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Il coraggio delle donne - Ecco perché si tagliano una ciocca di capelli contro gli ayatollah

Aggiornamento: 17 lug 2023

Donne e uomini di ogni età hanno percorso le vie di Berlino mostrando cartelli e invocando: «Woman Life Freedom». Sono arrivati da tutta l’Europa, per la maggior parte sono esuli iraniani, ma molti sono semplicemente persone che credono fermamente nei diritti umani e si battono contro ogni moderna forma di nazismo, sia politico sia religioso. Si sono dati appuntamento al Großer Stern, sotto la Colonna della Vittoria, per manifestare la loro solidarietà alle donne iraniane e gridare come loro «Donna Vita Libertà». Un portavoce degli iraniani in esilio in Germania ha chiesto «la fine dello spargimento di sangue e l’avvio di riforme democratiche nel Paese». Sono state richieste anche sanzioni contro il governo di Teheran, per favorire u«n’evoluzione progressista dell’Iran». Ad Amburgo e a Francoforte si sono svolte manifestazioni analoghe, al grido di «Via via via I mullah devono andar via» e «Le donne vogliono la libertà».



Il poster che annunciava il grande raduno a Berlino.

Le proteste sono collegate a quelle scatenate in tutto il mondo dall’indignazione per l’assassinio di Mahsa Amini, la ragazza curda di 22 anni, massacrata di botte fino ad ucciderla dalla cosiddetta “polizia morale” perché indossava il velo in modo non corretto: si intravvedeva una ciocca di capelli! La polizia ha applicato a modo suo il famigerato «Articolo 638« del Codice penale islamico iraniano: qualsiasi atto ritenuto offensivo per la pubblica decenza è punito con la reclusione da 10 giorni a due mesi o a 74 frustate.


Da allora a Teheran e in tutte le altre città persiane le ragazze sono scese in piazza: prima le universitarie, poi le liceali, quindi le donne di tutte le età. A loro si sono uniti gli studenti, gli operai, i bottegai, la gente dei bazar. Le donne bruciano nei falò il velo, che è diventato il simbolo esplicito della sopraffazione del regime islamico contro di loro.

La reazione è stata atroce, spietata. Il governo degli ayatollah non ha esitato a dare ordine a miliziani e polizia di «affrontare senza pietà, anche arrivando alla morte, qualsiasi disordine provocato da rivoltosi e antirivoluzionari». Sono state già uccise oltre 200 persone, soprattutto donne, ma anche uomini e bambini; i feriti sono migliaia e un numero enorme gli arrestati, anche con motivazioni assurde: una ragazza è stata arrestata perché ha donato il sangue per salvare qualcuno ferito dalla polizia.


In questi giorni, in tutto il mondo, milioni di donne hanno compiuto tutte lo stesso gesto: armate di forbici, si sono tagliate una ciocca di capelli. È un semplice, ma straordinario gesto di solidarietà verso le donne iraniane. Ma quella ciocca non rappresenta solo la ciocca di capelli che è costata la vita a Mahsa. Il taglio dei capelli è un’antica usanza persiana per mostrare esplicitamente un lutto: ci si taglia i capelli (invece di strapparli) per il dolore, la rabbia, la disperazione. Tra le prime a tagliarsi le chiome molte attrici: in Italia Margherita Buy e Claudia Gerini; in Francia, sulle note di Bella Ciao (che nella versione in persiano è diventata l’inno della protesta) Juliette Binoche, Marion Cotillard, Isabelle Adjani.


Dalla parte di chi protesta si sono schierati due nomi importanti in Iran: il nipote dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, che guidò la rivoluzione contro lo Scià; e la nipote dell’attuale guida suprema Ali Khamenei.

Hassan Khomeini, amico di Sean Penn, porta il turbante nero come il nonno, ma le idee che espone su Facebook sono molto diverse. Farideh Moradkhani è figlia della sorella di Khamenei: si batte contro la pena di morte (in Iran è in uso l’impiccagione) ed è stata arrestata per aver letto in pubblico una poesia dedicata a Farah Diba, la vedova dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, in cui si dice: «Cara regina e madre della mia patria! So che tornerai e porterai la luce nel nostro Paese per spezzare l'oscurità della notte».


Il nome ufficiale del Paese è Iran, ma preferisco chiamarlo con il suo nome classico Persia (del resto, in salotto ho tappeti persiani, mica iraniani; e una mia amica ha un gatto persiano, se lo chiami iraniano rischi che ti graffi).

Il nome Persia deriva, secondo lo storico greco Erodoto, da Perseo, il mitico eroe greco che, uccisa la Medusa, ne usò la testa per trasformare i nemici in statue di pietra: sarebbe utilissimo contro gli ayatollah. Ma Persia è legato anche al nome della stirpe, Pars o Parsa, di Ciro il Grande, vissuto 500 anni prima di Cristo. Che Grande fu davvero: permise agli ebrei, deportati a Babilonia (avete presente il coro Va pensiero nel Nabucco di Giuseppe Verdi?), di tornare in Palestina e ricostruire il Tempio di Gerusalemme.

Ma soprattutto promulgò quello che è passato alla storia come «il cilindro di Ciro«: ai cittadini dell'impero era permesso di praticare la loro religione liberamente; era abolita la schiavitù, perciò i lavoratori che costruivano i suoi palazzi venivano regolarmente pagati; ai cittadini di tutte le religioni e gruppi etnici venivano concessi gli stessi diritti, e le donne avevano gli stessi diritti degli uomini.

Il cilindro di Ciro documenta inoltre la protezione dei diritti di libertà e sicurezza, libertà di movimento, il diritto alla proprietà e diritti economici e sociali. Avercelo, oggi, un simile cilindro, quasi in tutti i Paesi.

Per quello che riguarda gli ayatollah è chiaro che è una bugia affermare che hanno riportato la Persia al Medio Evo. No, lo hanno riportato a 2.600 anni fa, a prima di Ciro…



Da Berlino, il poster pro-donne iraniane, fotografato per noi: «Donne. Vita. Libertà».






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