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  • Immagine del redattoreAmina Vagante

Il mio viaggio a Bali e quel triangolo che unisce a Dio

Esiste, nel sud-est asiatico, un Paese immenso costituito da oltre 17 mila isole una volta denominate «Indie orientali olandesi» e oggi conosciute col nome di Indonesia: il più grande stato-arcipelago del mondo. Il motto di questa nazione è «Uniti nella diversità» poiché racchiude un’enorme varietà etnica e di tradizioni culturali benché nel complesso l’80% della popolazione sia di fede musulmana e il restante 20% sia composto da cristiani, buddhisti, induisti e animisti insieme.


Probabilmente alcuni di voi si sono interessati all’Indonesia dopo aver visto The Bucket List - Non è mai troppo tardi, bellissimo film con Morgan Freeman e Jack Nicholson, nel quale quest’ultimo beve solo il caffè Kopi Luwak, il più raro e costoso del mondo che viene prodotto appunto lì. Altri forse dopo aver letto Mangia, Prega, Ama di Elizabeth Gilbert o per svariate altre ragioni, la passione per gli sport acquatici per esempio.

Nel mio caso c’è stato quello che definirei un “richiamo” del tipo «Va dove ti porta il cuore» anzi DUE cuori, quello mio e quello di mia figlia all’unisono e proveniva da un’isola in particolare: Bali.


Abbiamo imbastito il viaggio in poche settimane, il tempo di trovare il volo aereo adatto al nostro budget e strutture ricettive in tanti luoghi diversi in modo da avvicinare più posti possibile nei 12 giorni del nostro soggiorno lì, nella parte sud dell’isola. Prima di partire un’amica mi regala il romanzo Come una notte a Bali di Gianluca Gotto che comincio a leggere a casa e infilo poi in valigia (assieme a Oriente e Occidente di René Guénon da rileggere) per averlo con me: anche questa volta un libro si innesta nel tessuto della mia vita!

 

Bali è la sola isola induista dell’arcipelago (a forte maggioranza induista, sarebbe meglio dire), ricca di boschi, foreste tropicali, di risaie magnifiche, spiagge incantevoli con fondali da favola, disseminata di montagne vulcaniche e di templi sacri. Il nostro primo appuntamento è stato con l’area di Ubud, a seguire Canggu, Uluwatu, anche l’isoletta vicina di Nusa Penida per tornare infine nuovamente a Ubud l’ultimo giorno.

Quando il cerchio si è stretto e il tempo per noi a Bali si è esaurito, i nostri cuori traboccavano di gioia e di gratitudine per tutto ciò che avevamo vissuto e conosciuto, ma soprattutto per le persone che avevamo incontrato e che ci hanno fatte entrare nelle loro vite e nella loro tradizione, contaminandoci. Grazie a loro non siamo state banalmente delle turiste bensì due viaggiatrici, nel senso che lo stesso Gotto attribuisce a questo termine nel suo libro laddove fa dire a Emma: «Il viaggiatore è colui che si immerge completamente in quel resto che il turista non vuole conoscere. Ci sguazza dentro, nuotando come un bambino che si tuffa per la prima volta nel mare. Il viaggiatore (…) sa che la realtà è sporca e cruda, spesso difficile da comprendere e a volte dolorosa. Ma al viaggiatore interessa solo la realtà, perché è nella realtà che si sente vivo» (Ed. Mondadori, 2022, pp.198-199).



Ebbene Bali - la Bali autentica, non il paradiso artificiale d’importazione varia - ci ha davvero vivificate mano a mano che la nostra condivisione con i balinesi sull’isola si faceva sempre più intensa: vite vissute in modo estremamente essenziale da persone persuase della vita, compiute, appagate come ogni loro singolo giorno riempito di devozione, umiltà e gioia. Fra loro abbiamo conosciuto anche una coppia di italiani (Alfred ed Elisabeth Mair) che a Bali ha portato a compimento il progetto animico voluto dal figlio Micha negli ultimi anni della sua giovane vita: la Villa Sunset View - luogo di pace e di inclusione a 360° dove è possibile scoprire la magia di quella terra a partire da una storia  di vita vera (quella di Micha, appunto) intrecciata fra l’Oriente e l’Occidente.

 


A Bali l’ego individuale sembra essere ai minimi storici, trasuda invece in modo del tutto spontaneo e naturale il senso del legame che ci unisce a Dio, al Creato e agli altri esseri umani in un robusto triangolo armonico sul quale poggia lo stesso credo induista. Non un credo, in fondo, ma un sapere che diviene il sapore buono della Vita dal sorgere al calar del sole. In questo senso entrare nei templi induisti disseminati un po’ ovunque con l’accompagnamento di un devoto è l’esperienza a mio avviso più significativa che si possa fare, specie se si ha la fortuna di essere invitati alla preghiera collettiva come è successo a noi. Ma anche l’architettura stessa del tempio merita delle riflessioni, a partire dal portale d’ingresso a due battenti che simboleggia la dualità del mondo materiale, illusorio, e ricorda i templi buddhisti. E ancora, lo spazio sacro diviso nei tre regni esistenti: quello inferiore (Jaba Pisan), quello terreno intermedio (Jaba Tengah), quello superiore (Jeroan) e solitamente rivolto verso il Monte Agung, la montagna sacra.

Insomma, chiunque vada a Bali dovrebbe, a mio parere, entrarci in punta di piedi col massimo rispetto perché credo che la contaminazione migliore sia quella da loro a noi e non viceversa. O, per dirla ancora una volta con le parole di Gotto: «... se vuoi visitare Bali prova a farlo con gli occhi di un bambino, l’animo di un viaggiatore e i modi di un gentiluomo al primo appuntamento» (p. 254).


Purtroppo la devastazione alla quale l’isola è sottoposta da interventi edilizi che mirano a sfruttarne le potenzialità turistiche è, temo, irrefrenabile e una grossa opportunità di arricchimento anche per molti balinesi tentati dall’opulenza. Tuttavia persiste sull’Isola degli Dei, fra la maggioranza della sua gente, quella Pace (Shanti) e quella Letizia del cuore che tutti avremmo bisogno di incarnare e che Bali può aiutarci a scoprire in svariati modi. Dice Luca, il protagonista di Come una notte a Bali: «Non conoscevo la strada, ma avevo una sicurezza folle: Bali mi avrebbe indicato la via». 

Buon Viaggio!



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