprodotto, che il veicolo emetteva non appena lo si accendeva, e che ogni giorno prendeva una diversa tonalità di umore.


Il Cane volante sorvolò la città. Rufus non aveva voglia di andare subito in ufficio. Era ancora presto. Il traffico si stava facendo sostenuto. Incrociò altri Cani volanti. I musi riproducevano i tratti delle razze più diverse. Il suo era un volpino dall’aria piuttosto sbiadita. Si vedevano poi pastori tedeschi, cocker, bassotti, golden retriever, bastardini, levrieri.


Arrivò che tutti erano al lavoro. Il direttore lo adocchiò mentre cercava furtivamente di insinuarsi tra le postazioni. Aveva fatto tardi. Riuscì a raggiungere il posto che gli era assegnato e si sedette sulla Sedia onnivora, uno strumento di lavoro particolarmente efficace. La sedia recepiva in anticipo la sua intenzione di compiere un certo movimento e la traduceva in un’azione di supporto. Se voleva alzarsi in piedi, per esempio, la sedia si inclinava in avanti gli dava un leggero colpetto verso l’alto. Se gli veniva l’impulso di sbirciare il panorama dal grande pannello di cristallo circolare che fungeva da parete, e che offriva la vista della città dall’alto dei 110 piani del grattacielo nel quale era ospitata la multinazionale per cui lavorava, doveva solo pensarlo e la sedia con un leggero sibilo di compiacimento lo trasportava fin là.


- È in ritardo anche oggi, Rufus.

- Ha ragione signor Dopperman, è che non mi sento troppo bene.

- Lei va a letto troppo tardi, dovrebbe prendere il suo sonnifero più presto la sera.

- Ha ragione, lo farò.


Il direttore scoccò un’occhiata furiosa alla sua testa… Oddio, i capelli! Sapeva che sarebbe stato il caso di farseli tagliare e acconciare un po’ meglio, ma non pensava potessero produrre un effetto così tremendo. Eppure la scriminatura centrale gli era parsa impeccabile prima di uscire di casa. Doveva assolutamente andare dal parrucchiere.


In quel momento passò Emily. Il passo elastico come sempre. Il tubino di forfora galvanizzata (un nuovo tipo di tessuto, ricavato dalle secrezioni follicolari dei detenuti del pianeta-carcere Approdo 1) le fasciava il corpo snello. Alla prima occasione le avrebbe chiesto di uscire per una birra dopo il lavoro. Ma adesso doveva mettersi all’opera. Emily lo salutò un po’ distrattamente, lo superò, poi cambiò idea, torno indietro e gli si avvicinò. Con sorpresa Rufus vide il bel volto della ragazza chinarsi fino al proprio orecchio, sentì il calore delle sue labbra che si muovevano, e un suono di parole sussurrate. Non era sicuro di aver capito bene cosa avesse voluto dire. Così appena la ragazza si allontanò decise di andare a verificare di persona.

Si alzò e si avviò alle toilette. Sempre quella sensazione che qualcosa tra nuca e schiena tirasse o pendesse…; e poi un disagio diffuso, come trovarsi immersi in una nuvola di insetti invisibili e tormentosi.


Nella toilette lo specchio era enorme. Si guardò. La scriminatura, impeccabile – almeno così gli parve. Poi l’addetta alle pulizie aprì una porta alle sue spalle ed egli vide balenare un altro specchio. Così poté vedersi da dietro. E notò la sua schiena, quel paesaggio ignoto. La giacca gli cadeva con una certa eleganza. Ma risalendo con lo sguardo alla nuca rimase di ghiaccio. Quella che avrebbe dovuto essere la calotta posteriore del suo cranio era scomparsa. Al suo posto, una cavità. Dalla cavità pendevano fili elettrici di ogni colore, una matassa immonda, incavata nella scatola cranica. Forse impallidì, forse no. Fatto sta che uscì dal bagno di corsa, ma si immobilizzò quasi subito. Tutti i suoi colleghi erano in piedi presso le loro postazioni e lo fissavano, ostili. Ciascuno di loro teneva in mano un forbicione taglia-cavi. Rufus si fermò, sbigottito. Chissà perché lo attraversò un pensiero futile: «decisamente, è proprio ora che vada dal parrucchiere».


«Tall Grass Moving in the Wind» di Gloria Friedman - Museo MuMa di Le Havre (Francia).

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