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Il buddhismo è una filosofia o una religione?

Aggiornamento: 18 mar

A cosa credono i praticanti italiani? E perché si sono “convertiti”?

Ecco alcune risposte di un serissimo studio appena presentato a Roma


Prima di tutto una premessa: conoscete il Cesnur di Torino? È il più serio istituto italiano di studio delle religioni e dei movimenti spirituali in Italia. Se volete sapere qualcosa di un determinata chiesa o movimento, consultate il sito www.cesnur.it e saprete tutto quello che c’è da sapere, contatti compresi. Fine della premessa.

 

Ebbene, il Cesnur nel 2022 ha fatto una ricerca che riguarda il mondo buddhista italiano ed è arrivato a stabilire che «i praticanti di tradizione buddhista in Italia sono 342mila, pari allo 0,6% della popolazione residente». Ma chi sono questi buddhisti italiani e a cosa credono? A queste domande ha risposto uno studio, il primo mai fatto in Italia e in Europa, dal titolo «Il Buddhismo in Italia – Una ricerca sull’Unione Buddhista italiana» che è stata realizzata in collaborazione con un gruppo di ricercatori delle Università di Padova e Torino ed è stata presentata questa settimana a Roma. Una ricerca svolta tra 500 frequentanti dei centri dell’Ubi (Unione buddhista italiana).

 

Da questo studio (in cui c’è anche Pierluigi Zoccatelli, direttore del Cesnur) si evince che tra i buddhisti prevale la componente femminile (58%), e che gli over 60 sono 1 su 3 (gli under 35 sono solo il 26 per cento). «Dal punto di vista sociodemografico», si legge nel comunicato stampa, «è possibile delineare un identikit del buddhista medio: donna di mezza età, con un profilo socioeconomico e culturale mediamente alto».

All’eterna domanda e cioè se il buddhismo sia più una filosofia o più una religione, il 36,3 per cento pensa che sia una filosofia di vita, il 18,7 una religione, per il 13,5 per cento riguarda l’amore universale e la compassione e per il 13,1 è una scienza della mente.

 

È interessante notare che secondo il 58% degli intervistati, l'apertura al pluralismo e la diversità religiosa sono considerate importanti e desiderabili in tutte le religioni. Inoltre, il fatto che il 70% degli intervistati che si sono dichiarati buddhisti non interpretino la loro adesione in termini di conversione indica che la scelta di abbracciare il buddhismo potrebbe essere vista come un percorso personale di crescita e autoesplorazione e non un atto di distacco netto dal passato. Questo riflette una prospettiva più aperta e flessibile nei confronti della spiritualità e delle convinzioni personali.

In sostanza, essere buddhisti sembra essere percepito come un cammino che consente di ampliare le prospettive personali, non come un'adesione rigida e definitiva. Un cammino che non preclude la possibilità di conservare o riscoprire le proprie radici cristiane, ma appunto, in modo più inclusivo.

 


Il sito della capitale del buddhismo italiano, l'Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia.

«Perché si diventa buddhisti in Italia?», si legge nella ricerca. «Dai racconti degli intervistati emerge con una certa chiarezza che ci troviamo di fronte a un intreccio di motivazioni dove “le sofferenze esistenziali” sembrano giocare un ruolo preponderante, accanto alla ricerca spirituale che segna i percorsi biografici di molti contemporanei. Il dato che qui emerge è l’insoddisfazione nei confronti dei valori dominanti all’interno della società e nello stesso tempo una domanda di senso che non ha trovato risposte del tutto soddisfacenti all’interno della religione cattolica dalla quale molti provengono. Come non è difficile immaginare, il rapporto con il cattolicesimo costituisce uno dei temi che a più riprese si presenta nelle narrazioni degli intervistati.

«Il buddhismo viene scelto perché al suo interno si respira una più grande libertà nel ricercare un senso per la propria esistenza, una libertà che non preclude la possibilità di riscoprire le proprie radici cristiane e cattoliche, ma in una luce diversa, in una prospettiva più inclusiva e interreligiosa. Il buddhismo, a detta di chi lo pratica, sembra avere una capacità maggiore, rispetto al cattolicesimo, di rispondere alle esigenze della modernità, soprattutto sul versante del dialogo con la scienza e della fiducia nelle possibilità della mente dell’uomo. Le pratiche della meditazione e dello yoga, in questa prospettiva, vengono inserite in una cornice di autonomia del soggetto alla ricerca del benessere personale e della propria autorealizzazione. Si tratta di un percorso dove non c’è soluzione di continuità tra la dimensione della salute e quella della salvezza».

 

Ma cosa intendono gli italiani per “buddhismo»? «Sintetizzando quanto raccontato dagli intervistati, nell’immaginario degli italiani il buddhismo sembra configurarsi secondo quattro tipologie», spiega la ricerca: «un buddhismo di matrice religiosa praticato da pochi; un buddhismo di moda legato a pratiche molto diffuse come lo yoga o la mindfulness; un buddhismo privatizzato e spirituale che risponde alla ricerca di senso individuale, slegato dai dogmi delle tradizioni religiose; un buddhismo terapeutico, legato al benessere psicofisico personale».

Pochi sanno rispondere in termini di filosofia e di studio. Anche qui lo stereotipo vince su tutto: «Il temine buddhismo suscita una curiosità dettata dal gusto per l’esotico, anche di tipo religioso, il quale esercita una sorta di fascinazione, la quale però mescola tutto ciò che viene dall’Oriente, confondendo talvolta il buddhismo con l’induismo. Oltre a figure di leader religiosi come il Dalai Lama, un ruolo non secondario nella costruzione dell’immaginario collettivo sul buddhismo è giocato dai film, dalla letteratura e dalla musica: chi non ha letto Siddharta oppure non ha visto Piccolo Buddha o Sette anni in Tibet? Come detto, non si tratta di conoscenze approfondite, quanto piuttosto di suggestioni che consentono di farsi un’idea di quella che gli italiani non buddhisti non sanno se definire in termini di religione, filosofia, stile di vita, arte, scienza, o più semplicemente come una “psicologia”».

Per dovere di cronaca, dobbiamo precisare che non tutti i gruppi o le associazioni buddhiste fanno parte dell’Unione Buddhista italiana. Ne sistono almeno 478 in Italia e tra questi il Buddhismo della Via di Diamante, la Soka Gakkai, l’Ordine dell’Interessere e Essere Pace, i centri buddhisti dello

Sri-Lanka, seguiti da quelli cinesi, thailandesi, vietnamiti e cambogiani, molti gruppi di tradizione Zen, Vajraiana, Theravada e Nichiren.

Insomma, si fa presto a dire «buddhista». La realtà, come sempre, è molto più complessa. E ne parleremo ancora.



L'illuminazione del Buddha in un dipinto a Sarnath (India).

 

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