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  • Immagine del redattoreFranco Acquaviva

Gli dei, le ninfe e la natura intima dei luoghi (ipotesi per un turismo diverso)

Con un'amica poetessa parliamo di luoghi e di paesaggio. Che cosa vuol dire rispettare il genius loci? Il genius loci è lo spirito di un luogo. Quel particolare intreccio tra atmosfera, aspetto geo-morfologico, storia evidente o nascosta, insediamenti e segni umani, che un luogo porta in sé e con sé, come la fisionomia per un volto e l'anima per un corpo.


Lo spirito di un luogo è qualcosa di sottile, si fa cogliere solo nel tempo di un ascolto prolungato, dove gli strepiti interiori ed esteriori che l'ego è abituato a sovrapporre a ogni cosa scompaiono. Quando attraverso l'ascolto ci lasciamo catturare da questo spirito sottile nulla è più come prima e ci accorgiamo che quel luogo comincia a parlare.


Si sa, agli uomini antichi accadeva spesso: vedevano e sentivano gli dei e le ninfe apparire nelle acque, tra gli alberi, in certi momenti del giorno, in certi silenzi profondi, nei barbagli del sole sulle acque di un ruscello. Educarsi all'ascolto dello spirito di un luogo vuol dire educarsi a una forma profonda di ecologia. Sentirne la natura intima genera un rispetto che si manifesta immediatamente nelle nostre più piccole reazioni e relazioni con esso.


Ora, la questione è - e si tratta di qualcosa che sta già incidendo e inciderà ancora di più in futuro nella vita di tanti piccoli e medi centri della grande provincia italiana: questa forma di sensibilità è compatibile con quello che siamo abituati a chiamare “turismo”? Con un certo turismo forse sì: la pratica del camminare, per esempio, può favorire un certo tipo di ascolto, anche se ci sono modi e modi di “camminare” nella natura. Ed è compatibile con ciò che chiamiamo “manifestazioni culturali”?


Con queste domande in testa io e l’amica poetessa cominciamo a parlare di certi festival che realizzano brillanti idee come la seguente: entrare in una ex cava di marmo o granito o altro e montarci dentro decine e decine di proiettori teatrali, piazzando nel ventre della montagna generatori di energia elettrica, cavi, piantane, palcoscenico, strutture varie per ospitare spettacoli. L'amica esclama: «È una vera e propria violenza!».

Le si potrebbe replicare che quella montagna è già stata violata una volta, ai tempi del suo sfruttamento estrattivo, anche se poi, a ben vedere, il tipo di società che ha permesso quel genere di intervento era, in buona parte, molto diversa da quella attuale: l’idea della predazione come naturale risposta alle proprie esigenze di espansione, infatti, riguardo all’ambiente, alle altre culture, agli altri popoli era, qualche generazione fa, così profondamente radicata che quel tipo di società non ci pensava nemmeno che il suo fosse appunto un atto di predazione.

Indoriamo ancora un po’ la pillola e possiamo anche dirci che almeno quei marmi, quei graniti, li vediamo tuttora palpitare sulle guglie di qualche duomo o basilica, dove l'arte ha cercato di apprendere dalla natura il segreto di certe stupefacenti e come improvvise cristallizzazioni di forma.


Ma in questo specifico caso in cui lo spettacolo tecnologico entra nella pancia della montagna? A me - dico all’amica - questa sembra l'arte metallurgica dei Giganti, non quella del logos, che la povera attrice Ilse cerca di far arrivare sotto forma di poesia ai Titani della tecnica, non potendo incontrare altro destino che la morte – come Pirandello profetizzò nella sua ultima opera I giganti della montagna. In questo tipo di arte che tecno-invade gli ambienti naturali la voce profondamente umana della sensibilità scompare.


Non contenta la mia amica insiste, mentre camminiamo per le stradine di un piccolo centro di montagna: «Rispettare il genius loci vuol dire anche non saturare di decibel questo piccolo paesino, dove l'alito delle piazze, dei vicoli, dei boschi è fragile come il vagito un neonato. Ma non si accorgono che ciò significa ridurre al silenzio quel piccolo suono di vita schiacciandolo con uno tsunami di amplificatori?».



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