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  • Immagine del redattoreEdoardo Rosati

Gli ultracorpi, Internet, i social e il tuo ruolo nell'Universo

Il film di fantascienza «L'invasione degli ultracorpi» è più attuale che mai perché ci parla della depersonalizzazione che oggi avviene con i social media. E che ci costringe a una riflessione su di noi e sul futuro dell'uomo


di Edoardo Rosati

Ci sono storie che funzionano sempre. Scritture dotate di un cuore narrativo così gagliardo e potente che se ne infischia del tempo e continua a pulsare con inossidabile energia. Infondendo nel cervello linfa buona e appassionate riflessioni. Mi riferisco al film di fantascienza L’invasione degli ultracorpi e al romanzo da cui è tratto, The Body Snatchers, dello scrittore americano Jack Finney (1955).


La trama è presto detta. In una placida cittadina la gente sta cambiando. Le loro conoscenze, i ricordi, le cicatrici, sì, sono quelli di sempre, eppure le persone sembrano fotocopie sbiadite di se stesse. Simulacri privi di affettività. Gusci umani algidi, senza interiorità. L’arcano viene svelato: quegli individui sono effettivamente perfetti duplicati, esseri germogliati da immondi baccelli alieni, che crescono nottetempo e sostituiscono i terrestri addormentati.


Il plot è al centro di ben quattro pellicole. La prima, autentica gemma della cinematografia di science fiction, risale al 1956 e vanta la solida regia di Don Siegel; la seconda, Terrore dallo spazio profondo, è del 1978, diretta da Philip Kaufman; il terzo remake, Ultracorpi - L’invasione continua, è stato realizzato nel 1993 da Abel Ferrara; la quarta rivisitazione, nel 2007, s’intitola Invasion, firmata da Oliver Hirschbiegel. E qualche tempo fa circolò pure la notizia che la Warner Bros. fosse sul punto di sviluppare un ennesimo adattamento.  


Sembra che ogni decennio, a partire dagli anni Cinquanta, abbia conosciuto la sublimazione storica di un’angoscia umana attraverso la messa in scena dell’identica narrazione, superficialmente fantascientifica, ma universale come il Mito. Di volta in volta, infatti, è possibile cogliere, in quella rappresentazione filmica, un disagio. Un malessere sociale.


In principio, dilagava l’anticomunismo maccartista, quell’esasperato atteggiamento persecutorio (alimentato dal senatore Joseph Raymond MacCarthy) nei confronti delle persone e dei comportamenti considerati sovversivi; poi gli States hanno sperimentato la guerra del Vietnam e «l’ecatombe del sogno americano» (l’espressione è dello scrittore messicano Naief Yehya) dopo lo scandalo Watergate, un’affaire a base di oscuri figuri che spiavano il prossimo proprio come imperturbabili “ultracorpi”; infine, negli anni Novanta, Internet comincia a emettere i suoi primi vagiti e a colonizzare le menti umane con l’epidemia dei social media, diffondendo – alla stregua di un’entità non di questo mondo – i “semi” della depersonalizzazione


Ecco la straordinaria modernità di questo vecchio racconto: non la fascinazione che deriva dalla (ordinaria) idea di una minaccia extraterrestre respinta dall’orgoglio umano, ma l’occasione per denunciare una concezione apatica dell’esistenza. Del resto, basterebbe soffermarsi sull’espressione anglosassone originale: Invasion of the Body Snatchers. Lode all’immaginazione dei titolisti italici con la fanta-invezione degli «Ultracorpi», ma i body snatchers sono «ladri di corpi». Corpi intesi come singole individualità. Individualità che, abulicamente, lasciamo spesso in pasto agli Altri, ai mille body snatchers della vita, alle fauci di un mondo con cui è sempre più arduo riconciliarsi.


Sì, questa parabola di science fiction è una strepitosa finestra, un varco da cui è possibile intravedere periodicamente la tracimante spersonificazione della moderna società e che nel contempo ci stimola, però, a riconquistare, a ribadire il ruolo di ognuno nell’universo. E guai se così non fosse: l’esito potrebbe essere quello urlato dallo spiritato dottor Bennell (l’attore Kevin McCarthy), che in preda a una crisi isterica, nel capolavoro di Don Siegel, si agita nel convulso traffico veicolare cittadino strepitando «In nome del cielo, ascoltatemi! Dove correte, incoscienti! Il mondo intero è in pericolo! Ascoltatemi! O sarà troppo tardi!».


Foto di Martin Str da Pixabay.

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