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  • Immagine del redattoreEdoardo Rosati

E se fossimo un sogno nella testa di E.T.?

Aggiornamento: 7 dic 2022

Sto sfogliando una pubblicazione che conta tante primavere sulle proprie… pagine. Anno 1962. Titolo: La Fantascienza - Che cos’è, come è sorta, dove tende. L’autore è il compianto scrittore Lino Aldani (1926-2009), sicuramente una delle voci più autorevoli della science fiction nostrana.


Nel suo lungimirante libello, Aldani conduce un’indagine storica, critica e psicologica attorno a questo genere cine-letterario, giungendo a formulare la seguente definizione: la fantascienza è una «rappresentazione fantastica dell’universo, nello spazio e nel tempo, operata secondo una consequenzialità di tipo logico-scientifico, capace di porre il lettore, attraverso l’eccezionalità o impossibilità della situazione, in un diverso rapporto con le cose».

Già: un diverso rapporto con le cose. È il passaggio che più mi affascina. Perché la fantascienza moderna, nata fondamentalmente con i fermenti scientifici dell’Ottocento, sull’onda dello sviluppo e dell’affermazione delle dottrine positivistiche, oggi più che mai è diventata una lente per scandagliare lo spazio interiore.


In genere, dici “fantascienza” e, di riflesso, senti sprizzare luccicori metallici. Creazioni ed esplorazioni all’insegna di un’efficientissima modernità, dimensioni ipertecnologiche in cui uomini e macchine si lanciano alla conquista dell’outer space. Ma noi crediamo che l’unico vero nuovo mondo si trovi su una rotta che le carte astronomiche non riportano. È un piccolo-immenso pianeta sospeso nel buio di un inner space. Chiamatelo come volete, quel lontano approdo zeppo di incognite: Es, Id, Inconscio. O più semplicemente: Uomo. Comunque sia, è lì che bisogna atterrare.


Due nomi: James Ballard e Philip K. Dick. Grazie a loro la dimensione inconscia e l’angoscia dell’uomo contemporaneo hanno vividamente illuminato la fantascienza. Conservo nostalgicamente nel cuore una toccante chiacchierata del sottoscritto con Cesare Medail, giornalista del Corriere della Sera, attento cultore del nostro immaginario. Mi disse (era il 1992) che prediligeva il primo termine fanta- ma non il suffisso -scienza. Perché questa si stava svuotando della propria grandiosità, soprattutto dopo le tragedie chiamate Chernobyl e Space Shuttle Challenger, esploso la mattina del 28 gennaio 1986, dinanzi a milioni di occhi, dopo appena 73 secondi di volo. Tant’è che l’amico giornalista avrebbe preferito cavalcare una nuova etichetta: futuribile fantastico. In pratica, il riferimento strettamente scientifico si stempera e a diventare attore a tutto tondo è l’uomo, con i suoi spettri esistenziali traslati in chiave fantastica.


Ma al tempo stesso Medail non mancava di ravvisare come il potere della tecnica e l’evoluzione delle conoscenze stessero, guarda caso, puntando verso la stessa direzione. Per capirsi, si prendano la tanto gettonata realtà virtuale e le interfacce cervello-computer. A ben guardare, sembrano strumenti destinati a condurre l’individuo tra le stelle del suo Spazio Interno.


Tornano alla mente due pellicole: Il pianeta proibito e Il tagliaerbe.

Nel primo (cult movie firmato nel 1956 da Fred McLeod Wilcox), uno scienziato, Edward Morbius, eccelso signore del pianeta Altair 4, accoglie l’equipaggio dell’incrociatore interplanetario C-57D illustrando i prodigi dell’estinta civiltà dei Krell e soprattutto quelli di un arcano apparecchio, capace di decuplicare le facoltà intellettuali.

La seconda pellicola, di Brett Leonard (tratta da un racconto di Stephen King), descrive un ragazzone sempliciotto che viene sottoposto a una massiccia stimolazione neurologica a suon di sedute di virtual reality.

In entrambi i casi, i protagonisti si ritrovano a sperimentare una profonda metamorfosi psicosomatica, un diverso rapporto con le cose (giusto per tornare alle parole di Lino Aldani) e con i mostri che, alla stregua di creature lovecraftiane, giacciono sepolti nelle acque limacciose dell’inconscio.




In definitiva, mi riferiva Medail, era come se gli aspetti fanta-tecnologici, che lui riteneva in crisi, volessero in qualche modo rinverdire il proprio ruolo e riconoscere che in effetti l’universo da sondare, il mistero per antonomasia abita qui, su questa benedetta Terra. Le astronavi odierne sono strumentazioni per viaggiare nel cosmo racchiuso nei nostri neuroni, miliardi di scrigni ancora tutti da forzare. E chissà, sorrideva Medail: «Forse ci renderemo finalmente conto da dove provengono gli Ufo. E avremo modo di incontrare l’E.T. che anima i nostri sogni. O di scoprire, magari, che siamo noi a essere sognati da lui».

Elaborazione Ian Murray/Pixabay.

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