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  • Immagine del redattoreAmina Vagante

Il primo articolo di Book&Soul: «A cosa serve la letteratura oggi»

Aggiornamento: 6 ott 2022

Quanto ci piacerebbe vedere i nostri figli sedersi con un libro in mano dimentichi del cellulare per un po’? Quanto vorremmo vederli agguantare spontaneamente un buon libro come quando, da piccini, afferravano il loro Teddy Bear paghi di poterlo avere come compagno di vita? Tanto. Diciamocelo: tanto! Eppure buona parte dei genitori oggi sembra aver accantonato questo desiderio, complice una società che ha in qualche modo demansionato la Grande Letteratura rispetto al suo tradizionale ruolo formativo. Immaginate dunque quale sia la scommessa di chi, come me, facendo l’insegnante continua invece a voler credere in quel ruolo benché oggi la scuola stessa - ammantata di un galoppante sviluppo tecnologico - proietti la sua funzione educativa in primis sul mondo del lavoro. Esiste allora davvero ancora - vien da chiedersi - una funzione diversa che si possa oggi riconoscere alla Grande Letteratura?


Ai miei studenti ho sottolineato come la lettura della grande letteratura sia o dovrebbe essere un rito, un atto di marinatura diluito nel tempo, e prima di essere discussa, di essere raccontata, ogni creatura letteraria che incrocia le nostre strade andrebbe necessariamente frequentata attraverso la lettura partecipata; perché questo è il solo modo di viverla appieno, creando quello spazio di intimità segreta dove il mondo dello scrittore e quello del lettore si vivificano e vivificandosi si intrecciano a dovere, si confrontano, si contaminano. Perché un libro è come una lanterna accesa dallo scrittore la cui luce e il cui calore non possono essere riassunti, ma solo vissuti e sperimentati personalmente da ogni lettore che la “porti” nel suo mondo sorso dopo sorso.


Le antologie possono certamente essere degli eccellenti “appetizzanti”, delle preziose chiavi d’accesso anche, ma in quella stanza fatta di prosa o di poesia per entrarci e viverla in ogni suo spazio, in ogni sua riga, bisogna guardarsi negli occhi dalla prima all’ultima parola, lenitiva, entusiasmante o tagliente che essa sia, fino a raggiungerne la visione completa. In una famosa lettera del 1904 a Oskar Pollak, Kafka sostiene infatti che «un libro dev’essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi» («ein Buch muß die Axt sein für das gefrorene Meer in uns») come a dire che confrontandosi con la letteratura si finisce inevitabilmente col rompere la superficie e con l’immergersi dentro se stessi per trovare la possibilità di nuove forme, nuove essenze, nuove avventure. Oscar Wilde, per il quale «the supreme vice is shallowness» (il più grande peccato per l’uomo è la superficialità) indicava proprio nella mancanza di profondità il solo, vero peccato che l’uomo possa compiere nei confronti di se stesso anche se parte di questo Viaggio nelle profondità di noi stessi e della vita dovesse a tratti condurci come Dante fra i gironi dell’Inferno (di quello nostro, personale) nel Cammino dell’esistenza.


Per questo ho fatto leggere integralmente ai miei studenti i libri dei quali abbiamo poi parlato, perché ho pensato che Pessoa potesse aver intuito qualcosa di importante quando ha affermato che «la letteratura, come tutta l’arte, è la prova che una vita non basta», nel senso che come esseri umani ci è data la possibilità di accogliere nella nostra singola vita tante vite quante sono le “lanterne” con le quali la illuminiamo. Leggendo. Anzi, vivendo la lettura di quelli che sono poi vissuti altrui disseminati nello spazio e nel tempo e che mai moriranno, fin tanto che occhi nuovi ridaranno loro vita e voce.


La letteratura è dunque in tal senso generativa, espansiva e genuinamente inclusiva perché altera sì i vissuti e la sensibilità del lettore, eppure sa rispettare non solo i tempi, ma anche le diversità di ciascuno e ad ognuno assegna il compito di concreare un Senso e un effetto finale concertato fra la mente e il cuore.


Me l’hanno confermato chiaramente i miei stessi studenti, per i quali il medesimo testo è stato appassionante oppure sconvolgente o illuminante secondo la sensibilità o il vissuto di ciascuno. Ma se volessi provare a sintetizzare in un unico aggettivo la totalità delle loro diverse risposte, credo potrei usare il termine «salutare» per far riferimento alla qualità comune a tutte le loro esperienze di lettura. Come sottolineava Harold Bloom della Grande Poesia quando diceva che la sua missione è quella di «aiutarci a diventare liberi artefici di noi stessi», così possiamo dire di tutta la Grande Letteratura. «Nemmeno Shakespeare - continua Bloom - può trasformarmi in Falstaff o Amleto, ma tutta la grande poesia ci chiede di lasciarci possedere da essa. Conoscerla a memoria è un inizio; il fine è aumentare la nostra coscienza. L’arte di leggere la poesia è un autentico esercizio di accrescimento della coscienza, forse il più autentico fra tutti i modi salutari» (Harold Bloom, L’arte di leggere la poesia, Rizzoli 2010, p. 63).


Da quante cose ci lasciamo possedere oggi? Da molte, sicuramente, e probabilmente non tutte salutari; ecco allora perché dobbiamo tornare a capire, per dirla con Claudio Magris, che «nella sua necessaria fantasia la letteratura ha una grande funzione, anche rispetto alla società; non certo perché ha il compito di proporre programmi politici o ideologici, ma piuttosto di far sentire, toccare con mano, questa necessità avventurosa di creare ogni volta un mondo nuovo» (C. Magris, M. Vargas Llosa, La letteratura è la mia vendetta, Mondadori 2011).


Così ho scoperto che Robinson Crusoe ha spinto alcuni dei miei studenti a esaminare le restrizioni del lockdown attraverso la compilazione di una lista fatta di “mali” o cose brutte vicino a un «MA» che le congiungesse alle cose “buone” per non cedere alla disperazione; che dal De Profundis altri hanno assorbito forza e rivestito il dolore di significati nuovi e col Principe Felice hanno risvegliato la compassione e il senso di comunione con gli altri; con Adamo ed Eva nati dalla penna di Twain hanno riso e osservato da vicino il gioco dell’amore; che con Orwell hanno indossato occhiali per leggere il presente e il passato; con Siddharta hanno prestato orecchio alla voce dell’anima; con Rilke e molti altri che sarebbe lungo citare hanno percorso i sentieri verticali della parola poetica.


L’esperienza dice dunque che la lettura della Grande Letteratura è o può essere un processo alchemico la cui scaturigine non sta tanto nell’atto in sé quanto nella disponibilità del lettore a cedere e a desiderare di farsi possedere dalla narrazione: un “concedersi” a una sorta di trasfusione, anche col rischio di rigetto, certamente. In ogni caso un modo per acquisire diverse chiavi di avviamento al vivere. Che inizia con un «tolle et lege» («prendi e leggi») e prosegue fino a impreziosirci essendo divenuti in qualche modo noi stessi la Scrittura. Nella nostra vita, sì. Quel Teddy Bear dal quale i bambini si aspettano così poco eppure ricevono così tanto.


Per questo motivo presenteremo su questo blog alcuni libri esattamente come se dovessimo profilare delle persone in carne e ossa per capire quale genere di compagnia potremmo trarne frequentandole. Certi che potremo incuriosire o interessare giovani e non solo per mantenere in buona salute la missione edificante della letteratura migliore.


La libreria «Livraria Lello» di Porto che ha ispirato J.K. Rowling per la scuola di Hogwarts.


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