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  • Immagine del redattoreMario Raffaele Conti

L'italiano che con il bansuri incanta l'India (e ora anche l'Italia)

Nicolò Melocchi è un italiano famoso nel Nord dell'India. Discepolo del maestro Hariprasad Chaurasia è stato perfino nominato nel 2019 come migliore interprete straniero di musica classica indiana. Lui suona uno strumento delicato e “spirituale”, prezioso nella musica classica indiana, il bansuri, un flauto semplice nella sua fattura, ma difficilissimo da imparare. Il maestro Nicolò è docente di Bansuri e Musiche Tradizionali dell'India al Conservatorio G. Verdi di Milano e a breve arriva in Italia proprio con il suo maestro per un tour eccezionale.



Come ti è venuto in mente di metterti a suonare proprio il bansuri?

«Se lo sono chiesti sicuramente in tanti, i miei genitori e le mie “ex” in primis. (ride) Credo sia stata una congiura del fato, questioni karmiche si direbbe in certi ambienti, fatto sta che il bansuri e l'India hanno cominciato ad entrare nella mia vita in modo sottile  sin dalla culla. Ricordo che sul muro della stanza dei miei genitori dove avevo il mio lettino, era appesa, e lo è tutt'ora, una tempera indiana molto raffinata, comprata per caso in qualche mercatino, dove da una torre che s’innalza su di paesaggio evanescente verde pastello, si vede un principe con la pelle azzurra (Krishna) osservare delle cortigiane danzare in giardino. Tanti piccoli avvenimenti, incontri, il primo flauto, il primo viaggio, il primo maestro... il flauto ha iniziato pian piano a manifestare la sua forza e la sua potenza come timone della mia esistenza». 

 

Non è uno strumento indiano “famoso”…

«Sicuramente non è famoso come il Sitar, diventato popolare in Occidente con Ravi Shankar, ma il flauto bansuri nella sua essenzialità è lo strumento più connesso al respiro e alla Natura e il suo suono apre nella mia mente dei ricordi ancestrali. Il flauto, in diverse culture è il simbolo della chiamata spirituale, dell' Amore divino. Immagina, una canna di bambù cresciuta nelle impenetrabili foreste dell'Assam, raccolta da abili mani e stagionata per diversi anni, viene pulita, levigata e forata in sette punti precisi con punteruoli incandescenti. Ad esso nulla è aggiunto, solo viene tolto il superfluo. Il suo interno è vuoto, pronto a ricevere il soffio del suonatore. Ed ecco il bansuri, uno strumento magico il cui suono è come un richiamo per i ricercatori dell'Anima».



Come hai iniziato a fare Yoga?

«Iniziai a fare Yoga durante il mio primo viaggio in India nel lontano 2005, un viaggio in solitaria, con uno zainetto, macchina fotografica, diario, album e colori. Un viaggio alla scoperta, dell'India e di me stesso. Approdai a Rishikesh, che all'epoca si stava già trasformando nel bazar dello Yoga, corsi ovunque di ogni stile e offerte yoga teacher training soddisfatti o rimborsati. Rishikesh, a parte questo, era comunque stupenda, il fiume Gange mi attraeva molto, passavo tutto il giorno sulle sue spiagge argentate e facevo yoga con due personaggi stranissimi, due sadhu che vivevano temporaneamente in un piccolo tempietto di Hanuman lungo il fiume; sul retro, in una piccola capanna viveva una donna che ci preparava dei chapati (il pane indiano, fatto con farina e acqua, ndr) bruciandoli immancabilmente; io la chiamavo affettuosamente “Crazychapati Lady”. Io portavo latte, burro e qualche offerta di rupie e loro mi insegnavano asana e pranayama. Poi ci prendevano il chai e ci mangiavamo i chapati con il burro fatti dalla Crazychapati Lady. Nei viaggi successivi trovai un’ottima scuola fuori Rishikesh sulla Haridwar Road, lo Yoga Study Center tenuto da Rudra Acharya, discepolo del grande B.K.S. Iyengar. All'epoca, ti parlo del 2009-2010, alternavo lo studio del bansuri a New Delhi con il maestro Harsh Wardhan a periodi di studio di yoga intensivo a Rishikesh presso lo Yoga Study Center con Rudra ji. Trovavo queste due discipline molto vicine, lo yoga e lo studio del bansuri, quasi come fossero complementari».

 

In che modo?

«La posizione per suonare il flauto bansuri è molto simile a Siddhasana o Swastikasana, e lo studio del respiro nel pranayama mi ha aiutato molto nel controllo del soffio per produrre le note lunghe della musica indiana. Ho fatto anche diverse esperienze di meditazione vipassana, con cui ho imparato a controllare meglio la mente e non sentire il dolore alle articolazioni pur rimanendo molte ore seduto immobile. Controllare la mente e i suoi pensieri però è la cosa più difficile. Alle volte la testa sembra una radio che non si zittisce mai! Con il bansuri invece basta io faccia una nota, il Saaa....la nota del cuore, e tutti i pensieri svaniscono in un istante, e sono un tutt'uno con il suono del flauto».



E come hai fatto a farti accogliere dal grande maestro Hariprasad Chaurasia?

«Dopo i primi anni di studio della musica hindustani con il maestro Harsh Wardhan a New Delhi decisi di visitare la scuola del famoso maestro di bansuri a Mumbai. La scuola si chiama "Vrindaban Gurukul" e ospita solo pochi studenti. Ovviamente mi dissero che non c'era posto, ma mi presentai lo stesso, un mattino, appena atterrato e con le valige. Fortunatamente al mio arrivo, all'entrata c'era proprio il grande maestro Hariprasad, seduto nella hall sotto un ventilatore che si beveva il suo chai e leggeva il giornale. Subito mi inchinai ai suoi piedi in segno di rispetto e gli spiegai che avevo studiato con tal maestro e volevo tanto ora studiare con Lui. Il maestro chiese a Sambaji, il custode, se ci fosse per caso una stanza libera, e il caso volle che uno studente avesse lasciato qualche giorno prima la sua stanza per tornare un periodo a casa in occasione di rituali familiari, così che il maestro mi disse: "Sei fortunato! Vai, fatti una doccia e scendi subito che alle 11 abbiamo lezione". Entrai in stanza , posai le valige,  scarica di endorfine atomica, doccia e bansuri alla mano ero nell'aula con altri bravissimi flautisti seduti intorno al più grande maestro di flauto indiano di tutti i tempi, Pandit Hariprasad Chaurasia. Era il 2013».


Nicolò Melocchi con il maestro Hariprasad Chaurasia al Teatro Flavio Vespasiano di Rieti. (Foto Fabrizio Naspi).

Fantastico. E poi cosa è successo?

«Il percorso continua e non finirà mai, sono solo all'inizio. Sono recentemente tornato dall'India quest'inverno per un mese tra lezioni e concerti in varie città indiane. Prima era diverso, stavo per lunghi periodi da 6 a 9 mesi all'anno studiando molte ore al giorno nella scuola. Ci vuole tempo, bisogna arrendersi, lasciare da parte tutto il resto e solo stare nella Musica. Molte ore al giorno, seduti sulla stuoia, nella stanza, con lo strumento e fare esercizi su esercizi. Per diventare musicali, bisogna educare il corpo e la mente ad accogliere la musica e riprodurre le note nel modo più puro. Trasformare il corpo, la materia grezza, attraverso il contatto con l'armonia e la geometria del suono».


Potresti descriverci la musica hindustani?

«La Musica Hindustani è un percorso molto interessante per conoscere il fenomeno del suono. Ci sono tante vie, ma tutte tendono a un fine. Nella musica indiana, detta anche "Marga Sangeet", la musica non è solo intrattenimento, ma una via della Liberazione, verso il Moksha».

 

Sentiamo spesso parlare di «raga»; cosa sono?

Il Raga, o modo musicale, è una dimensione sonora viva, dotata di un carattere proprio. Ogni Raga è caratterizzato da una sua scala ascendete (Arohi) e discendente (Avrohi), da un suo Rasa o Essenza – sentimento - e da un'ora del giorno in cui la forza evocatrice delle sue note acquista più potenza. La Musica così collega il Tutto, il momento con l'eterno fluire del tempo, il singolo con il sentimento collettivo, l'esecutore con il pubblico. L'improvvisazione è un fattore centrale dell'esecuzione».



Cosa significa abbandonarsi al flusso musicale in questo contesto musicale?

Il Raga si sviluppa nei suoi diversi movimenti attraverso uno viaggio introspettivo che il musicista compie attraverso le note del Raga, scoprendo di volta in volta nuove frasi, nuovi colori, nuovi silenzi. È una musica dal forte potere evocativo, con una tradizione millenaria sempre in trasformazione. Per questa ragione oggi persone provenienti da diverse culture, come me, si stanno avvicinando a questa musica trovando il proprio spazio per esprimere la propria creatività, il proprio suono».


Come hai capito che Hariprasad Chaurasia era il tuo maestro? Quali sono i “segnali” che hai colto?

«Guruji, come lo chiamiamo noi discepoli, è semplicemente Oltre. Non è sicuramente una persona comune. Proveniente da un'umile famiglia di lottatori di Allahabad è riuscito con un flauto di Bambù a diventare uno dei musicisti più iconici della musica indiana a livello internazionale, collaborando con artisti come George Harrison, RaviShankar, John McLaughlin, Zakir Hussain, e aver composto tra le più celebri colonne sonore dei film di Bollywood. Ha ricevuto importanti premi alla carriera, ed è principe delle Arti in Olanda e Francia. Sicuramente è una persona che ha vissuto la Vita veramente alla grande e ha conosciuto il mondo in lungo e in largo durante la sua carriera. Studiare con Lui è un’esperienza che va al di là dell'insegnamento della musica, per me è un po’ come essere a contatto con il mistero, ciò che non si concepisce solo con la mente. Ogni domanda posta apre nuovi interrogativi. Non si capisce da dove venga quella sua musicalità, quelle frasi, quella espressività contenuta in ogni singola nota. Attualmente ha 86 anni e non si ferma mai, lo puoi sentire studiare il bansuri alle 4 del mattino ancora oggi».

 



E adesso arriva in Italia…

«Quest'inverno io e altri studenti stavamo bevendo come al solito un chai nella scuola e a un certo punto ci siamo detti: “Guruji, perché non vieni a trovarci quest'estate in Italia?” e lui ha detto: “Ma certo! Verrò di sicuro!”. E con l’aiuto dell'Unione Induista Italiana che ci dà una mano, la tourneé è diventata realtà. Il 1° luglio celebreremo il suo compleanno con una masterclass e concerto al Conservatorio di Milano. Dal 2 al 7 luglio saremo a Palazzo Caprioli (Gussago - BS) per un Bansuri Retreat con concerto finale la domenica 7 Luglio. Dopodiché, l'8 Luglio suoneremo nella bellissima Villa Falconieri, fatta dal Borromini, a Frascati per la Fondazione ISMEO; poi voleremo in Sicilia per il 2° Bansuri Retreat organizzato dal Marranzano World Festival di Catania, dal 9 al 14 luglio presso Femminamorta, bellissima villa siciliana a due passi dal mare sulle pendici dell'Etna, con un concerto finale all'alba del 14 Luglio in una location panoramica sul vulcano. Per non annoiarci, al rientro avremo un altro concerto sul lago di Como presso la Villa del Grumello il 16 luglio ed il 17 luglio presso il chiostro cinquecentesco del Teatro Tascabile di Bergamo.

 

Naturalmente suonerai anche tu…

«Per me sarà un’esperienza epica far parte del quartetto che accompagnerà il maestro Chaurasia con Debopriya Chatterjee al bansuri; alle tabla avremo nelle varie date i migliori percussionisti indiani e italiani come Sanjay Kansa Banik, Suranjana Das Gosh e Federico Sanesi».




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