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L'ultima opera di Paul Whitehead: «Il mondo spirituale è dietro l'illusione del cielo».

Quanti di voi, tra quelli che hanno superato i 55, hanno amato o amano ancora i Genesis? Nel mondo sono tantissimi i loro fan, al punto che il grandissimo giornalista e fotoreporter Armando Gallo vende da svariati decenni un libro cult dedicato a Peter Gabriel, Phil Collins & company.


Un libro, un mito: «I Know What I Like» di Armando Gallo.

La loro musica ha segnato un’epoca, il pop sinfonico li ha visti principi del genere musicale, capaci di trasformare un concerto in un evento in cui tutti i sensi erano appagati. Oggi sono soprattutto Peter Gabriel (il fondatore con Tony Banks e Mike Rutherford) e il chitarrista Steve Hackett a continuare a pubblicare musica.

Gabriel, che alla metà degli Anni 70 lasciò la band nelle mani del batterista Phil Collins, ha sempre avuto una sensibilità per la spiritualità e non è un caso che il gruppo scelse per illustrare le copertine degli album più iconici un artista inglese che è dichiaratamente un discepolo di Paramahansa Yogananda: Paul Whitehead.


Paul Whitehead (a destra) e l'autore fotografati da Armando Gallo a Culver City (Usa).

Paul è l’uomo che ha condotto Elia Perboni e me sulla tomba di Yogananda al cimitero Forest Lawn di Los Angeles e ci ha fatto scoprire la magia dell’oasi della Srf di Lake Shrine a Santa Monica.


L'autore sulla tomba di Paramahansa Yogananda, fotografato da Paul Whitehead.

Il lago dell'oasi spirituale di Lake Shrine.

Il racconto e la sua testimonianza li trovate sul nostro libro Yogananda mi ha cambiato la vita (Ananda Edizioni, 2018).



Qualche giorno fa, Paul mi ha scritto perché è stato alla Sala Anselmi di Viterbo a presentare una mostra organizzata da Marco Naldi (musicista, un vulcano di idee e di progetti collegati al mondo della musica, un cortometraggio in stop-motion in preparazione), in collaborazione con l’associazione Tusciart Italia Eventi. E nella sala c’erano, le cover dei Genesis, naturalmente, ma anche le nuove opere dell’artista che da anni vive in California.


Da sinistra, Marco Naldi con Paul Whitehead davanti alla locandina della mostra. Sotto, la mostra.


Tra le nuove opere che Whitehead ci ha tenuto a mandarmi c’è questa che - con il suo permesso - vi mostriamo qui sotto.


Paul Whitehead, «Kali Yuga Drive» (140 x 140 cm).

Si chiama Kali Yuga Drive e in primo piano c’è una tipica autostrada losangelina a sei e più corsie circondata dal fuoco nel cui cielo irrompe qualcosa di potente: l’occhio ne è attirato e lo sguardo è costretto a salire perché è attratto da un contrasto molto forte, un cosmo pieno di stelle e un dolcissimo volto di Krishna che risplende come un sole. È un'opera di straordinaria intensità e bellezza.

Ci spiega Paul: «Kali Yuga Drive mostra il contrasto tra il mondo fisico, caotico e disordinato, e il mondo spirituale che sovrasta il nostro mondo. Ed è pacifico, calmo, determinato e comprensivo, e che si nasconde dietro l'illusione del cielo».

Bisogna spiegare in breve cosa significa «Kali Yuga»: secondo la tradizione vedica, il Kali Yuga sarebbe l'epoca (yuga) in cui ci troviamo adesso, in cui regna l'ignoranza, la violenza, l'oscurantismo, e che si concluderà nel 428.899 d.C. (ma non esiste unanimità nelle cifre), quando inizierà una nuova età dell'oro (...c'è da aspettare un pochino, sì...).


L’incontro di Whitehead con Yogananda avvenne nel 1967 attraverso Autobiografia di uno Yogi. «Mi venne regalata da Louis Cennamo, il bassista dei Renaissance», racconta nel nostro libro, «e strinsi un legame ideale con Yogananda». Ma Yogananda aveva lasciato il corpo nel 1952 e il 22enne Paul aveva bisogno di un maestro in carne e ossa. A quell’epoca il guru più in vista della Londra musicale era Swami Prabhupada, il fondatore degli Hare Krishna, il maestro di George Harrison. Whitehead lavorava alla Apple, frequentava il Beatle e provò a partecipare a un incontro. Ma non scattò quel “quid” che lega guru e discepolo. Seguendo sempre gli amici Beatles andò allora da Maharishi Mahesh Yogi, il famosissimo fondatore del metodo della Meditazione trascendentale, l’uomo che li portò nel suo ashram di Rishikesh, in India. Ma niente ancora. Finché seguì un altro amico, Carlos Santana, all’epoca discepolo di Sri Chinmoy e lì accadde l’impensabile: «Non sono io il tuo guru», gli disse Chinmoy; «Io so chi è, lo hai già trovato e non te ne sei accorto. Il tuo guru non ha un corpo». «Oh mio Dio, Yogananda», disse a voce alta Paul. Sì, era lui il suo guru e lo è ancora oggi.


Paul (che quando mi scrive si firma simpaticamente «Testabianca», la traduzione italiana del suo vero cognome) alla città di Viterbo ha donato anche una piastrella con un verso della Bhagavad-Gita, parte del poema epico Mahabharata, tra i libri più sacri dell’India, che racconta il dialogo poetico e illuminante tra il guerriero Arjuna e Krishna, che è una incarnazione di Dio.

Qui sotto vi mostriamo la piastrella nella sua versione grezza: «Non esiste nulla di inanimato o animato che sia senza di me» (BG, capitolo 10), recita il verso impresso. «Verrà cotta, le lettere saranno blu (come la pelle di Krishna, ndr), e sarà piazzata sul pavimento della Piazza della Pace della città toscana», ci spiega.

E chiosa: «È bello far conoscere la Bhagavad-Gita, eh?».

Sì, bellissimo, caro Testabianca…

Mario Raffaele Conti


In lavorazione. La piastrella di Paul Whitehead per Viterbo.


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